Nelle comunità piccole, come spesso sono le nostre comunità italiane all’estero, l’amicizia ha un sapore intenso. Ci si incontra alla Messa, alle feste patronali, alle cene sociali. In questi contesti si condividono ricordi, accenti, nostalgie. Si parla la stessa lingua, si ride delle stesse battute, si evocano gli stessi paesi lontani. E per un momento sembra davvero di essere una grande famiglia.
Eppure, a volte, col passare del tempo, si scopre che quella che chiamavamo amicizia era qualcosa di più fragile. Non amici veri, ma “compagni di merenda”: persone con cui si condivideva un tavolo, un interesse, una convenienza. Finché c’era sintonia, finché si restava dentro certe aspettative non scritte, tutto funzionava. Ma appena uno dei due cresce, cambia prospettiva, prende una strada autonoma, l’equilibrio si incrina.
Nelle comunità ristrette, infatti, le relazioni possono diventare facilmente relazioni di controllo. C’è ancora chi nella nostra comunità crede che debba esserci un solo giornale, una sola radio, una sola scuola d’italiano, un solo ente gestore. L’amicizia si mescola con il bisogno di appartenenza, con il timore del giudizio, con il peso delle chiacchiere. Se non rientri più nel ruolo che ti è stato assegnato – il “simpatico”, il “fedele”, il “riconoscente”, il “silenzioso” – allora diventi scomodo. E quando non è possibile controllare l’“amico”, quando non si riesce più a prevederlo o a contenerlo, lo si mette da parte. Lo si esclude dalle conversazioni, dagli inviti, dai sorrisi. Lo si “fa fuori” socialmente, prima ancora che ci sia stato un vero confronto.
Forse la fine di certe amicizie è una delusione necessaria. Si comprende che non tutto ciò che sembra legame lo è davvero. Meglio pochi amici veri che molti compagni di merenda. Perché l’amicizia non è stare insieme finché conviene, ma restare in piedi anche quando l’altro non è più “gestibile”, non è più controllabile, ma semplicemente libero.
