Ci sono vicende giudiziarie che entrano nella storia italiana. Non solo per la gravità dei fatti, ma perché finiscono per trasformarsi in un gigantesco specchio mediatico nel quale tutti vogliono riflettersi: magistrati, avvocati, criminologi, conduttori televisivi, opinionisti e perfino influencer.
Il delitto di Delitto di Garlasco è ormai diventato qualcosa di più di un caso giudiziario. È diventato un fenomeno televisivo permanente.
Ed è proprio qui che nasce il problema.
Negli ultimi giorni ha fatto discutere la consulenza psichiatrica richiesta dalla Procura nei confronti di Andrea Sempio, nell’ambito della nuova inchiesta sull’omicidio di Chiara Poggi. Una decisione che ha sollevato dubbi anche tra esperti e professionisti del settore. La criminologa Roberta Bruzzone ha dichiarato pubblicamente che, non riuscendo a collocare Sempio sulla scena del delitto attraverso elementi probatori solidi, si starebbe tentando di “collocare la sua mente” sulla scena del crimine.
Una riflessione che può essere condivisa o contestata. Fa parte del dibattito.
Ma il punto è un altro.
Da anni, attorno a Garlasco, si è sviluppata una categoria di commentatori che spesso sembra dimenticare una regola fondamentale del giornalismo e della giustizia: i fatti vengono prima delle interpretazioni.
Troppe volte abbiamo assistito a ricostruzioni presentate come certezze assolute e poi smentite dal tempo. Troppe volte abbiamo visto processi paralleli celebrati negli studi televisivi prima ancora che nelle aule dei tribunali. Troppe volte abbiamo ascoltato diagnosi psicologiche, profili criminali, moventi presunti e teorie che sembravano definitive e che invece si sono rivelate fragili, contraddittorie o semplicemente sbagliate.
La televisione vive di ascolti. È una realtà che nessuno può negare.
Il problema nasce quando il confine tra informazione e spettacolo diventa invisibile.
Da una parte si costruisce il “mostro”. Dall’altra si costruisce il “fenomeno”. In mezzo rimangono le persone reali, le famiglie coinvolte e una verità processuale che continua a essere oggetto di scontro.
La sensazione è che in molti abbiano perso il senso della misura.
Ogni nuova intercettazione diventa una prova definitiva.
Ogni consulenza viene descritta come la svolta del secolo.
Ogni indiscrezione viene trasformata in sentenza.
Eppure la storia giudiziaria italiana dovrebbe averci insegnato prudenza.
Per questo oggi servirebbe forse un grande bagno di umiltà collettivo.
Umiltà da parte di chi per anni ha sostenuto tesi rivelatesi poi deboli.
Umiltà da parte di chi ha trasformato il dubbio in certezza televisiva.
Umiltà da parte di chi continua a parlare come se possedesse la verità assoluta su una vicenda che, dopo quasi vent’anni, continua ancora a generare interrogativi.
La vera differenza, oggi, la stanno facendo quei giornalisti che leggono le carte, studiano gli atti, verificano le fonti e raccontano ciò che emerge dagli elementi processuali senza trasformarsi in tifosi di una teoria.
Perché il giornalismo giudiziario non dovrebbe mai essere una gara tra chi urla più forte.
Dovrebbe essere il luogo del rigore.
Della prudenza.
Del dubbio.
Il caso Garlasco sta dimostrando ancora una volta quanto sia facile costruire narrazioni e quanto sia difficile costruire verità.
E forse la lezione più importante è proprio questa: quando un’indagine è ancora aperta, quando le prove vengono contestate, quando gli esperti stessi non sono concordi, chi comunica dovrebbe avere il coraggio di pronunciare tre parole sempre più rare nel dibattito televisivo italiano:
“Non lo sappiamo ancora.”
Perché la ricerca della verità non è uno show del venerdì sera.
È una responsabilità.
