di Emanuele Esposito
Ottant’anni di Repubblica italiana. Ottant’anni di governi caduti, promesse tradite, scandali, compromessi, clientele, trasformismi politici e occasioni mancate. Eppure siamo ancora qui.
L’Italia è sopravvissuta a tutto: al terrorismo, alla mafia, alla corruzione, alle crisi economiche, ai populismi, alle guerre fredde della politica interna e persino alla capacità tutta italiana di demolire chiunque provi a fare qualcosa di diverso.
Ma forse il vero problema della Repubblica italiana non è mai stato soltanto chi governa. Forse il problema siamo diventati anche noi.
Perché è troppo facile indignarsi ogni giorno contro “la politica” come se fosse qualcosa di estraneo ai cittadini. La politica italiana non arriva da Marte. Nasce dentro la società italiana. È lo specchio del Paese.
Per decenni abbiamo votato promettendo a noi stessi che “questa volta cambierà tutto”. Poi, il giorno dopo, abbiamo ricominciato a chiedere favori, scorciatoie, raccomandazioni, eccezioni personali. L’Italia pretende legalità ma spesso applaude il furbo. Pretende meritocrazia ma difende il privilegio quando conviene. Chiede il rinnovamento ma continua a votare le stesse facce da quarant’anni.
Mentre Roma discute, milioni di italiani all’estero osservano tutto con amarezza. Perché chi vive lontano dall’Italia spesso la vede meglio di chi ci vive dentro.
Gli italiani emigrati hanno conosciuto Paesi dove le istituzioni funzionano, dove la politica viene giudicata sui risultati e non sulle tifoserie, dove lo Stato non è percepito come un nemico ma come un servizio.
E allora la domanda diventa inevitabile: perché l’Italia continua a rimanere bloccata?
Forse perché questo Paese vive in una campagna elettorale permanente. Destra contro sinistra. Nord contro Sud. Giovani contro anziani. Garantisti contro giustizialisti. Europeisti contro sovranisti. Una guerra continua che troppo spesso serve soltanto a nascondere l’assenza di una vera visione per il futuro.
Intanto gli italiani all’estero crescono. Oggi gli iscritti all’AIRE superano i sei milioni. Una vera regione italiana sparsa nel mondo. Eppure continuano a essere trattati come un tema secondario, da affrontare soltanto in campagna elettorale o il 2 giugno con qualche discorso celebrativo.
Consolati sotto pressione. Tempi biblici per ottenere documenti. Rappresentanza debole. Voto estero continuamente sotto attacco. Giovani talenti che lasciano il Paese senza che esista una strategia nazionale capace di riportarli indietro.
La verità è dura da dire, ma necessaria: l’Italia continua a perdere pezzi di sé stessa ogni anno.
Eppure, nonostante tutto, gli italiani nel mondo continuano a difenderla. Continuano a parlare italiano ai figli. Continuano a costruire comunità, scuole, associazioni, giornali, radio ed eventi culturali. Continuano ad amare un Paese che spesso non li vede davvero.
Forse il senso degli ottant’anni della Repubblica dovrebbe essere proprio questo: smettere di celebrare soltanto il passato e iniziare finalmente a decidere quale futuro vogliamo costruire.
Perché una Repubblica non vive di memoria eterna. Vive di coraggio politico, responsabilità civile e capacità di cambiare.
E oggi l’Italia ha bisogno di una cosa più di tutte: smettere di sopravvivere e ricominciare ad avere ambizione.
Altrimenti, tra altri ottant’anni, racconteremo ancora gli stessi problemi, le stesse divisioni e le stesse occasioni perdute. E quello sarebbe il fallimento più grande della nostra Repubblica.
Serve una nuova consapevolezza collettiva, capace di unire responsabilità individuale e visione istituzionale. Serve una politica che sappia ascoltare, programmare e guardare oltre il consenso immediato. Serve una società che torni a credere nel merito, nella partecipazione e nel senso civico.
L’Italia ha bisogno di ritrovare fiducia in sé stessa, credibilità internazionale e una reale capacità di costruire il proprio futuro.
Serve una nuova cultura politica fondata sulla trasparenza, sulla responsabilità condivisa e su una visione europea forte e moderna, capace di rendere il nostro Paese protagonista e non spettatore dei grandi cambiamenti globali.
Ottant’anni dopo la nascita della Repubblica, la sfida non è ricordare chi siamo stati.
La sfida è decidere chi vogliamo diventare.
