NELLA NUOVA LEGGE ELETTORALE LA PROPOSTA PER IMPORRE AI CANDIDATI IN ITALIA TRE ANNI DI RESIDENZA ALL’ESTERO È STATA PRESENTATA, MA NON È STATA APPROVATA. ORA LA PALLA TORNA ALLA CAMERA
di Pier Francesco Corso
Attenzione alle parole, perché sulla circoscrizione Estero si rischia di creare un caso che il testo della legge, oggi, non conferma. La domanda è semplice: un cittadino residente in Italia può ancora candidarsi per rappresentare gli italiani all’estero? La risposta è sì. Il testo tornato dal Senato alla Camera mantiene infatti espressamente questa possibilità. Ma c’è un particolare tutt’altro che secondario: durante l’esame al Senato è stata presentata una proposta (l’emendamento è il 6.2 del sen. Roberto Menia di FdI) che avrebbe imposto ai candidati almeno tre anni di residenza continuativa all’estero e la residenza nella relativa ripartizione. Quella proposta, però, non è entrata nel testo approvato al Senato.
La vicenda diventa così interessante non soltanto per chi vive fuori dall’Italia, ma anche per chi vive in Italia e guarda alla circoscrizione Estero come possibile spazio di candidatura.
Cominciamo dalla domanda che interessa direttamente gli italiani nel mondo, ma che riguarda anche molti cittadini residenti in Italia: per candidarsi nella circoscrizione Estero bisogna vivere necessariamente fuori dall’Italia? La risposta, guardando il testo ufficiale della legge elettorale tornato alla Camera, è no. La norma continua infatti a stabilire che gli elettori residenti in Italia possono essere candidati in una sola ripartizione della circoscrizione Estero, mentre gli elettori residenti all’estero possono essere candidati esclusivamente nella ripartizione nella quale risiedono.
Non è una sfumatura interpretativa: è scritto espressamente nel testo comparato ufficiale del Senato.
Ma proprio qui comincia la parte più interessante della storia. Perché durante l’esame al Senato una proposta per cambiare radicalmente questa situazione era stata effettivamente presentata. La proposta (l’emendamento è il 6.2 presentato dal sen. Roberto Menia di FdI) prevedeva che, per essere accettata, la candidatura dovesse essere accompagnata da una certificazione della residenza continuativa all’estero per almeno tre anni precedenti le elezioni e stabiliva inoltre che il candidato dovesse essere residente ed elettore nella relativa ripartizione.
Se fosse stata approvata, la situazione sarebbe stata molto diversa da quella oggi prevista dal testo. Un residente a Roma, Milano, Napoli o Palermo non avrebbe più potuto presentarsi semplicemente come candidato nella circoscrizione Estero sulla base della disciplina vigente nel caso fosse stata approvata. Ma quella proposta non è diventata norma. Il testo licenziato dal Senato ha mantenuto invece la formulazione che consente ai residenti in Italia di candidarsi in una sola ripartizione della circoscrizione Estero.
È una distinzione fondamentale, perché permette di separare un fatto da una possibilità che è stata discussa in Parlamento. Il fatto è che oggi l’obbligo generalizzato di residenza all’estero non c’è. La possibilità di introdurlo è stata invece concretamente messa sul tavolo parlamentare. E questo spiega probabilmente perché il tema abbia generato dubbi e domande. Ma il Senato non si è limitato a non modificare il requisito di residenza. Ha modificato altri aspetti della disciplina della circoscrizione Estero. Tra questi, il nuovo assetto delle ripartizioni e le regole per la presentazione delle liste. Il testo interviene inoltre sulle sottoscrizioni necessarie per presentare le liste, prevedendo casi di esenzione per partiti e gruppi politici che possiedono determinati requisiti parlamentari o elettorali. Sono modifiche importanti, perché le regole sulle firme possono incidere concretamente sulla possibilità di presentare una lista e quindi sulla competizione elettorale. Ma non devono essere confuse con il requisito della residenza del candidato. Sono due questioni diverse. E arriviamo così al punto decisivo: la legge non è ancora definitivamente approvata. La Camera aveva approvato il testo il 16 luglio; il Senato lo ha approvato con modificazioni il 15 settembre; il provvedimento è quindi tornato a Montecitorio con il numero C. 2822-B. Non si tratta, però, di una nuova partita giocata da zero. Il relatore alla Camera lo ha spiegato chiaramente in Aula: essendo il testo già approvato dalla Camera e modificato dal Senato, Montecitorio deve deliberare sulle modificazioni introdotte da Palazzo Madama e sugli emendamenti ad esse conseguenti. E allora può ancora cambiare la norma che riguarda i candidati residenti in Italia? Qui bisogna essere molto precisi a fronte delle tante richieste pervenute al riguardo.
Ed è questa la vera notizia per tutti gli interessati al problema. Alla Camera, nelle prossime importanti sedute, non è definitivamente più possibile, in questa terza lettura, presentare un nuovo emendamento per introdurre il requisito dei tre anni di residenza all’estero, perché la disciplina delle candidature nella Circoscrizione Estero non è stata modificata dal Senato in un modo tale che consenta di riaprirla.
Non basta che qualcuno presenti una proposta: nella terza lettura bisogna verificare che l’intervento sia ammissibile secondo le regole parlamentari e che sia collegato alle modifiche introdotte dal Senato.
La Camera, insomma, non può semplicemente riaprire ogni articolo della legge e riscriverlo liberamente. Ma questo, tuttavia, non significa che ogni sorpresa sia impossibile. Significa che eventuali modifiche dovranno passare attraverso il filtro delle regole della terza lettura.
Per gli italiani all’estero e per i potenziali candidati residenti in Italia, dunque, il messaggio oggi è duplice. Primo: nessuno è stato cancellato dal testo attuale soltanto perché risiede in Italia. Secondo: bisogna continuare a seguire il passaggio alla Camera perché il provvedimento non è ancora definitivo.
La partita giocata, quindi, non è quella che “i residenti in Italia sono stati esclusi”, perché oggi il testo dice il contrario. La partita è capire se qualcuno proverà nuovamente a modificare quella regola e se una simile modifica sarà ammissibile nella fase conclusiva dell’iter.
Per gli italiani nel mondo la questione è tutt’altro che marginale. La circoscrizione Estero è nata per assicurare una rappresentanza parlamentare ai cittadini italiani residenti fuori dal territorio nazionale, ma la legge ha storicamente previsto anche la possibilità di candidarsi per gli elettori residenti in Italia.
Cambiare questo equilibrio significherebbe intervenire direttamente sulle condizioni di accesso alla rappresentanza. Ecco perché sarà necessario leggere gli atti parlamentari, non soltanto i titoli dei giornali. Perché tra una norma approvata, una norma proposta e una norma che qualcuno vorrebbe introdurre c’è la stessa differenza che passa tra una porta aperta, una porta progettata e una porta soltanto disegnata sul muro. Per ora, quella porta per i residenti in Italia è ancora aperta. Ma siccome il Parlamento è arrivato all’ultima curva, meglio non allontanarsi troppo dal citofono: perché potrebbe sempre suonare qualcuno con un emendamento in mano.
