Meloni si dimette? Il vero rischio non è il governo tecnico, ma una crisi politica del centrodestra

La sconfitta subita alla Camera sulla legge elettorale non obbliga Giorgia Meloni a dimettersi. Il governo non è caduto su una mozione di sfiducia, non è stato respinto un decreto essenziale e la presidente del Consiglio non aveva posto formalmente la fiducia sull’emendamento riguardante le preferenze.

Eppure, ridurre tutto a un semplice incidente parlamentare sarebbe un errore.

Quella proposta era stata difesa personalmente da Meloni. La premier aveva chiesto ai deputati di “metterci la faccia”, contestando il voto segreto. Alla fine, l’emendamento sostenuto da Fratelli d’Italia è stato bocciato per un solo voto, 188 contro 187, nonostante il centrodestra disponesse sulla carta dei numeri necessari per approvarlo.

Il significato politico è evidente: nel segreto dell’urna una parte della maggioranza ha voltato le spalle alla presidente del Consiglio.

Meloni non è stata sfiduciata dal Parlamento, ma è stata indebolita dai suoi

Le opposizioni hanno immediatamente chiesto le dimissioni del governo e il ritorno alle urne. È il loro mestiere e sarebbe sorprendente il contrario. Ma il problema vero per Meloni non si trova sui banchi del Partito democratico, del Movimento 5 Stelle o di Italia Viva.

Il problema è dentro il centrodestra.

Lega e Forza Italia avevano espresso per settimane perplessità sull’introduzione delle preferenze. Solo alla vigilia del voto avevano annunciato il proprio sostegno alla proposta, senza però firmarla. Il risultato finale suggerisce che l’accordo politico raggiunto dai leader non sia stato rispettato da tutti i parlamentari.

Può darsi che abbiano votato contro alcuni deputati leghisti, alcuni esponenti di Forza Italia o persino parlamentari di Fratelli d’Italia contrari a perdere la sicurezza delle liste bloccate. Non esistono prove pubbliche per attribuire responsabilità precise, perché il voto era segreto. Ma il punto politico resta: la premier non è riuscita a garantire l’unità della sua maggioranza su una riforma che aveva trasformato in una battaglia personale.

Quando Meloni afferma che “ha vinto la palude”, dice una cosa comprensibile ma incompleta. La palude non è soltanto l’opposizione. La palude è anche quella parte del centrodestra che pubblicamente promette fedeltà e poi, nel segreto dell’urna, difende la propria posizione nelle liste.

Sarebbe sbagliato dimettersi per un emendamento?

Dal punto di vista istituzionale, sì. Un presidente del Consiglio non dovrebbe dimettersi ogni volta che la maggioranza viene battuta su una singola votazione. Il Parlamento non è una caserma e una coalizione può conoscere divisioni senza che ciò determini automaticamente la caduta del governo.

Dal punto di vista politico, però, Meloni potrebbe scegliere di trasformare la sconfitta in una prova di forza. Potrebbe salire al Quirinale, rimettere il mandato nelle mani del presidente della Repubblica e costringere gli alleati ad assumersi apertamente le proprie responsabilità.

Sarebbe una mossa rischiosissima, ma coerente con il carattere politico della premier: o il centrodestra conferma pubblicamente di voler continuare con lei, oppure si apre una nuova fase.

La domanda, dunque, non è soltanto se Meloni debba dimettersi. La domanda è se possa ancora fidarsi della propria maggioranza.

Gli scenari in caso di dimissioni

Primo scenario: Mattarella respinge le dimissioni e chiede una verifica parlamentare

È lo scenario iniziale più probabile.

Giorgia Meloni potrebbe presentare le dimissioni al presidente della Repubblica, che potrebbe respingerle o accettarle con riserva, invitandola a presentarsi alle Camere per verificare se dispone ancora della maggioranza.

È ciò che avviene normalmente quando non è chiaro se una crisi politica corrisponda anche a una crisi parlamentare. Meloni potrebbe quindi chiedere un voto di fiducia alla Camera e al Senato.

Se Lega e Forza Italia confermassero il sostegno, il governo continuerebbe. La premier uscirebbe probabilmente rafforzata, perché avrebbe trasformato i franchi tiratori anonimi in un voto pubblico e nominale.

Sarebbe, però, una vittoria solo temporanea. Le divisioni sulla legge elettorale resterebbero e i rapporti nella coalizione diventerebbero ancora più difficili.

Secondo scenario: un nuovo governo Meloni con la stessa maggioranza

Meloni potrebbe dimettersi e ricevere nuovamente l’incarico di formare un governo.

Non sarebbe necessariamente un semplice ritorno alla situazione precedente. Potrebbero cambiare alcuni ministri, i rapporti di forza tra i partiti e il programma dell’esecutivo. Lega e Forza Italia potrebbero chiedere maggiore spazio, un rimpasto oppure l’abbandono definitivo delle preferenze.

Nascerebbe così un governo Meloni bis.

La premier conserverebbe Palazzo Chigi, ma dovrebbe accettare che la sua leadership non è più sufficiente, da sola, a disciplinare l’intera coalizione. Per Fratelli d’Italia sarebbe una soluzione meno traumatica delle elezioni, ma politicamente costosa.

Un Meloni bis dimostrerebbe che la crisi non era soltanto un incidente tecnico, ma una vera rinegoziazione del patto di governo.

Terzo scenario: elezioni anticipate

Meloni potrebbe tentare la strada più radicale: dimettersi e chiedere agli italiani un nuovo mandato.

Politicamente sarebbe una scelta comprensibile. La premier potrebbe presentarsi come la leader tradita dai giochi di palazzo, dai franchi tiratori e da coloro che vogliono impedire agli elettori di scegliere direttamente i propri rappresentanti.

