Rispetto che passa dalle parole

di Luigi De Luca

C’è una forma di rispetto che non si insegna nei manuali, ma si riconosce immediatamente quando viene a mancare. È il rispetto che passa dal linguaggio, dal tono della voce, dal modo in cui ci si rivolge a una persona fragile. Nelle strutture per anziani, la cura non è fatta solo di assistenza sanitaria, terapie o procedure corrette. È fatta soprattutto di gesti quotidiani, di parole scelte con attenzione, di silenzi che proteggono la dignità.

Negli ultimi tempi, molti residenti – e spesso anche i familiari – manifestano disagio per una pratica che sta diventando sempre più frequente: porre domande intime ad alta voce, davanti ad altri residenti, come se si trattasse di informazioni neutre, prive di impatto umano. Tra queste, una in particolare colpisce per la sua invasività: chiedere pubblicamente, uno per uno, se una persona “ha fatto la cacca”.

È indubbio che alcune informazioni siano importanti per il monitoraggio della salute. Ma la necessità clinica non giustifica la perdita di pudore, né l’esposizione pubblica dell’intimità.

Una domanda posta davanti ad altri residenti: mette in imbarazzo, mortifica, riduce la persona a una funzione fisiologica, e soprattutto nega il diritto alla riservatezza. Per chi proviene dalla cultura italiana, questo non è un dettaglio secondario.

È una ferita alla dignità.

Nella tradizione italiana, il pudore non è mai stato un tabù, né una vergogna. È sempre stato una forma di rispetto profondo verso sé stessi e verso gli altri. 

I nostri anziani sono cresciuti in un contesto in cui certe cose: non si dicevano in pubblico, non si condividevano davanti a estranei, venivano trattate con discrezione e delicatezza. Non perché il corpo fosse “proibito”, ma perché era intimo. 

E l’intimità, soprattutto nell’età fragile, va protetta. Essere anziani non significa perdere il diritto al pudore. Anzi: significa averne ancora più bisogno.

In un Paese multiculturale come l’Australia, è naturale che esistano approcci diversi alla comunicazione. Proprio per questo, la cura dovrebbe includere anche una sensibilità culturale, soprattutto quando si lavora con persone di origine italiana. Chiedere informazioni è parte del lavoro. Ma come, quando e dove lo si fa fa la differenza tra assistenza e umiliazione. Una domanda posta: in privato, con un tono basso e rispettoso, lontano da altri residenti, non è solo più educata: è più professionale. 

Educare alla cura,
non solo assistere 

Questo non vuole essere un atto d’accusa verso il personale sanitario, che spesso lavora in condizioni difficili e con grande impegno. 

È piuttosto un invito alla riflessione. Curare una persona anziana significa anche prendersi cura della sua storia, della sua cultura, della sua sensibilità. Significa ricordare che davanti a noi non c’è un “caso”, ma una persona che ha vissuto una vita intera.

Il rispetto non rallenta il lavoro. Lo nobilita. Un piccolo gesto che fa una grande differenza A volte basta poco: abbassare la voce, spostarsi in uno spazio riservato, scegliere parole più delicate, ricordare che l’intimità non è mai un dato pubblico.

Sono piccoli gesti, ma costruiscono un ambiente in cui l’anziano non si sente esposto, bensì protetto. E forse è proprio questo il cuore della vera cura: non solo fare bene le cose, ma farle con umanità.

Questo intervento nasce dall’ascolto di anziani e familiari che, con rispetto e senza polemica, hanno espresso un disagio reale. 

Non si tratta di mettere in discussione la competenza degli operatori, ma di ricordare un principio fondamentale: la dignità della persona viene prima di ogni procedura.  Chiedere informazioni intime davanti ad altri, soprattutto in modo diretto e pubblico, non è solo una questione culturale: è una questione di rispetto umano.

Un rispetto che, nella cultura italiana, passa anche dal pudore, dalla discrezione e dalla tutela dell’intimità. Riflettere su questi aspetti non significa tornare indietro, ma andare avanti con maggiore consapevolezza. La qualità della cura si misura anche da come parliamo alle persone.