Onorevole Di Giuseppe, mi dica: quanto vale davvero il mio voto?

Nel suo intervento alla Camera sulla nuova legge elettorale ha parlato di preferenze, stabilità, responsabilità, territorio e comunità. Ma proprio dalle sue parole emergono, a mio avviso, contraddizioni profonde. Da Sydney le pongo alcune domande semplici: conosce davvero le comunità che pretende di rappresentare? E soprattutto, noi italiani residenti all’estero siamo cittadini italiani fino in fondo oppure soltanto quando dobbiamo eleggere qualcuno?

Trovo vergognoso e politicamente inaccettabile che un deputato della Repubblica eletto all’estero possa sostenere un discorso del genere proprio mentre il Parlamento sta ridisegnando la rappresentanza degli italiani nel mondo.

Onorevole Andrea Di Giuseppe, voglio partire dalle sue stesse parole, perché è dentro il suo intervento che, a mio avviso, emergono con maggiore chiarezza tutte le contraddizioni di questa riforma.

Lei dice che una buona legge elettorale non deve rendere più comoda la vita degli eletti, ma deve obbligarli a conquistare una fiducia, conservarla e soprattutto meritarla nuovamente. Dice che la politica deve inchinarsi davanti alla volontà popolare e che un parlamentare deve sapere grazie a chi siede in Parlamento.

Belle parole.

Allora mi permetta una domanda molto semplice: quanto vale la mia volontà popolare?

Io vivo a Sydney. Sono cittadino italiano. Sono iscritto all’AIRE. Ho un passaporto italiano. Voto alle elezioni politiche italiane. La Repubblica italiana mi riconosce come suo cittadino.

E allora mi dica, onorevole: il mio voto è italiano oppure no?

Perché quando dobbiamo eleggere i parlamentari della circoscrizione Estero siamo italiani a tutti gli effetti. Quando però si costruisce il meccanismo nazionale sul quale si determina il peso complessivo dei partiti e della governabilità, il voto degli italiani all’estero segue una strada separata.

Allora mi dica lei: quanto vale il voto di un cittadino italiano residente a Sydney rispetto a quello di un cittadino residente a Pordenone?

Io non voglio valere di più.

Voglio semplicemente valere allo stesso modo.

Lei parla continuamente di restituzione del potere al cittadino. Dice che le preferenze restituiscono all’elettore la possibilità di scegliere direttamente chi debba rappresentarlo.

Benissimo.

Ma poi, quando arriva alla circoscrizione Estero, sembra quasi che le differenze territoriali diventino improvvisamente secondarie.

Lei dice che New York non è Miami, Miami non è Toronto, Toronto non è Città del Messico e si domanda per quale ragione dovrebbe essere capace di comprendere i problemi di Vancouver ma improvvisamente incapace di comprendere quelli di Sydney o Buenos Aires.

Onorevole, nessuno sostiene che lei non sia capace di comprendere un problema che nasce a Sydney.

Il punto è completamente diverso.

Il punto è rappresentare una comunità.

E rappresentare una comunità non significa conoscere genericamente i problemi dei servizi consolari, della cittadinanza, della previdenza o della fiscalità.

Sydney non è Toronto. Toronto non è Dubai. Dubai non è Buenos Aires. Buenos Aires non è New York.

Le comunità italiane all’estero non sono filiali della stessa azienda sparse nel mondo.

Sono il risultato di storie migratorie completamente differenti, di generazioni differenti, di rapporti differenti con l’Italia e con i Paesi nei quali gli italiani hanno costruito la propria vita.

Ci sono comunità nate attraverso le grandi migrazioni del dopoguerra. Ce ne sono altre formate prevalentemente dalla nuova mobilità italiana. Ci sono realtà arrivate alla terza e alla quarta generazione e altre composte da persone partite dall’Italia cinque o dieci anni fa.

Ci sono comunità nelle quali la lingua italiana continua a vivere nelle famiglie e altre nelle quali bisogna combattere ogni giorno perché i figli e i nipoti non la perdano.

Questo, onorevole, si chiama territorio.

Il territorio non è semplicemente il numero di chilometri che separano Sydney da Toronto.

Il territorio è storia.

È memoria.

È presenza.

È associazionismo.

