di Emanuele Esposito
C’è un modo semplice per capire cosa sta accadendo attorno al referendum sulla giustizia: guardare chi scende in campo e, soprattutto, perché. Sul fronte del sì si incontrano storie politiche diverse, culture lontane, percorsi spesso opposti. Non è un blocco monolitico, né una tifoseria compatta. È un fronte trasversale che legge la riforma per ciò che è: un tema strutturale di equilibrio istituzionale. Sul fronte del no, invece, prevale spesso un riflesso condizionato.
Non una discussione sul merito, ma una reazione al promotore: se la riforma viene proposta dalla destra, allora è sbagliata a prescindere. Fine del ragionamento. Ed è qui che il dibattito si impoverisce. La separazione delle carriere tra chi accusa e chi giudica non è un’invenzione dell’ultima stagione politica.
È un confronto che attraversa decenni, discusso da progressisti, garantisti, magistrati, giuristi e studiosi di ogni area culturale. Non nasce oggi, non nasce da uno slogan, non nasce da una convenienza elettorale. Il principio è semplice: chi accusa e chi giudica devono essere pienamente distinti. Non per indebolire la magistratura, né per favorire qualcuno, ma per rafforzare la terzietà del giudice e la fiducia del cittadino nel processo.
In uno Stato di diritto, l’equilibrio tra accusa e giudizio è la base della credibilità del sistema. Se il cittadino percepisce un circuito troppo chiuso o autoreferenziale, la fiducia si incrina.
E senza fiducia non c’è giustizia che tenga. Allora perché tanto ostruzionismo? Perché oggi governa una parte politica precisa. E questo, per alcuni, basta a rendere irricevibile qualsiasi proposta. Trasformare una riforma istituzionale in una guerra identitaria è un errore grave. Significa ridurre un tema tecnico e delicato a uno scontro da curva, infantilizzando il dibattito pubblico. Le opzioni sono due. La prima: fare gli adulti, discutere nel merito, migliorare ciò che va migliorato, votare secondo coscienza. La seconda: trasformare anche questa riforma in una battaglia tribale, dove non conta cosa c’è scritto nel testo, ma chi lo propone.
La giustizia non è di destra né di sinistra. È la spina dorsale dello Stato. E forse, più che decidere chi vince, questo referendum ci dirà che tipo di maturità democratica abbiamo raggiunto. La domanda vera non è “chi lo propone?”, ma “serve o non serve al Paese?”. Il resto è rumore.
