Garlasco, il giornalismo e la guerra delle tifoserie

di Emanuele Esposito

C’è un momento in cui una vicenda giudiziaria smette di essere soltanto un caso di cronaca e si trasforma in qualcos’altro. In un’arena. In una tifoseria permanente. In una guerra di posizioni dove il confine tra informazione, spettacolo e propaganda diventa sempre più sottile.

Ed è esattamente ciò che sta accadendo attorno al caso Garlasco.

Non mi colpiscono le nuove piste investigative. Non mi scandalizzano i dubbi. Non mi sorprendono nemmeno le contrapposizioni tra innocentisti e colpevolisti. Fa parte della natura umana cercare risposte, schierarsi, credere in una verità.

Quello che invece inquieta davvero è il clima tossico che si è costruito attorno a chi prova ancora a fare giornalismo leggendo le carte, studiando gli atti, confrontando le versioni, analizzando incongruenze e raccontando i fatti senza trasformarsi in tifoso.

Negli ultimi mesi abbiamo assistito a una vera e propria delegittimazione pubblica di alcuni cronisti che, piaccia oppure no, hanno almeno avuto il merito di lavorare sui documenti. Penso a Rita Cavallaro, Luigi Grimaldi, Gianluca Zanella, Alessandro Di Giuseppe de Le Iene e ad altri giornalisti che stanno affrontando questa vicenda con un approccio investigativo e non ideologico.

Eppure basta mettere in discussione alcune certezze costruite mediaticamente perché scatti immediatamente il processo pubblico. Arrivano le etichette. Arriva il linciaggio social. Arriva l’accusa di voler “riscrivere la verità”.

Ma la verità giudiziaria non è un dogma religioso.
È una costruzione umana.
E proprio perché umana può anche sbagliare.

La storia italiana purtroppo lo dimostra.

È accaduto con Enzo Tortora.
È accaduto con Beniamino Zuncheddu.
Ed è accaduto in decine di altre vicende dove sentenze considerate inattaccabili si sono poi sgretolate davanti a nuovi elementi, errori investigativi o riletture processuali.

Attenzione però: questo non significa dire che Alberto Stasi sia innocente. E non significa neppure sostenere che Andrea Sempio sia colpevole. Fino a prova contraria Sempio è innocente e sarà eventualmente la giustizia a stabilire fatti e responsabilità.

Il punto è un altro.
Molto più semplice.
Molto più serio.

Il giornalismo deve avere il diritto di fare domande senza essere processato a sua volta.

Ho letto il post di Selvaggia Lucarelli. Comprendo perfettamente la critica verso il circo mediatico che da mesi ruota attorno a Garlasco. Comprendo la denuncia verso chi ha trasformato questa tragedia in spettacolo continuo, alimentando teorie improbabili, suggestioni fantasiose e ricostruzioni ai limiti del surreale.

Su questo ha ragione.
In televisione, negli ultimi mesi, abbiamo visto davvero di tutto.

Ma proprio per questo bisognerebbe distinguere.

Perché mettere nello stesso calderone chi inventa favole e chi invece lavora sugli atti è profondamente ingiusto. Esiste una differenza enorme tra il sensazionalismo televisivo e il giornalismo investigativo. Tra la suggestione e il documento. Tra l’opinione urlata e l’analisi delle carte.

Ed è qui che, personalmente, credo che anche Gianluigi Nuzzi abbia preso una cantonata.

Lo dico con rispetto, perché Nuzzi resta uno dei giornalisti italiani che ho sempre stimato maggiormente, soprattutto per il lavoro svolto sulle vicende vaticane e sui grandi scandali italiani. Ma proprio per questo sorprende vedere, almeno sul caso Garlasco, un approccio che appare spesso orientato più verso una linea narrativa già definita che verso una rilettura fredda e rigorosa degli atti.

E le carte contano.
Contano sempre.

Contano le incongruenze.
Contano le tempistiche.
Contano i reperti.
Contano le perizie.
Contano gli elementi emersi negli anni.

Non le simpatie televisive.
Non i social.
Non le tifoserie.

Oggi sembra quasi impossibile sostenere che una sentenza possa essere discussa senza essere accusati di voler delegittimare la magistratura. Ma una democrazia matura vive anche del dubbio, del confronto e della possibilità di rileggere criticamente ciò che sembrava già definitivo.

Il dubbio non è un reato.
L’approfondimento non è complicità.
E il giornalismo non dovrebbe mai avere paura di leggere le carte fino in fondo.

Il problema è che attorno a questa vicenda si è ormai costruito un ecosistema tossico dove chiunque si improvvisi commentatore, investigatore o “esperto social” si sente autorizzato a distribuire sentenze morali, accuse e insinuazioni.

È il trionfo della percezione sulla documentazione.
Della frase virale sulla prova tecnica.
Del “l’ho letto online” che vale più di una perizia.

Ed è qui che il giornalismo rischia davvero di morire.

Perché una cosa è contestare una tesi investigativa. Altra cosa è demolire professionalmente chi da anni fa cronaca giudiziaria con serietà. Rita Cavallaro, Luigi Grimaldi, Zanella, Giuseppe Di Giuseppe e altri possono piacere oppure no. Si possono condividere oppure contestare le loro conclusioni. Ma almeno fanno un lavoro basato sugli atti.

Il resto spesso è soltanto rumore.

E forse il problema vero è proprio questo: il giornalismo italiano sta lentamente perdendo la capacità di distinguere tra inchiesta e spettacolo, tra informazione e tifoseria.

Oggi sembra obbligatorio schierarsi.
O stai con Stasi.
O stai con Sempio.

Come se il giornalismo dovesse diventare una militanza.

No.

Il giornalismo dovrebbe stare con i fatti. Sempre. Anche quando disturbano. Anche quando mettono in crisi convinzioni consolidate. Anche quando obbligano tutti — magistratura, media e opinione pubblica — a porsi domande scomode.

Perché quando il giornalismo smette di fare domande, resta soltanto il rumore.