È conoscere le famiglie, le scuole, i giornali, le radio, i club, le imprese, le associazioni e le persone che hanno costruito quella comunità.

Ed è proprio dal suo discorso, caro onorevole, che si evince con una certa nettezza, almeno dal mio punto di vista, che lei queste comunità non le conosce fino in fondo.

Lei ha parlato anche dei patronati, dicendo che un rappresentante non dovrebbe delegare ai patronati di turno il proprio ufficio elettorale.

D’accordo.

Ma allora permetta anche a me di rivolgerle la stessa domanda.

Evidentemente, come accade a qualunque candidato, anche lei avrà avuto persone, associazioni, gruppi o realtà del territorio che l’hanno sostenuta.

Tutto lecito.

Tutto normale.

La politica vive anche di relazioni, organizzazione e consenso.

Ma io le chiedo: quando è stata l’ultima volta che ha parlato veramente con la sua comunità?

E quando dico comunità non parlo soltanto della cerchia diplomatica.

Non parlo soltanto di ambasciatori, consoli, dirigenti, grandi imprenditori o delle persone che normalmente partecipano ai ricevimenti ufficiali quando arriva un parlamentare.

Parlo delle persone vere.

Quelle che hanno fatto sacrifici veri.

Parlo dell’italiano che quarant’anni fa è arrivato con una valigia e ha lavorato una vita intera.

Parlo del pensionato che deve affrontare problemi burocratici.

Parlo della famiglia che cerca di mantenere viva la lingua italiana con i propri figli.

Parlo dei giovani arrivati dall’Italia negli ultimi anni, che vivono una realtà completamente diversa dalla vecchia emigrazione.

Quando è stata l’ultima volta che si è seduto con loro?

Quando è stata l’ultima volta che li ha ascoltati senza una cerimonia, senza un ricevimento, senza una fotografia ufficiale?

Perché questa è la comunità.

E allora le faccio un’altra domanda.

Lei ha fatto politica sul territorio prima di arrivare in Parlamento?

Qual è stata la sua storia politica dentro le comunità italiane?

Quali battaglie aveva portato avanti per gli italiani all’estero prima della candidatura?

Quale rapporto aveva costruito con il territorio prima di cercare un posto in lista con Fratelli d’Italia?

Sono domande politiche, non personali.

Perché quando un parlamentare utilizza la propria esperienza per spiegare agli altri come debba funzionare la rappresentanza, è legittimo chiedergli quale sia stata quella esperienza.

E questo mi porta inevitabilmente a Fratelli d’Italia.

Lei rappresenta un partito che rivendica una storia politica della destra italiana nella quale il nome di Mirko Tremaglianon può essere semplicemente ricordato durante le commemorazioni.

Tremaglia non apparteneva a Fratelli d’Italia, perché morì prima della nascita del partito. Ma apparteneva a quella storia della destra italiana dalla quale Fratelli d’Italia rivendica parte delle proprie radici.

Ed è proprio per questo che, a mio giudizio, questa legge rappresenta un tradimento politico dello spirito della battaglia di Tremaglia.

Tremaglia non combatté per trasformare gli italiani nel mondo in una massa elettorale indistinta.

Non combatté perché Sydney, Toronto, Buenos Aires, Johannesburg e Dubai diventassero praticamente intercambiabili.

Combatté perché gli italiani nel mondo avessero una propria voce.

Una propria rappresentanza.

Un rapporto diretto con il Parlamento della Repubblica.

Combatté perché chi aveva lasciato l’Italia non venisse considerato un cittadino di serie B.

Ed è grazie a quella battaglia se oggi lei, onorevole Di Giuseppe, può sedere in Parlamento come eletto all’estero.

È grazie a quella legge.

È grazie anche alle comunità.

Ed è sicuramente anche grazie a persone che quelle comunità conoscevano, frequentavano e organizzavano che ogni candidato ha potuto costruire il proprio consenso.

Io non so chi l’abbia sostenuta nella sua candidatura.

Non so quali persone, associazioni o realtà abbiano lavorato per lei.

Non attribuisco responsabilità a chi non conosco.

Ma una domanda politica posso farla.

Chi l’ha sostenuta allora, ascoltando oggi il suo discorso, è davvero fiero di queste parole?

Si riconosce in questa idea di rappresentanza?

