IL TASSAMETRO DELLE PROMESSE ELETTORALI

Carlo Cottarelli propone di obbligare i partiti a dichiarare costi, coperture e conseguenze finanziarie dei programmi. Nei Paesi Bassi la valutazione è diventata una tradizione nazionale, in Belgio è regolata dalla legge, mentre Canada e Australia affidano il controllo a organismi parlamentari indipendenti. Il vero problema resta uno: chi promette di più potrebbe essere anche il meno disposto a farsi controllare

Quanto costa abolire una tassa? Dove si trovano i miliardi necessari per aumentare pensioni e stipendi? Che cosa accade al debito pubblico quando un partito promette contemporaneamente meno imposte, più servizi e nessun taglio?

Durante le campagne elettorali queste domande vengono spesso considerate fastidiose. Le promesse conquistano i titoli, mentre costi e coperture finiscono nelle ultime pagine dei programmi o scompaiono completamente.

Carlo Cottarelli vuole cambiare questo meccanismo introducendo un vero tassametro delle promesse elettorali.

Il disegno di legge, presentato nel 2023 e rilanciato nel luglio 2026 attraverso la campagna “Quanto mi costa?”, obbligherebbe i partiti a spiegare quanto costano le misure proposte, con quali risorse intendono finanziarle e quali conseguenze avrebbero su deficit, debito e quadro economico generale. Il testo è stato assegnato alla commissione Affari costituzionali del Senato, ma non è mai stato esaminato. 

Che cosa propone Cottarelli

L’idea non vieta ai partiti di promettere nuove spese o riduzioni delle tasse.

Non impedisce nemmeno di finanziare una misura aumentando il deficit. Chiede però che l’elettore venga informato con chiarezza.

Ogni programma dovrebbe contenere relazioni tecniche sui costi delle proposte e sulle relative coperture, accompagnate da tabelle dedicate agli obiettivi di finanza pubblica e allo scenario macroeconomico utilizzato per costruire le previsioni.

I documenti verrebbero poi trasmessi all’Ufficio parlamentare di bilancio, chiamato a valutarne l’attendibilità e a pubblicare i risultati prima del voto. L’obiettivo non sarebbe stabilire quale partito abbia il programma “migliore”, ma permettere agli italiani di distinguere una scelta politica finanziariamente sostenibile da una promessa costruita senza spiegare chi dovrà pagarla. 

Non esistono pranzi gratis. Se si aumentano le spese, bisogna aumentare le entrate, tagliare altri capitoli oppure accettare più debito.

La politica può scegliere ciascuna di queste strade. Non dovrebbe però nasconderla.

Nei Paesi Bassi la verifica è diventata un rito nazionale

Il modello più conosciuto è quello dei Paesi Bassi.

Dal 1986 il Centraal Planbureau, l’ufficio indipendente di analisi economica, esamina su richiesta dei partiti gli effetti dei programmi elettorali. La partecipazione è volontaria, ma nel tempo la pubblicazione denominata Keuzes in Kaart, “Scelte messe in chiaro”, è diventata uno dei momenti centrali della campagna elettorale olandese. 

Il CPB non si limita a sommare le spese.

Valuta le conseguenze dei programmi sui conti pubblici, sulla crescita, sull’occupazione, sul potere d’acquisto e sulla distribuzione del reddito. I partiti devono presentare misure sufficientemente precise e possono confrontarsi con i tecnici durante un procedimento che dura diversi mesi.

Non viene assegnato un voto politico. Lo stesso CPB precisa che l’analisi non è una guida elettorale né un timbro di approvazione: serve a rendere comparabili le conseguenze delle diverse scelte. 

Eppure, nella percezione pubblica, quella valutazione funziona inevitabilmente come una pagella.

Un partito può continuare a promettere grandi riduzioni fiscali o forti aumenti della spesa. Ma deve accettare che qualcuno mostri gli effetti sul debito, sull’occupazione e sul reddito delle famiglie.

