Da Garlasco alla strage di Erba, dal delitto di Yara Gambirasio alla morte di David Rossi. Condanne definitive, nuove indagini, richieste di revisione e perizie continuano a interrogare magistrati e opinione pubblica. Non è in discussione il principio del giudicato, ma la capacità del sistema di riconoscere e correggere eventuali errori.
Ci sono processi che terminano con una sentenza e casi giudiziari che, nonostante le sentenze, non finiscono mai.
Garlasco, Yara Gambirasio, la strage di Erba, David Rossi. Vicende profondamente diverse, che non possono essere sovrapposte sul piano giudiziario, ma accomunate da un elemento: anni dopo i fatti continuano a produrre indagini, perizie, ricorsi, richieste di revisione e ricostruzioni alternative.
È sufficiente per mettere in discussione le decisioni dei tribunali? No.
È sufficiente per interrogarsi sul funzionamento della macchina giudiziaria? Sì.
Garlasco e il confine tra giudicato e ricerca della verità
Il caso di Garlasco è oggi quello più evidente.
Alberto Stasi sta scontando una condanna definitiva a sedici anni per l’omicidio di Chiara Poggi, uccisa il 13 agosto 2007. Prima della condanna definitiva erano arrivate due assoluzioni. Successivamente il percorso processuale cambiò fino al verdetto divenuto irrevocabile nel 2015.
Eppure, quasi vent’anni dopo il delitto, la Procura di Pavia è tornata a indagare Andrea Sempio, amico del fratello della vittima.
Sempio non è stato condannato e deve essere considerato innocente fino a eventuale sentenza definitiva. La nuova indagine non annulla inoltre la condanna di Stasi.
Il problema è un altro.
Perché elementi provenienti dalla scena del crimine continuano, dopo quasi due decenni, a essere analizzati e interpretati?
Se nuove tecnologie consentono oggi accertamenti non possibili nel 2007, il sistema sta semplicemente utilizzando strumenti migliori. Se invece vengono rivalutati elementi già disponibili allora, inevitabilmente nasce la domanda su quanto fosse completa l’indagine originaria.
È il confine delicato tra certezza del diritto e ricerca della verità.
Yara Gambirasio e il rapporto tra processo e scienza
Un altro caso emblematico è quello di Yara Gambirasio.
Massimo Bossetti è stato condannato definitivamente all’ergastolo per l’omicidio della tredicenne di Brembate di Sopra. Il DNA rinvenuto sugli indumenti della vittima ha rappresentato uno degli elementi centrali dell’accusa.
Anche in questo caso, però, il confronto giudiziario sui reperti non è terminato.
La difesa ha continuato a chiedere nuove verifiche, sostenendo la necessità di poter esaminare ancora il materiale disponibile.
Nessuna richiesta della difesa costituisce naturalmente una prova di innocenza. Ma il caso porta direttamente a una delle grandi questioni della giustizia contemporanea: il rapporto tra processo e scienza.
DNA, impronte, telefonia, geolocalizzazioni e medicina legale hanno rivoluzionato le indagini. Ma la prova scientifica non vive autonomamente.
Un reperto deve essere raccolto, conservato, analizzato e interpretato.
La scienza può ridurre enormemente il margine di errore, ma non elimina l’intervento umano.
Lo stesso dato può essere discusso da consulenti differenti, lasciando poi al giudice il compito di valutarne il peso processuale.
La strage di Erba e la differenza tra dubbio mediatico e dubbio processuale
La strage di Erba presenta invece un quadro diverso.
Olindo Romano e Rosa Bazzi sono stati condannati definitivamente all’ergastolo per l’uccisione di quattro persone avvenuta l’11 dicembre 2006.
Negli anni sono state avanzate ipotesi alternative, contestate confessioni, analizzate testimonianze e discusse prove.
Il caso è diventato uno dei più seguiti dalla televisione italiana.
La richiesta di revisione è però stata respinta e la Cassazione ha confermato la decisione.
È un elemento importante, perché dimostra come il dubbio mediatico non coincida automaticamente con il dubbio processuale.
Un programma televisivo può proporre una ricostruzione alternativa. Un tribunale deve verificare se gli elementi presentati possiedano i requisiti previsti dalla legge per mettere in discussione una sentenza definitiva.