Perché quando si chiede a qualcuno di scrivere il proprio nome su una scheda non si chiede soltanto una preferenza.

Si chiede fiducia.

E lei stesso lo ha detto nel suo intervento: quando qualcuno scrive il tuo nome, ti affida una parte della propria voce.

Esattamente.

Ma quella voce poi bisogna ascoltarla.

Non soltanto quando serve per essere eletti.

Bisogna ascoltarla quando diventa scomoda.

Bisogna ascoltarla quando una comunità dice che non vuole essere diluita dentro collegi grandi quanto mezzo pianeta.

Bisogna ascoltarla quando un italiano di Sydney dice che la propria storia non è la stessa di un italiano di Toronto.

Lei sostiene che i problemi delle nostre comunità sarebbero molto più simili di quanto qualcuno voglia far credere: servizi consolari, documenti, cittadinanza, previdenza, fiscalità, Made in Italy.

Certamente sono problemi comuni.

Ma un italiano all’estero non è soltanto qualcuno che deve rinnovare il passaporto.

Una comunità italiana non è una collezione di pratiche consolari.

È cultura, lingua, storia, identità, associazionismo, scuola, informazione, impresa, memoria migratoria.

Sono famiglie.

Sono generazioni.

Sono sacrifici.

Se riduciamo la rappresentanza degli italiani all’estero a un elenco di problemi amministrativi comuni, allora abbiamo già perso il significato della rappresentanza stessa.

Ed è qui che emerge un’altra contraddizione del suo discorso.

Lei dice che l’eletto deve tornare a guardare verso la propria comunità. Poi però difende una legge che rende enormemente più vasti gli spazi nei quali quella rappresentanza dovrebbe esercitarsi.

Allora mi faccia capire.

Più Paesi.

Più continenti.

Più chilometri.

Più comunità.

E contemporaneamente più vicinanza tra eletto ed elettore?

Come?

Non basta dire che un rappresentante deve essere bravo.

Non basta lavorare molto.

Non basta avere collaboratori.

Un collaboratore non è un parlamentare eletto.

Una struttura non sostituisce la rappresentanza politica.

E soprattutto un viaggio istituzionale non significa conoscere una comunità.

Lei parla poi di stabilità.

Dice che un governo deve avere una maggioranza sufficientemente stabile per decidere, programmare e assumersi davanti agli italiani la responsabilità delle proprie scelte.

Poi, nello stesso intervento, rivendica la longevità dell’attuale governo.

E allora, caro onorevole, anche qui mi faccia capire.

Se questo governo è già così stabile e longevo da diventare motivo di orgoglio, perché proprio la stabilità viene utilizzata come argomento per cambiare la legge elettorale?

Non dico che le due affermazioni siano giuridicamente incompatibili.

Dico che politicamente una spiegazione servirebbe.

Perché se il sistema attuale ha prodotto esattamente quella stabilità che lei celebra, diventa difficile presentare contemporaneamente la stabilità come problema da risolvere.

Lei parla anche della sicurezza del voto.

Su questo non ho difficoltà a riconoscere che esiste un problema.

Il voto per corrispondenza presenta da anni criticità che devono essere affrontate.

Bisogna garantire che ogni voto appartenga realmente alla persona che ha diritto di esprimerlo.

Bisogna impedire duplicazioni, manipolazioni e irregolarità.

Ma questo cosa c’entra con la territorialità?

Sono due problemi differenti.

Rendere più sicuro il voto non significa dover trattare Sydney, Buenos Aires, Toronto, Johannesburg e Tokyo come se appartenessero alla stessa realtà politica.

La sicurezza del voto richiede strumenti di sicurezza.

La rappresentanza richiede conoscenza delle comunità.

Non mischiamo le due cose.

Poi c’è un altro punto che trovo particolarmente significativo.

Se per rappresentare gli italiani all’estero si ritiene importante avere un rapporto autentico con l’estero e con le sue comunità, allora significa che il territorio conta.

E se il territorio conta quando bisogna stabilire chi possa rappresentare gli italiani all’estero, perché dovrebbe improvvisamente smettere di contare quando bisogna distinguere Sydney da Toronto, Buenos Aires o Dubai?

È qui che il ragionamento si avvita su se stesso.

E torno alla mia situazione personale.

Io vivo a Sydney.

Sono iscritto all’AIRE.

