Il XXV Rapporto Annuale dell’INPS racconta un Paese in trasformazione: occupazione ai massimi storici, 27,2 milioni di assicurati, pensioni per 371 miliardi, famiglie sotto pressione e una sfida decisiva sulla natalità. Il presidente Gabriele Fava indica la rotta: l’INPS deve diventare una “officina del welfare”, capace di accompagnare i cittadini nelle diverse fasi della vita.
Un Rapporto che legge il tempo dell’Italia
Il XXV Rapporto Annuale INPS, presentato a luglio 2026, non è soltanto una fotografia tecnica del sistema previdenziale italiano. È un documento che attraversa lavoro, famiglie, natalità, pensioni, inclusione sociale, digitalizzazione e futuro del welfare.
Nella Relazione del Presidente, Gabriele Fava definisce i numeri del Rapporto “la materia viva dell’Italia”: dietro ogni posizione assicurativa c’è un lavoro, dietro ogni pensione una storia contributiva, dietro ogni misura per la famiglia una scelta di vita, dietro ogni domanda di sostegno una fragilità che non può essere ridotta a pratica amministrativa.
Il messaggio politico-istituzionale è chiaro: l’INPS non può più essere soltanto l’ente che eroga prestazioni. Deve diventare una grande infrastruttura sociale, una “officina del welfare”, capace di costruire percorsi, connessioni e soluzioni.
Lavoro record, ma restano fragilità profonde
Il primo dato forte riguarda il lavoro.
Secondo il Rapporto, l’occupazione italiana ha raggiunto nuovi massimi storici. Ad aprile 2026 gli occupati erano 24,3 milioni, con un tasso di occupazione pari al 63,1% e un tasso di disoccupazione al 5,1%, ai minimi storici. Il motore principale della crescita è stato il lavoro dipendente permanente.
Ma il quadro non è privo di ombre.
Il tasso di occupazione italiano resta ancora inferiore a quello delle principali economie europee. Il divario di genere si è ridotto, ma rimane significativo: nell’ultima rilevazione il tasso di occupazione maschile è al 71,6%, quello femminile al 54,4%, con un gap di circa 17 punti percentuali.
È il paradosso italiano: più lavoro, ma ancora troppi esclusi. Donne, giovani, Sud e carriere discontinue restano i nodi strutturali.
Gli assicurati INPS salgono a 27,2 milioni
Nel 2025 gli assicurati INPS raggiungono quota 27,2 milioni, con un aumento di 244 mila unità rispetto al 2024 e di circa 1,7 milioni rispetto al periodo pre-pandemia. La crescita è trainata soprattutto dal lavoro dipendente, mentre il lavoro autonomo tradizionale continua a contrarsi.
Il Rapporto segnala anche un dato politicamente sensibile: il contributo dei lavoratori stranieri è sempre più rilevante. Tra il 2019 e il 2025 gli assicurati extra UE sono cresciuti di oltre il 35%. Nella Relazione, Fava sottolinea che questa realtà va letta fuori dalle contrapposizioni ideologiche: una parte crescente della capacità produttiva e contributiva del Paese dipende anche dalla capacità di governare i flussi migratori, favorendo formazione, legalità, integrazione e lavoro regolare.
Il punto è essenziale: senza lavoro regolare non c’è previdenza solida. E senza base contributiva sufficiente, il sistema pensionistico diventa più fragile.
Il lavoro cambia: meno autonomi tradizionali, più Gestione Separata
Il Rapporto mostra una trasformazione profonda della struttura del lavoro.
Il lavoro autonomo tradizionale si riduce, soprattutto tra artigiani, commercianti e coltivatori diretti. Crescono invece collaboratori e professionisti iscritti alla Gestione Separata, che rappresentano forme di lavoro più flessibili, discontinue e meno riconducibili agli schemi previdenziali tradizionali.
È qui che si apre una delle grandi domande del futuro: come garantire tutele adeguate a un mercato del lavoro che non è più costruito soltanto sul contratto stabile e lineare?