Ma in Italia il presidente del Consiglio non può sciogliere il Parlamento. Lo scioglimento delle Camere spetta al presidente della Repubblica, che deve prima verificare l’esistenza di possibili maggioranze alternative.

Mattarella potrebbe indire elezioni anticipate soltanto qualora constatasse l’impossibilità di formare un altro governo stabile.

Inoltre, andare al voto con la legge elettorale attualmente in vigore rappresenterebbe un rischio per tutti. La riforma non è stata completata e nessun partito potrebbe avere la certezza di trasformare il consenso elettorale in una maggioranza autosufficiente.

Meloni potrebbe vincere nuovamente, ma potrebbe anche ritrovarsi con una coalizione più debole, alleati più esigenti e numeri parlamentari meno favorevoli.

Quarto scenario: un altro governo di centrodestra senza Meloni

È uno scenario politicamente difficile, ma istituzionalmente possibile.

Qualora Meloni si dimettesse e non volesse accettare un nuovo incarico, il centrodestra potrebbe tentare di mantenere la maggioranza indicando un’altra figura. Potrebbe trattarsi di un esponente politico della coalizione o di una personalità istituzionale sostenuta dagli stessi partiti.

Sarebbe però una soluzione quasi esplosiva per Fratelli d’Italia. Il partito della premier difficilmente accetterebbe di sostenere un governo guidato da un altro leader senza passare dalle elezioni.

Un esecutivo di centrodestra senza Meloni apparirebbe agli occhi degli elettori come un ribaltamento interno, una sostituzione decisa nei palazzi dopo che il voto del 2022 aveva attribuito alla leader di Fratelli d’Italia la guida della coalizione.

Potrebbe nascere soltanto davanti a una rottura personale e politica ormai insanabile.

Quinto scenario: una maggioranza alternativa

Il presidente della Repubblica, prima di sciogliere le Camere, sarebbe tenuto a verificare se in Parlamento esiste un’altra maggioranza.

In teoria potrebbe nascere un governo sostenuto da una parte del centrodestra e da forze centriste o di opposizione. Ma i numeri da soli non bastano. Servirebbe un programma comune, un presidente del Consiglio condiviso e una motivazione politica credibile.

Un’operazione del genere sarebbe immediatamente descritta da Meloni come un governo costruito contro il voto degli italiani. Fratelli d’Italia potrebbe passare all’opposizione e iniziare una campagna elettorale durissima contro il “governo di palazzo”.

Per questo motivo molti parlamentari, anche qualora fossero critici verso Meloni, potrebbero esitare prima di sostituirla. Far cadere la premier senza andare alle urne potrebbe rafforzarla enormemente nel Paese.

Sesto scenario: un governo istituzionale o tecnico

È lo scenario che, secondo la ricostruzione del Messaggero, al momento non sarebbe considerato prioritario dal Quirinale.

Un governo tecnico potrebbe diventare necessario solo in presenza di una paralisi politica, di emergenze economiche o internazionali e dell’impossibilità di indire rapidamente elezioni.

Potrebbe essere guidato da una figura istituzionale e avere un mandato limitato: approvare la legge di bilancio, gestire eventuali emergenze, modificare la legge elettorale e accompagnare il Paese al voto.

Ma oggi non siamo ancora in quella situazione. Il governo dispone formalmente di una maggioranza e una sconfitta su un emendamento non basta a giustificare automaticamente la nascita di un esecutivo tecnico.

Evocare già ora un nuovo governo dei tecnici significa saltare troppi passaggi e ignorare il ruolo delle Camere.

La scelta più intelligente per Meloni

A mio giudizio, Giorgia Meloni non dovrebbe dimettersi immediatamente. Dovrebbe però pretendere una verifica politica seria, non una riunione di facciata conclusa con comunicati rassicuranti.

Salvini e Tajani devono spiegare se intendono continuare a sostenere il governo e, soprattutto, se sono in grado di garantire i voti dei propri gruppi parlamentari.

La premier dovrebbe inoltre evitare un errore: trasformare la questione delle preferenze in una guerra contro il Parlamento. Il voto segreto è previsto dai regolamenti e i franchi tiratori sono un problema politico della maggioranza, non un complotto istituzionale.

Meloni aveva ragione nel sostenere il diritto degli elettori a scegliere i candidati. Ma se davvero vuole combattere le liste bloccate, deve portare avanti quella battaglia fino in fondo e non accettare un compromesso nel quale le preferenze vengono sacrificate per proteggere gli equilibri interni dei partiti.

La sconfitta potrebbe perfino diventare un’occasione. Potrebbe permetterle di distinguere chi sostiene davvero la sua linea da chi la applaude davanti alle telecamere e la tradisce nel segreto dell’urna.

Le dimissioni sarebbero un azzardo, ma anche una sfida agli alleati

Meloni potrebbe scegliere di restare e ricucire. È la strada più prudente.

Oppure potrebbe dimettersi e dire agli alleati: dimostrate davanti al Parlamento se volete ancora questo governo.

In quel momento non esisterebbero più voti segreti, assenze tattiche o ambiguità. Ogni partito dovrebbe assumersi la responsabilità della propria scelta.

È proprio per questo che le dimissioni, pur non essendo necessarie, rappresentano una possibilità politica reale. Non tanto per consegnare il Paese a un governo tecnico, quanto per costringere il centrodestra a decidere se è ancora una coalizione o soltanto un insieme di partiti uniti dal timore delle elezioni.

La crisi non è ancora aperta formalmente. Ma il rapporto di fiducia dentro la maggioranza è stato colpito.

E un governo può sopravvivere a un voto perso. Molto più difficilmente può governare a lungo quando il presidente del Consiglio non sa più chi, tra i suoi parlamentari, sia veramente dalla sua parte.