Sono cittadino italiano.

Voto alle elezioni italiane.

E allora, caro onorevole, mi dica lei: quando si determina il peso politico nazionale, quanto vale il mio voto?

Perché questa non è una questione tecnica.

È una questione profondamente politica.

Riguarda il rapporto tra il cittadino e la Repubblica.

Io non voglio avere più diritti di un cittadino che vive a Pordenone.

Voglio avere gli stessi.

E allora perché il mio voto deve seguire un percorso diverso?

Perché devo sentirmi cittadino italiano quando eleggo il mio rappresentante e poi chiedermi quanto peso abbia realmente il mio voto quando viene determinato l’equilibrio politico complessivo del Paese?

E qui torno anche alla questione delle candidature.

Se io sono cittadino italiano, residente a Sydney e iscritto all’AIRE, perché per anni abbiamo considerato normale un sistema nel quale anche chi viveva stabilmente in Italia poteva candidarsi per rappresentare gli italiani all’estero?

E se oggi finalmente si riconosce che chi vuole rappresentare gli italiani nel mondo deve avere un rapporto reale con quelle comunità, allora non è forse la dimostrazione che il territorio conta eccome?

Onorevole Di Giuseppe, lei ha concluso il suo intervento con una frase importante.

Ha detto che un parlamentare deve sapere che il proprio posto non gli appartiene, che qualcuno fuori dal Palazzo glielo ha affidato e che qualcuno potrà toglierglielo.

Su questo siamo perfettamente d’accordo.

Le comunità italiane all’estero faranno sentire la propria voce.

Anche quando arriverà la prossima campagna elettorale.

Ne può stare certo.

Non è una minaccia.

È democrazia.

È esattamente quel principio che lei stesso ha rivendicato.

Quando arriverà il momento delle elezioni, gli italiani all’estero potranno valutare chi li ha ascoltati, chi ha difeso realmente la loro rappresentanza, chi conosce le loro comunità e chi invece pensa che Sydney, Toronto, Dubai o Buenos Aires siano soltanto punti differenti sulla stessa enorme carta geografica.

E non parliamo poi della famosa questione della tessera sanitaria per gli italiani all’estero, perché anche lì ci sarebbe molto da dire.

Sarei davvero curioso di sapere quale voragine nel bilancio dello Stato avremmo provocato noi italiani residenti all’estero se ci fosse stato riconosciuto un accesso più semplice e pieno a determinati servizi sanitari quando rientriamo temporaneamente in Italia.

Anche qui torniamo sempre allo stesso punto.

Siamo cittadini italiani quando dobbiamo mantenere un legame con il Paese.

Siamo italiani quando dobbiamo votare.

Siamo italiani quando bisogna celebrare il valore delle nostre comunità.

Siamo italiani quando bisogna raccontare quanto l’Italia sia grande nel mondo.

Poi, però, quando si parla di diritti concreti, improvvisamente bisogna fare i conti, distinguere, limitare e chiedersi quanto costiamo.

E allora, caro onorevole, sarebbe interessante conoscere anche il suo pensiero su questo.

Perché la rappresentanza non può essere soltanto una bella parola pronunciata alla Camera.

Rappresentare significa anche battersi per i diritti concreti delle persone che ti hanno mandato lì.

Lei ha concluso chiedendosi se questa legislatura abbia avvicinato la politica ai cittadini oppure l’abbia allontanata.

È una bellissima domanda.

Io gliene lascio un’altra.

Dopo questa legge gli italiani all’estero saranno più vicini alla Repubblica oppure semplicemente più lontani dal loro parlamentare?

Perché dietro quelle distanze non ci sono numeri.

Ci sono persone.

Ci sono storie.

Ci sono sacrifici.

Ci sono generazioni di italiani che hanno costruito una vita lontano dall’Italia senza smettere di sentirsi italiani.

Non chiediamo privilegi.

Chiediamo rispetto.

Chiediamo rappresentanza.

Chiediamo di essere ascoltati.

E chiediamo soprattutto una risposta a una domanda semplicissima:

siamo cittadini italiani fino in fondo oppure no?

Per quanto riguarda la tessera sanitaria, invece, possiamo stare tranquilli.

Evidentemente, grazie al sacrificio degli italiani all’estero, il bilancio dello Stato è finalmente salvo.