Il punto debole del modello olandese

La partecipazione resta volontaria.

Questo significa che un partito può decidere di non consegnare il proprio programma ai tecnici. Ed è proprio qui che nasce il limite principale: chi presenta le promesse più difficili da finanziare potrebbe avere anche l’incentivo maggiore a sottrarsi alla verifica.

Formalmente nessuno viene obbligato.

Politicamente, però, il rifiuto può diventare una notizia. Un partito che non partecipa deve spiegare perché non vuole sottoporre le proprie proposte agli stessi criteri accettati dagli altri.

Il sistema funziona quindi attraverso una combinazione di controllo tecnico e pressione pubblica.

Non elimina la propaganda, ma ne aumenta il costo.

In Belgio decide la legge

Il Belgio ha scelto una strada più rigida.

Una legge del 2014 ha affidato al Federal Planning Bureau il compito di calcolare gli effetti delle proposte elettorali prioritarie presentate dai partiti rappresentati alla Camera. Il procedimento segue un calendario legale e i risultati vengono pubblicati un mese prima delle elezioni. 

Il Bureau analizza inizialmente l’impatto diretto sui conti pubblici e successivamente utilizza i propri modelli per valutare gli effetti più ampi su crescita economica, lavoro, potere d’acquisto, finanze pubbliche, trasporti, ambiente ed energia.

Nel 2024 sono state esaminate le proposte prioritarie dei dodici partiti rappresentati nella Camera dei rappresentanti. L’organismo ha precisato di non formulare giudizi politici: mette a disposizione dei cittadini dati neutrali e comparabili. 

La differenza rispetto ai Paesi Bassi è sostanziale.

Non si tratta più soltanto di una tradizione accettata volontariamente, ma di un procedimento inserito nella legislazione elettorale. I partiti sanno in anticipo che le loro misure prioritarie saranno sottoposte a un controllo pubblico.

Il Canada: un servizio indipendente durante la campagna

In Canada il Parliamentary Budget Officer offre ai partiti e ai candidati indipendenti la possibilità di richiedere il calcolo finanziario delle proposte elettorali.

Il servizio è disciplinato dal Parliament of Canada Act ed è attivo nei mesi precedenti alle elezioni federali. I partiti presentano le misure e l’ufficio parlamentare ne stima il costo utilizzando una base economica e fiscale comune. 

Il sistema canadese non obbliga un partito a far esaminare tutto il proprio programma.

Offre però uno strumento pubblico e indipendente che consente alle forze politiche di certificare almeno le principali proposte.

Anche qui la differenza viene prodotta dalla trasparenza: chi presenta un piano corredato da una valutazione indipendente può confrontarsi con chi espone soltanto una cifra elaborata internamente.

L’Australia controlla le promesse prima e dopo il voto

Il modello australiano è particolarmente interessante.

Il Parliamentary Budget Office può effettuare valutazioni su richiesta dei parlamentari e, durante il periodo elettorale, pubblica le risposte relative ai costi delle proposte sottoposte dai partiti.

Dopo le elezioni, però, svolge anche un lavoro più ampio: prepara un rapporto sugli impegni elettorali dei principali partiti, calcolandone l’impatto complessivo sul bilancio nel periodo delle previsioni finanziarie e nel medio termine. I partiti minori e gli indipendenti possono scegliere di essere inclusi. 

Il rapporto utilizza criteri comuni e prende come riferimento il quadro economico e fiscale preelettorale.

Non considera soltanto le cifre comunicate dai partiti. L’ufficio identifica autonomamente le promesse pubbliche che ritiene specifiche, rilevanti e capaci di produrre conseguenze materiali sul bilancio.

Nel rapporto relativo alle elezioni del 2025 sono stati esaminati oltre duemila annunci e 622 sono stati considerati veri impegni elettorali da includere nell’analisi. 