Ed è proprio qui che emerge un secondo grande problema: il processo mediatico.
Quando il processo entra nelle case degli italiani
Negli ultimi decenni alcuni dei più importanti casi di cronaca nera italiana si sono trasformati in lunghissime serie televisive.
Intercettazioni, fotografie, ricostruzioni, plastici, consulenti, familiari e testimoni entrano quotidianamente nelle case degli italiani.
L’indagato viene spesso sottoposto a un giudizio pubblico molto prima di arrivare davanti a un giudice.
Ogni comportamento viene interpretato.
Se piange, qualcuno sostiene che stia recitando.
Se non piange, diventa freddo.
Se parla troppo, vuole convincere.
Se tace, avrebbe qualcosa da nascondere.
È una giustizia parallela che non conosce le regole del codice di procedura penale.
David Rossi e le domande rimaste aperte
Il caso di David Rossi pone ancora un’altra questione.
Il responsabile della comunicazione di Monte dei Paschi di Siena morì il 6 marzo 2013 dopo essere precipitato dalla finestra del proprio ufficio.
Per anni l’ipotesi del suicidio ha rappresentato la ricostruzione principale.
Successivamente il caso è stato nuovamente esaminato anche in sede parlamentare e nuove consulenze hanno avanzato una ricostruzione diversa.
Una commissione parlamentare non emette sentenze e le sue conclusioni non sostituiscono quelle dell’autorità giudiziaria.
Ma quando, a distanza di anni, istituzioni dello Stato tornano a esaminare ferite, immagini, tempi e dinamiche di una morte già oggetto di precedenti indagini, la domanda diventa inevitabile: tutti gli accertamenti possibili furono compiuti correttamente all’inizio?
L’errore giudiziario non è soltanto un’ipotesi teorica
La storia giudiziaria italiana dimostra comunque che l’errore non è soltanto un’ipotesi teorica.
Il caso più noto rimane quello di Enzo Tortora, arrestato e condannato in primo grado prima di essere definitivamente assolto.
Più recentemente Beniamino Zuncheddu ha ottenuto la revisione della condanna dopo avere trascorso oltre trent’anni in carcere.
Sono casi eccezionali e non possono essere utilizzati per mettere genericamente sotto accusa migliaia di sentenze.
Dimostrano però che il sistema giudiziario, essendo umano, può sbagliare.
Ed è proprio per questo che esistono appello, Cassazione e revisione.
Definitività non significa infallibilità
La vera questione non è stabilire se la giustizia italiana funzioni oppure no attraverso quattro casi clamorosi.
Una macchina giudiziaria viene valutata soprattutto dalla qualità delle indagini, dal rispetto delle garanzie, dalla capacità di conservare le prove, dall’indipendenza dei giudici e dalla possibilità di correggere gli errori.
La sentenza definitiva è indispensabile.
Nessuna società potrebbe vivere con processi eternamente aperti.
Ma definitività non significa infallibilità.
Allo stesso modo, una nuova indagine non significa che quelle precedenti fossero sbagliate.
Può confermarle.
Può aggiungere particolari.
Oppure, nei casi più rari, può ribaltare ciò che per anni era stato considerato certo.
Il ruolo dell’informazione
Rimane infine il ruolo dell’informazione.
Il giornalista deve controllare il potere giudiziario come controlla qualsiasi altro potere dello Stato.
Deve porre domande, verificare documenti, evidenziare contraddizioni.
Ma non può trasformarsi nel giudice alternativo.
Vale per le condanne mediatiche come per le assoluzioni mediatiche.
La presunzione di innocenza resta un principio fondamentale anche quando il caso divide l’opinione pubblica.
Forse è proprio questo il punto comune di vicende tanto differenti.
La giustizia deve essere sufficientemente forte da produrre decisioni definitive.
Ma deve essere altrettanto forte da riesaminare se stessa quando emergono elementi realmente nuovi.
Perché una sentenza deve chiudere un processo.
Non necessariamente ogni domanda.
E la credibilità della giustizia non nasce dall’affermare che l’errore sia impossibile.
Nasce dalla capacità di riconoscerlo quando viene dimostrato.