Fava lo dice con chiarezza: la previdenza non nasce al momento della pensione. Nasce nel primo contratto, nella prima retribuzione, nella continuità dei versamenti, nella qualità del lavoro.
Salari: crescono nominalmente, ma il potere d’acquisto resta il problema
Il Rapporto segnala che le retribuzioni nominali sono cresciute, ma non abbastanza da compensare pienamente l’aumento dei prezzi degli ultimi anni.
Alla perdita di potere d’acquisto causata dall’inflazione si somma una stagnazione salariale di lungo periodo, che il Rapporto riconduce a dinamiche avviate già dagli anni Ottanta. In questo quadro, le politiche fiscali e contributive hanno attenuato l’impatto sui redditi medio-bassi, ma non hanno eliminato il problema strutturale.
Il messaggio è netto: non basta avere più occupati se il lavoro non genera redditi adeguati, contributi sufficienti e prospettive previdenziali solide.
Famiglie, natalità e cura: il cuore sociale della transizione
Il secondo grande asse del Rapporto riguarda le famiglie.
L’Italia è un Paese che invecchia, fa meno figli e scarica ancora molto lavoro di cura sulle famiglie, in particolare sulle donne. La Relazione del Presidente insiste su un punto: la denatalità non è solo un fenomeno demografico, ma una domanda sul futuro del Paese.
L’Assegno Unico e Universale è ormai un pilastro del sistema. Nel 2025 raggiunge oltre 6 milioni di nuclei familiari e 10 milioni di figli, con un trasferimento di risorse di circa 20 miliardi di euro all’anno.
Ma il Rapporto avverte anche che i trasferimenti monetari, da soli, non bastano. Possono favorire la natalità, ma se non sono accompagnati da servizi, lavoro stabile e conciliazione, rischiano di ridurre la partecipazione delle madri al mercato del lavoro.
Bonus asilo nido e lavoro da remoto aiutano le madri
Tra gli strumenti più efficaci emergono il Bonus asilo nido e il lavoro da remoto.
Il take-up del Bonus asilo nido è passato da circa il 4% nel 2017 a oltre il 35% nel 2025. Secondo l’analisi INPS, l’accesso al Bonus asilo nido ha determinato un aumento della probabilità di occupazione delle madri di circa 6 punti percentuali.
Anche il lavoro da remoto viene indicato come uno strumento utile per ridurre la penalizzazione economica legata alla maternità, la cosiddetta child penalty, e per favorire una migliore conciliazione tra lavoro e famiglia.
Il Rapporto lancia quindi una lezione precisa: la natalità non si sostiene solo con bonus, ma con un ecosistema fatto di lavoro, servizi per l’infanzia, congedi, flessibilità, parità di genere e accesso reale alle misure.
Pensioni: 16,4 milioni di pensionati e 371 miliardi di spesa
Il capitolo pensioni restituisce la dimensione della responsabilità dell’INPS.
Al 31 dicembre 2025 i pensionati erano circa 16,4 milioni, mentre l’importo lordo complessivo dei redditi pensionistici era pari a circa 371 miliardi di euro. Le pensioni INPS vigenti erano oltre 21 milioni.
La spesa pensionistica è cresciuta più del numero dei pensionati, soprattutto per effetto degli importi medi, della rivalutazione e della composizione delle prestazioni. Il Rapporto segnala che tra il 2023 e il 2025 la spesa è passata da 347 miliardi a 371 miliardi.
Ma il dato più significativo resta il divario di genere. Le donne rappresentano la maggioranza dei pensionati, circa il 51%, ma percepiscono solo il 44% dei redditi pensionistici complessivi. Il reddito pensionistico medio degli uomini è superiore a quello delle donne di circa il 34%.
Questo divario non nasce al momento della pensione. Nasce prima: salari più bassi, carriere discontinue, part-time, maternità, cura familiare e minore continuità contributiva.
