L’agroalimentare italiano conquista il mondo: export record da 72,4 miliardi

Il settore cresce del 4,9 per cento e si conferma uno dei pilastri dell’economia nazionale. Qualità, tradizione e reputazione del Made in Italy continuano a vincere anche in una fase internazionale segnata da tensioni geopolitiche e nuovi dazi.

L’agroalimentare italiano continua a conquistare i mercati internazionali e raggiunge un risultato senza precedenti: nel 2025 le esportazioni del comparto hanno toccato 72,4 miliardi di euro, registrando una crescita del 4,9 per cento rispetto all’anno precedente.

Il dato, diffuso dall’Agenzia ICE in occasione delle celebrazioni per i cento anni dell’Istituto per il commercio con l’estero, rappresenta il nuovo massimo storico per il settore. Complessivamente, nello stesso anno, le esportazioni italiane sono aumentate del 3,3 per cento, nonostante l’instabilità geopolitica, le tensioni commerciali e l’incertezza provocata dalle politiche dei dazi.

Il risultato conferma la straordinaria capacità competitiva delle imprese italiane e la forza di un modello produttivo fondato sulla qualità delle materie prime, sulla trasformazione artigianale, sulla sicurezza alimentare e sul legame con i territori.

Dalla pasta all’olio extravergine di oliva, dai formaggi ai salumi, dal vino ai prodotti da forno, il cibo italiano non rappresenta soltanto una merce da esportare. È un patrimonio culturale, un modo di vivere e un’immagine dell’Italia riconosciuta e apprezzata in ogni parte del mondo.

Gli emigrati, primi ambasciatori del gusto italiano

Il presidente dell’ICE, Matteo Zoppas, ha ricordato anche il ruolo storico svolto dagli italiani emigrati all’estero. Milioni di connazionali, partiti tra l’inizio del Novecento e il secondo dopoguerra, portarono con sé ricette, abitudini alimentari e tradizioni familiari, diventando i primi autentici promotori dell’italianità nel mondo.

Ristoranti, panifici, negozi di alimentari e piccole attività fondate dagli emigrati hanno preparato il terreno sul quale oggi si muovono le grandi aziende e le filiere esportatrici italiane.

È una storia che conosciamo bene anche in Australia, dove la comunità italiana ha contribuito profondamente a trasformare la cultura gastronomica nazionale. Pasta, espresso, pizza, olio d’oliva, formaggi e prodotti regionali fanno ormai parte delle abitudini quotidiane di milioni di australiani.

Una ricchezza da proteggere

Il record non deve però essere considerato un punto di arrivo. La crescita dell’agroalimentare italiano resta esposta alla contraffazione, all’“Italian sounding”, alle barriere sanitarie e doganali, ai costi della logistica e alla concorrenza di Paesi che investono sempre maggiormente in innovazione e promozione.

Difendere il Made in Italy significa quindi proteggere le denominazioni di origine, sostenere le piccole e medie imprese, rafforzare i controlli contro le imitazioni e aiutare i produttori a raggiungere nuovi mercati.

Serve anche una promozione più incisiva nei Paesi lontani dall’Europa. Mercati come Australia, Asia e area indo-pacifica possono offrire ulteriori opportunità, ma richiedono strategie commerciali specifiche, reti distributive efficienti e una presenza istituzionale costante.

Il cibo come ambasciatore dell’Italia

I 72,4 miliardi di euro di esportazioni raccontano molto più di un successo economico. Dimostrano che l’Italia continua a essere riconosciuta nel mondo per la sua capacità di trasformare tradizione, territorio e creatività in prodotti di valore.

Ogni bottiglia, forma di formaggio, pacco di pasta o conserva che attraversa i confini porta con sé un pezzo della nostra identità.

L’agroalimentare italiano fa gola al mondo perché non vende soltanto cibo: vende storia, cultura, qualità e fiducia. Ed è proprio questo patrimonio, costruito da generazioni di agricoltori, imprenditori, artigiani ed emigrati, che l’Italia deve continuare a difendere e valorizzare.

Siamo stati, e continuiamo a essere, i migliori ambasciatori del Made in Italy nel mondo. Sono stati gli italiani emigrati a far conoscere la nostra cucina, i nostri prodotti e la nostra cultura ben prima delle grandi campagne di promozione. Peccato che, mentre celebriamo questo successo, si continui a ridurre il peso politico delle comunità italiane all’estero, togliendo progressivamente voce a chi, per decenni, ha contribuito a costruire questo straordinario patrimonio. Non si può applaudire gli ambasciatori del Made in Italy e, allo stesso tempo, chiudere loro la bocca.