Questo sistema ha un vantaggio fondamentale: impedisce ai maggiori partiti di selezionare soltanto le misure più convenienti da sottoporre al controllo.

Il PBO può ricostruire l’intera piattaforma e mostrare l’effetto combinato delle promesse su deficit e debito.

Il limite è temporale: il rapporto completo viene pubblicato dopo il voto. È molto utile per la responsabilità politica e per verificare le promesse del governo, ma non sempre offre all’elettore tutte le informazioni prima di entrare nella cabina elettorale.

Il tassametro non decide la politica

Una valutazione economica non può stabilire se sia giusto aumentare le pensioni, ridurre le tasse, investire nella sanità o finanziare la difesa.

Queste restano scelte politiche.

Un programma più costoso non è necessariamente peggiore. Potrebbe prevedere servizi pubblici più ampi, maggiori investimenti o una redistribuzione considerata socialmente necessaria.

Allo stesso modo, un programma che riduce il deficit non è automaticamente migliore, perché potrebbe raggiungere il risultato attraverso tagli considerati inaccettabili dagli elettori.

Il tassametro non deve scegliere la destinazione.

Deve soltanto indicare quanto costa il viaggio.

Il rischio dei programmi scritti per superare l’esame

Esiste anche un pericolo opposto.

Quando un organismo tecnico assume un ruolo molto forte, i partiti possono iniziare a scrivere i programmi non sulla base delle proprie priorità politiche, ma per ottenere risultati favorevoli nei modelli economici.

Le valutazioni dipendono inevitabilmente da ipotesi, scenari e strumenti previsionali. Non sono verità assolute.

Una riforma può produrre effetti difficili da quantificare. Alcune conseguenze emergono dopo molti anni. Altre riguardano aspetti sociali, ambientali o istituzionali che non possono essere trasformati facilmente in una cifra.

Per questo il giudizio tecnico deve essere trasparente, contestabile e accompagnato dalla pubblicazione delle ipotesi utilizzate.

Non deve sostituire il confronto democratico.

Deve renderlo più serio.

La promessa senza copertura è una forma di debito politico

La proposta di Cottarelli non risolverebbe tutti i problemi delle campagne elettorali italiane.

I partiti potrebbero utilizzare previsioni troppo ottimistiche, sovrastimare le entrate derivanti dalla lotta all’evasione o affidare le coperture a generici tagli agli sprechi.

Potrebbero anche presentare misure vaghe, evitando dettagli sufficienti per un calcolo preciso.

Ma un obbligo di trasparenza cambierebbe almeno il punto di partenza.

Non sarebbe più sufficiente promettere. Bisognerebbe spiegare.

Chi vuole abbassare le tasse dovrebbe indicare quali entrate perderebbe lo Stato e come verrebbero compensate.

Chi vuole aumentare la spesa dovrebbe dire se intende alzare altre imposte, ridurre altri programmi oppure finanziare tutto a debito.

Chi promette contemporaneamente ogni cosa dovrebbe mostrare finalmente il conto.

La vera pagella la compilano gli elettori

Il modello perfetto probabilmente non esiste.

L’Olanda ha costruito una tradizione autorevole, ma volontaria. Il Belgio ha trasformato il controllo in un procedimento regolato dalla legge. Canada e Australia offrono strumenti indipendenti, con modalità e tempi differenti.

Tutti questi sistemi condividono però lo stesso principio: una promessa elettorale non è soltanto una frase pronunciata dal palco.

È una scelta finanziaria che produrrà conseguenze sulle tasse, sui servizi e sul debito delle generazioni future.

La valutazione indipendente non deve dire agli elettori per chi votare.

Deve permettere loro di sapere che cosa stanno realmente acquistando.

Perché nella politica italiana il problema non è mai stato la mancanza di promesse.

È l’assenza del tassametro mentre quelle promesse continuano a correre.

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