Australia tagliata fuori: le promesse al vento del MAIE

di Alessio Di Giorgio

Il comunicato diffuso dal MAIE al termine del vertice romano, durante il quale Ricardo Merlo ha incontrato i vicepresidenti Vincenzo Odoguardi e Mario Borghese, trasmette un messaggio di ottimismo e di rilancio dell’azione politica del Movimento nel mondo.

Si parla di servizi consolari, promozione della cultura italiana, tutela del Made in Italy, Camere di commercio e riorganizzazione internazionale. Ma, leggendo attentamente il testo, emerge una domanda inevitabile: dov’è la difesa concreta dell’Australia?

Nel comunicato si legge che il MAIE «metterà il turbo» anche in Australia e che il senatore Mario Borghese tornerà presto nel nostro Paese per contribuire alla crescita del Movimento. Parole certamente positive, che tuttavia si scontrano con una realtà politica ben diversa.

La recente riforma della Circoscrizione Estero, approvata dalla Camera dei Deputati, cambia radicalmente gli equilibri della rappresentanza parlamentare degli italiani nel mondo. Per l’Australia le conseguenze sono pesanti.

La nostra comunità non sarà più inserita in una ripartizione con caratteristiche proprie, ma verrà accorpata a un’enorme circoscrizione che comprende Europa, Asia e Africa, nella quale il peso demografico europeo sarà inevitabilmente dominante.

Il risultato è evidente: le possibilità che un candidato residente in Australia venga eletto in Parlamento si riducono drasticamente.

È proprio questo il grande assente del comunicato del MAIE. Non una parola di preoccupazione, non una proposta di modifica, non un impegno esplicito per correggere una riforma che rischia di rendere l’Australia politicamente marginale.

Si preferisce parlare di riorganizzazione del Movimento in base alle nuove circoscrizioni, come se il problema fosse soltanto quello di adattarsi alle nuove regole. Ma la questione è molto più profonda.

Una forza politica nata per rappresentare gli italiani all’estero dovrebbe interrogarsi anzitutto sulla qualità della rappresentanza che quelle nuove regole garantiranno. Se una comunità perde, nei fatti, la possibilità di eleggere un proprio parlamentare, non basta promettere una maggiore presenza sul territorio o organizzare nuove iniziative politiche.

L’Australia ospita una delle comunità italiane più importanti al mondo. Migliaia di imprenditori, professionisti, associazioni regionali, organismi culturali, scuole di lingua italiana e istituzioni hanno costruito negli anni un patrimonio umano e sociale che rappresenta un valore per l’Italia stessa.

Una comunità così radicata meriterebbe una rappresentanza politica adeguata, non una riduzione del proprio peso elettorale.

Nel comunicato il presidente Merlo afferma che il MAIE è «l’unica forza politica presente in tutto il mondo». È una dichiarazione impegnativa, che comporta anche una grande responsabilità.

Essere presenti ovunque significa difendere tutte le comunità, comprese quelle che oggi rischiano di uscire fortemente penalizzate dalla nuova architettura elettorale.

Ancora più significativo è il passaggio in cui il vicepresidente Odoguardi sostiene che gli italiani all’estero si sentono «totalmente abbandonati dai partiti romani». È una riflessione che molti connazionali potrebbero condividere.

Ma proprio per questo sorprende il silenzio del comunicato sulla questione più delicata di tutte: la perdita di rappresentanza dell’Australia.

La vicinanza ai territori non si misura soltanto con le visite istituzionali, le riunioni o le dichiarazioni di principio. Si misura soprattutto nella capacità di difendere il diritto delle comunità a essere rappresentate nelle istituzioni della Repubblica.

Se davvero il MAIE intende rafforzare la propria presenza in Australia, il primo impegno dovrebbe essere quello di battersi affinché questa riforma venga rivista.

Perché, senza una reale possibilità di eleggere un parlamentare residente nel nostro continente, qualsiasi promessa di crescita organizzativa rischia di perdere gran parte del proprio significato.

L’Australia non chiede privilegi. Chiede semplicemente di non essere cancellata dal punto di vista politico. Chiede che una comunità costruita in oltre un secolo di storia migratoria continui ad avere una voce autonoma nelle istituzioni italiane.