Neoconservatorismo e crisi dell’universalismo occidentale

di Tiberio Graziani

Il neoconservatorismo viene comunemente interpretato come una corrente ideologica specifica, riconducibile a determinati ambienti politici statunitensi o a una fase storica circoscritta. Questa lettura, tuttavia, coglie soltanto la superficie del fenomeno. Il neoconservatorismo non è semplicemente un’ideologia tra le altre, ma una forma storica adattiva dell’egemonia occidentale, emersa nel momento in cui l’universalismo liberaldemocratico ha iniziato a perdere la propria capacità di generare consenso.

L’ipotesi che guida questo lavoro è che il neoconservatorismo non rappresenti una rottura con il liberalismo, bensì la sua trasformazione funzionale in condizioni di crisi sistemica. Quando l’egemonia non può più fondarsi prevalentemente sull’attrazione normativa, essa si riorganizza attraverso dispositivi morali, decisionali e securitari. Il neoconservatorismo è il nome di questa riorganizzazione. Si propone, quindi, una lettura critica del neoconservatorismo non come ideologia marginale, ma come dispositivo centrale attraverso cui l’Occidente sta riorganizzato la propria egemonia dopo la crisi dell’universalismo liberale. La posizione europea viene qui analizzata non come semplice subordinazione passiva, bensì come spazio di capacità di iniziativa politica progressivamente incanalata entro vincoli discorsivi e strategici sempre più stringenti.

Per comprendere tale processo è necessario adottare una prospettiva filologico-genealogica, capace di seguire il mutamento dei lessici politici, delle categorie concettuali e delle strutture di legittimazione del potere, nonché una prospettiva sistemica, che tenga conto delle asimmetrie interne all’Occidente a guida statunitense. Universalismo liberaldemocratico ed eterogenesi dei fini L’universalismo liberaldemocratico che si afferma dopo la fine della Guerra Fredda si presenta come orizzonte normativo globale. Democrazia, diritti umani, mercato e stato di diritto vengono assunti non come prodotti storicamente situati, ma come standard universali del progresso politico. In questa fase, il linguaggio liberale svolge una funzione eminentemente egemonica: rende l’ordine occidentale intelligibile come ordine razionale e desiderabile.

Seguendo una prospettiva che tiene conto anche della lezione gramsciana, tale universalismo opera come direzione morale e culturale, capace di tradurre l’interesse particolare dell’Occidente in interesse generale. Tuttavia, proprio questa universalizzazione produce una profonda eterogenesi dei fini. La democrazia cessa progressivamente di essere una pratica di autogoverno e si trasforma in criterio di legittimazione; i diritti diventano strumenti selettivi di inclusione ed esclusione; il pluralismo viene tollerato solo entro confini compatibili con l’ordine esistente.

L’universalismo non collassa, ma si irrigidisce. Quando perde la capacità di generare consenso, tende a trasformarsi in norma coercitiva. È in questo passaggio che matura la necessità storica del neoconservatorismo. Tale necessità non va tuttavia intesa in senso deterministico, ma come il risultato di una combinazione contingente di crisi semantica, trasformazioni geopolitiche e riorganizzazioni del potere all’interno dell’Occidente.

Origine filologica del neoconservatorismo: il liberalismo disincantato Dal punto di vista genealogico, il neoconservatorismo nasce negli Stati Uniti tra gli anni Sessanta e Settanta come critica interna al liberalismo progressista, non come ritorno al conservatorismo tradizionale.  Figure come Irving Kristol provengono da ambienti liberal anticomunisti e condividono i presupposti fondamentali della modernità politica: fiducia nel progresso, relativa centralità dello Stato, razionalizzazione dell’ordine sociale.

La rottura avviene sul piano antropologico e morale. Nei testi neoconservatori emergono concetti come virtue, order, responsibility, moral clarity. Filologicamente, questi termini non rinviano a una restaurazione premoderna, bensì a un tentativo di correzione normativa della modernità. Il liberalismo viene accusato non di essere moderno, ma di essere moralmente neutro e politicamente debole.