GIORNALISTI ITALIANI ALL’ESTERO: CITTADINI A METÀ E PROFESSIONISTI DI SERIE B?

di Pier Francesco Corso

Sono italiani, hanno un passaporto italiano, lavorano come giornalisti e sono riconosciuti professionalmente nei Paesi dove esercitano.

Eppure in Italia possono trovarsi davanti a un muro costruito quando il mondo era ancora senza Internet. Dopo cittadinanza e riforma elettorale, un’altra vicenda rischia di diventare l’ennesima prova della distanza tra le promesse della politica e la realtà degli italiani nel mondo.

La domanda non è provocatoria. È semplicemente quello che viene da chiedersi osservando la vicenda dei giornalisti italiani residenti fuori dai confini nazionali.

La domanda è semplice: essere italiani all’estero è ancora una colpa da espiare ogni volta che si chiede qualcosa allo Stato italiano?

Parliamo di cittadini italiani con regolare passaporto, professionisti dell’informazione, quasi sempre iscritti agli organismi professionali dei Paesi nei quali esercitano la loro attività.

Giornalisti a tutti gli effetti, riconosciuti nei luoghi dove lavorano e chiamati ogni giorno a raccontare il mondo.

Quando però si tratta di ottenere il riconoscimento professionale italiano, la situazione cambia.

La normativa dell’Ordine dei giornalisti, nata nel 1963, continua infatti a essere il riferimento di una professione che nel frattempo ha subito una rivoluzione gigantesca.

Sono cambiati i giornali, sono cambiate le televisioni, è arrivato Internet, sono nati i social, le redazioni sono diventate globali e l’informazione non conosce più confini.

La legge, invece, sembra non essersene accorta.

E qui arriva il vero scandalo politico.

Da anni si parla dell’importanza degli italiani nel mondo, della necessità di valorizzarli e di mantenere vivo il rapporto con la madrepatria.

Ma quando una categoria di italiani chiede semplicemente che la normativa venga adeguata alla realtà professionale contemporanea, tutto sembra improvvisamente complicarsi.

Non si chiede una corsia. preferenziale.

Non si chiede di regalare iscrizioni.

Si chiede di riconoscere una realtà professionale che già esiste e che viene quotidianamente esercitata oltre confine.

E persino l’aspetto economico dovrebbe far riflettere: nuovi iscritti significherebbero anche nuove contribuzioni all’intero sistema professionale (ORDINE DEI GIORNALISTI) e, potenzialmente, nuove risorse per gli organismi che ruotano intorno alla categoria (CASAGIT).

Perché allora tanta prudenza?

Perché una legge del 1963 deve continuare a determinare situazioni che appartengono al 2026?

E soprattutto: perché gli italiani all’estero devono continuamente bussare alle porte di Roma per ricordare di essere italiani?

Dopo la tormentata vicenda della cittadinanza e le discussioni sulla rappresentanza parlamentare, anche questa storia rischia di aggiungersi alla lunga lista delle occasioni mancate.

Le promesse di attenzione verso le comunità italiane nel mondo non possono restare soltanto parole pronunciate nei discorsi ufficiali.

Servono fatti.

E tra questi fatti dovrebbe esserci anche la capacità di aggiornare una normativa vecchia di oltre sessant’anni.

Perché un Paese moderno non può pretendere di avere giornalisti italiani capaci di raccontarlo nel mondo e contemporaneamente trattarli, quando chiedono un riconoscimento professionale, come se vivessero ancora nell’Italia del 1963.

Gli italiani nel mondo non chiedono favori. Chiedono di non essere dimenticati.

E i loro giornalisti, forse, chiedono soltanto di poter essere italiani anche professionalmente.