di Krishan Chand Sethi
L’amore raramente proclama la sua metamorfosi. Non dichiara quando trasforma la propria natura. Inizia dolcemente, come una presenza silenziosa, un calore non detto, un sentimento che non cerca attenzione ma che viene donato, per così dire, spontaneamente. L’amore, nella sua forma più pura, è libero. Non mira a controllare, definire o limitare. Esiste semplicemente, come una luce diffusa in uno spazio vuoto. Tuttavia, a un certo punto del percorso, lo stesso amore comincia a soffocare.
Il sentimento di libertà si trasforma gradualmente in sentimento di controllo. Ciò che sembrava fiducia, inizia a dubitare. E ciò che concedeva spazio, inizia a temerlo. Non è un caso che questo sia un cambiamento silenzioso dell’amore in possessività. È profondamente legato alla condizione umana. La vera domanda, tuttavia, non è perché l’amore diventi possessivo, ma cosa in noi rende possibile tutto questo.
Le comprensioni psicologiche: la paura nel nome dell’amore. La radice della possessività è la paura: sottile, inespressa, ma estremamente potente. L’amore puro non è codardo. Né è appiccicoso, poiché non si aspetta di perdere. Ma la paura non risparmia gli esseri umani. Siamo consapevoli dell’impermanenza, cioè sappiamo che tutto ciò che apprezziamo può esserci tolto. È da questa consapevolezza che nasce l’ansia.
Quando amiamo qualcuno, quella persona acquisisce importanza per la nostra stabilità emotiva. La sua presenza ci fa sentire confortati, significativi e completi. Ma è proprio questa importanza a renderci vulnerabili. La paura di perderla diventa una fonte di ansia. Psicologicamente, la possessività si sviluppa come un meccanismo di difesa. È un tentativo di trattenere ciò che appare insicuro. Osserviamo di più, dubitiamo di più, stringiamo di più, non perché amiamo di più, ma perché temiamo di più. In questo senso, la possessività non manifesta amore; è una reazione al panico che l’amore può generare. Attaccamento e la trappola del possesso
L’attaccamento determina le relazioni umane. Fin da piccoli, impariamo ad attaccarci, a dipendere, a trovare sicurezza negli altri. Su questi legami si costruisce il nostro mondo emotivo. Tuttavia, essi creano anche un’illusione: quella che ciò a cui siamo legati ci appartenga. Questa illusione è particolarmente forte nell’amore. Iniziamo a parlare con linguaggio possessivo: il mio partner, la mia persona, mio. Anche se può sembrare innocente, è un modo sottile di costruire l’idea che l’altro sia un’estensione di noi stessi. È qui che l’amore inizia a perdere la sua purezza filosofica. L’amore non appartiene a nessuno; è un riconoscimento.
È il riconoscimento dell’altro come individuo, indipendente e libero. Tuttavia, quando l’attaccamento si trasforma in possesso, iniziamo a confondere la connessione con il controllo. Secondo la filosofia sethiana, l’amore non è trattenere, ma uno stato di comprensione. Non riguarda il possedere, ma il vedere. Non teme la distanza, perché sa che la verità non viene consumata dallo spazio. Questa visione ci invita a considerare le relazioni non come qualcosa da possedere, ma da valorizzare.
