di Emanuele Esposito
Il Dramma dei marchi e l’assenza di una guida pubblica per la filiera italiana all’estero
La cucina italiana è ufficialmente patrimonio culturale immateriale dell’umanità. L’Unesco l’ha riconosciuta a dicembre 2025, ma il traguardo rischia di diventare un vessillo vuoto se lo Stato non assume finalmente un ruolo attivo.
Da Ospitalità Italiana ad Asacert fino al più recente I Go Italian, i cosiddetti “bollini” proliferano. Non sono il problema in sé: il problema è che hanno sostituito una politica pubblica coerente, diventando strumenti simbolici in un sistema frammentato e senza guida nazionale.
Il vuoto politico è evidente da anni. Già nel 2011 la “Targa di qualità” voluta dall’allora ministro Giancarlo Galan fu criticata come un contentino, mentre Isnart, allora gestore di Ospitalità Italiana, aveva impostato un disciplinare tecnico serio, puntando su cucina, servizio, formazione e promozione del Made in Italy.
Invece, Isnart è stato progressivamente svuotato di ruolo, la sciando le Camere di Commercio a distribuire marchi senza criterio, trasformando strumenti di selezione in pratiche burocratiche spesso automatiche o simboliche.
Negli ultimi quindici anni si sono succeduti governi e ministri, ma nessuno ha preso davvero responsabilità. Il Ministero dell’Agricoltura si è concentrato solo sul prodotto, il Ministero degli Esteri ha parlato di diplomazia culturale senza strumenti, mentre la legge 206/2023 sul riconoscimento dei ristoranti italiani nel mondo resta largamente inapplicata. Nel vuoto lasciato dalla politica, il mercato ha colmato la lacuna: certificazioni private, network, club e bollini alternativi, legittimi ma incapaci di fare sistema.Il vero scandalo non è l’italian sounding dei prodotti, ma la cucina falsata: ricette stravolte, personale non formato, modelli inventati. Chi lavora seriamente all’estero affronta ostacoli enormi – dogane, normative, costi logistici – e ottiene in cambio solo un adesivo sulla porta.
Il riconoscimento Unesco celebra saperi, pratiche, ritualità e formazione, non semplici loghi. Senza un’unica autorità nazionale, controlli pubblici, formazione obbligatoria e criteri verificabili, ogni nuovo marchio resterà un bollino inutile. La cucina italiana ha bisogno di più coraggio e di politica vera, non di simboli.