Le pensioni di domani dipendono dal lavoro di oggi
La Relazione del Presidente insiste su una frase chiave: le pensioni di oggi raccontano le carriere di ieri, le pensioni di domani racconteranno il lavoro di oggi.
È una sintesi potente.
La sostenibilità previdenziale non può essere pensata soltanto come equilibrio contabile. Dipende da occupazione, salari, produttività, natalità, partecipazione femminile, lavoro giovanile, legalità contributiva e capacità delle imprese di crescere.
In questo senso, il Rapporto sposta il dibattito sulle pensioni: non solo requisiti, finestre e uscite anticipate, ma qualità del lavoro e solidità delle carriere.
Un INPS più digitale, ma anche più vicino
Il quarto capitolo del Rapporto guarda alla trasformazione dell’Istituto.
L’INPS punta su digitalizzazione, semplificazione, intelligenza artificiale, nuovi portali tematici e servizi organizzati per eventi della vita. Il Portale della Famiglia e della Genitorialità, ad esempio, integra oltre 40 prestazioni INPS e circa 300 servizi di altre Pubbliche Amministrazioni, superando la logica della singola pratica amministrativa.
Nella Relazione, Fava cita anche i numeri della nuova infrastruttura digitale: quasi un miliardo di servizi digitali erogati in ambiente autenticato da MyINPS, 5,5 milioni di download dell’App INPS Mobile in un anno e mezzo, oltre 300 milioni di accessi autenticati, 3 milioni di accessi al Portale Giovani e oltre 500 mila accessi al Portale Famiglia in quattro mesi.
Ma il Presidente avverte: il digitale non basta. Serve prossimità, soprattutto per aree interne, isole minori, persone fragili e cittadini meno attrezzati digitalmente.
Dati, legalità e fiducia
Il Rapporto presenta anche una visione nuova dei dati pubblici.
Gli archivi INPS non sono soltanto una banca dati amministrativa. Sono una delle più grandi infrastrutture conoscitive del Paese: raccontano lavoro, redditi, famiglie, pensioni, imprese, territori e fragilità.
L’intelligenza artificiale viene indicata come strumento per semplificare il linguaggio, personalizzare le comunicazioni, ridurre errori, rafforzare i controlli e prevenire frodi. Ma con un limite netto: l’algoritmo non deve mai diventare sovrano; deve restare uno strumento pubblico, comprensibile, controllabile e orientato alla giustizia amministrativa.
È una visione che lega innovazione e responsabilità.
Il welfare del futuro non può essere statico
La conclusione del Rapporto e della Relazione guarda oltre la gestione quotidiana.
Il welfare del futuro, secondo Fava, non potrà essere statico, frammentato e costruito intorno alla pratica. Dovrà essere dinamico come la vita delle persone: accompagnare il giovane che entra nel lavoro, la famiglia che genera e cura, l’impresa che vuole crescere nella legalità, il lavoratore che invecchia, il pensionato che porta con sé una storia contributiva, il cittadino fragile che cerca una risposta.
È qui che l’INPS prova a ridefinire sé stesso: non più soltanto terminale burocratico, ma presidio pubblico della coesione sociale.
Un’Italia sospesa tra record e fragilità
Il XXV Rapporto Annuale INPS consegna dunque un’Italia doppia.
Da una parte, un Paese che lavora di più, con occupazione ai massimi, più assicurati, più servizi digitali e una macchina pubblica che prova a modernizzarsi.
Dall’altra, un Paese che invecchia, fa pochi figli, paga ancora il prezzo del divario di genere, registra carriere discontinue, salari sotto pressione e squilibri territoriali profondi.
La sfida vera è tenere insieme tutto: lavoro e pensioni, famiglie e imprese, digitale e prossimità, legalità e inclusione, dati e diritti.
Perché il welfare non è solo spesa pubblica.
È il modo in cui uno Stato decide di non lasciare sole le persone nei passaggi decisivi della vita.
