di Michel Santi
La Germania soffre di un Phantomschmerz, ovvero un dolore da arto fantasma. È questo il termine utilizzato da Sander Tordoir e Brad Setser nel loro rapporto del 20 maggio per il Centre for European Reform: il dolore si avverte dove si è già perso qualcosa di vitale. Quell’arto mancante è la domanda di esportazioni, amputata dalla crescente pressione cinese sulla base industriale tedesca.
La diagnosi è accurata, ma incompleta. La Cina ha certamente fornito l’arma, ma la Germania ha guidato la mano che l’ha impugnata.
Il surplus commerciale della Cina con l’Unione Europea ha raggiunto i 113 miliardi di dollari nei primi quattro mesi del 2026, rispetto ai 91 miliardi registrati nello stesso periodo dell’anno precedente. Ciò equivale a quasi un miliardo di dollari di deficit europeo ogni giorno.
Un tempo esportatrice netta di beni strumentali verso la Cina, la Germania è oggi diventata un’importatrice netta. Un risultato che non dovrebbe sorprendere nessuno: è il prodotto di oltre vent’anni di scelte economiche e politiche che Berlino ha imposto all’intero continente.
Il prezzo del “Wandel durch Handel”
Il 26 maggio 2013 Angela Merkel accolse a Berlino il premier cinese Li Keqiang proprio mentre la Commissione Europea si preparava a introdurre dazi del 47% sui pannelli solari cinesi. Francia e Italia sostenevano la misura.
Davanti alle telecamere, Merkel promise che la Germania avrebbe fatto tutto il possibile per bloccarla. E mantenne la promessa. La Commissione fece marcia indietro e l’industria solare europea scomparve progressivamente.
Oggi la Cina controlla gran parte della catena globale del valore nel settore. Nel frattempo, le case automobilistiche che Berlino cercava di proteggere dalla concorrenza cinese stanno vivendo una crisi profonda. Volkswagen sta eliminando migliaia di posti di lavoro e valuta perfino la possibilità di aprire alcune proprie linee produttive ai marchi cinesi.
L’industria tedesca, in sostanza, sta subappaltando la propria sostituzione.
Per anni il principio del Wandel durch Handel — il “cambiamento attraverso il commercio” — è stato trattato quasi come una religione politica. Secondo questa teoria, l’interdipendenza economica avrebbe gradualmente trasformato le autocrazie in partner più aperti e democratici.
Berlino applicò questa dottrina prima alla Russia, attraverso il progetto Nord Stream, e successivamente alla Cina. In entrambi i casi, secondo i critici, con una notevole dose di cecità strategica.
Poiché la politica commerciale è competenza esclusiva dell’Unione Europea, ogni volta che Berlino blocca una misura difensiva l’intera base industriale europea viene esposta alle conseguenze. La Germania ha privatizzato i benefici della globalizzazione cinese mentre ne socializzava i costi sull’intero continente.
Il ritorno della questione monetaria
Per comprendere l’attuale situazione occorre tornare agli anni della crisi dell’euro.
Tra il 2010 e il 2015 la Grecia affrontò una delle peggiori recessioni della storia moderna europea. Wolfgang Schäuble rispose con la linea dell’austerità. La Bundesbank si oppose alle Operazioni Monetarie Dirette della BCE e la Corte Costituzionale Federale tedesca ne contestò la legittimità.
Nel frattempo il PIL greco si contrasse di circa il 25%.
Mentre Atene soffocava sotto il peso della crisi, la Banca Centrale Europea accumulava miliardi di euro di profitti sul debito greco. Il messaggio di Berlino appariva chiaro: la BCE doveva avere un unico mandato, la stabilità dei prezzi.
Secondo Michel Santi, tuttavia, questa impostazione ignora una realtà fondamentale.
Goldman Sachs stima infatti che lo yuan cinese sia sottovalutato di circa il 12% secondo gli indicatori più sensibili agli scambi commerciali e fino al 25% considerando i differenziali di produttività.
La cifra esatta conta relativamente. Anche l’ipotesi più prudente supera l’effetto che qualsiasi dazio settoriale potrebbe compensare.
Un euro forte rispetto a uno yuan artificialmente compresso penalizza ogni esportazione europea e sovvenziona indirettamente ogni importazione cinese. In queste condizioni, rispondere esclusivamente con i dazi equivale a tentare di svuotare l’oceano con una spugna.
Una leva che l’Europa non utilizza
Le principali economie esportatrici del mondo non esitano a intervenire sul fronte valutario.
La Cina gestisce lo yuan attraverso un sistema di fluttuazione controllata. La Svizzera ha mantenuto un cambio minimo tra euro e franco svizzero dal 2011 al 2015. Il Giappone è intervenuto direttamente sullo yen nel 2022.
Anche l’Unione Europea dispone formalmente di uno strumento analogo attraverso l’articolo 219 del Trattato sul Funzionamento dell’Unione Europea. Tuttavia il suo utilizzo richiede l’unanimità degli Stati membri.
Ed è proprio qui che, secondo l’autore, emerge il nodo politico fondamentale. Nessun Paese ha difeso con maggiore convinzione della Germania l’idea che una valuta debba servire esclusivamente alla stabilità dei prezzi e mai alla tutela della competitività industriale.
La leva esiste. Non manca nel diritto europeo. È la dottrina economica dominante a Berlino che ne impedisce l’utilizzo.
Ed è forse proprio in questa contraddizione che si nasconde il vero dolore dell’arto fantasma tedesco.
