C’è una frase che in queste ore rimbalza da Salerno fino ai palazzi romani della politica: “Lo sceriffo è tornato”. E no, non è soltanto folklore. Non è solo l’ennesimo meme italiano. È qualcosa di più profondo. Molto più italiano.
Vincenzo De Luca ha stravinto ancora. Cinque volte sindaco. Un consenso che sfiora il 60%. Un risultato quasi plebiscitario. E soprattutto ottenuto senza simboli nazionali, senza il sostegno pieno del partito, senza bisogno del cosiddetto “campo largo”.
Perché De Luca ormai è oltre il partito. È diventato un marchio politico personale. Un sistema. Un’identità amministrativa. Un personaggio che divide ma che continua incredibilmente a vincere.
Ed è qui che nasce la domanda vera: perché in Italia continuiamo ad amare figure così?
L’Italia degli uomini forti
Ogni epoca italiana ha avuto il suo “uomo solo al comando”. Da Berlusconi a Grillo, da Renzi a Salvini. Ognuno prometteva di rompere il sistema. Ognuno si presentava come quello che “dice le cose come stanno”.
De Luca appartiene a una categoria ancora diversa: quella dell’amministratore-padrone. Del sindaco-sovrano. Del politico che trasforma il territorio nella propria estensione personale.
Quando urlava “Salerno è mia”, non era soltanto una provocazione. Era una fotografia politica.
E il punto è che molti cittadini quella frase non la trovano scandalosa. La trovano rassicurante.
Il pragmatismo che batte le ideologie
La verità è che gli italiani, soprattutto a livello locale, spesso perdonano tutto a chi “fa le cose”.
Puoi essere aggressivo.
Puoi essere sopra le righe.
Puoi insultare gli avversari.
Puoi litigare con il tuo stesso partito.
Ma se le strade sono pulite, se il lungomare funziona, se la città cresce, allora una parte enorme dell’elettorato chiude un occhio. A volte due.
De Luca ha costruito la sua leggenda esattamente così: opere pubbliche, presenza continua, linguaggio diretto, teatralità permanente. Un mix unico tra amministratore, cabarettista e comandante militare.
E in un’Italia dove la politica nazionale appare spesso debole, confusa e burocratica, figure così continuano ad avere un fascino enorme.
Lo sceriffo come sintomo del Paese
Il ritorno di De Luca racconta anche un’altra cosa: la crisi dei partiti tradizionali.
Il PD gli nega il simbolo? Lui vince lo stesso.
I leader nazionali non si vedono? Poco importa.
Schlein e Conte parlano di coalizioni? A Salerno decide De Luca.
È la dimostrazione che in molte realtà italiane il consenso non passa più dai partiti ma dai leader territoriali forti. Dai feudatari politici moderni. Dai “viceré”, come i suoi detrattori lo chiamano da anni.
E forse è proprio questo il vero problema italiano: continuiamo a sostituire le istituzioni con i personaggi.
Ma attenzione a sottovalutarlo
Molti lo ridicolizzano per le battute sui “cinghialoni”, il lanciafiamme o le dirette Facebook diventate virali durante il Covid. Ma sarebbe un errore enorme pensare che De Luca sia solo spettacolo.
Dietro la caricatura c’è un animale politico rarissimo: uno che attraversa cinquant’anni di Prima Repubblica, PCI, Ulivo, PD, populismi, tecnocrazie e social network restando sempre centrale.
Mentre leader nazionali nascono e scompaiono nel giro di una stagione televisiva, lui è ancora lì.
Con la stella da sceriffo appuntata sul petto.
E forse il dato più impressionante non è che Vincenzo De Luca abbia vinto ancora.
Ma che l’Italia, dopo tutti questi anni, continui ad amare esattamente quel tipo di leader.
