L’energia, le contraddizioni e il prezzo di scelte dubbie

di Marco Testa

La recente visita del Primo Ministro Anthony Albanese a Singapore, con tappa in un terminale di gas naturale liquefatto, non è passata inosservata. In un momento di forte instabilità globale, quell’immagine racconta più di mille dichiarazioni ufficiali: un Paese ricco di risorse energetiche che guarda all’estero per garantirsi ciò che un tempo produceva in casa.

Negli ultimi vent’anni, l’Australia ha progressivamente smantellato la propria capacità di raffinazione. All’inizio degli anni 2000, il Paese disponeva di otto raffinerie operative ed era in grado di coprire quasi interamente il proprio fabbisogno di carburanti. Oggi ne restano soltanto due, entrambe sostenute da sussidi pubblici per rimanere aperte.

L’elenco delle chiusure è lungo e significativo. La raffineria Mobil di Port Stanvac, in South Australia, è stata messa in stand-by nel 2003 e chiusa definitivamente nel 2009. La Clyde Refinery di Shell, a Sydney, ha cessato le operazioni nel 2013. L’anno successivo è toccato alla Kurnell Refinery, sempre a Sydney, gestita da Caltex. Nel 2015 BP ha chiuso la raffineria di Brisbane. Più recentemente, nel 2021, sono state dismesse la Kwinana Refinery in Western Australia, sempre di BP, e la Altona Refinery a Melbourne, gestita da ExxonMobil.

Oggi rimangono operative soltanto la Lytton Refinery a Brisbane e la Geelong Refinery nello stato di Victoria. Due impianti che, da soli, non possono sostenere il fabbisogno nazionale e che sopravvivono grazie all’intervento governativo.

Il risultato di questa progressiva deindustrializzazione è chiaro: l’Australia importa circa il 90% dei carburanti raffinati. Una quota significativa proviene proprio da Singapore, diventato hub strategico per l’approvvigionamento energetico australiano.

Qui emerge il nodo politico. Le scelte energetiche degli ultimi anni sono state fortemente influenzate da una spinta verso la decarbonizzazione e da politiche “green” che hanno reso meno competitiva la raffinazione domestica. Costi elevati, regolamentazioni stringenti e margini ridotti hanno portato le grandi compagnie a chiudere gli impianti locali e a spostare la produzione altrove.

Ma questa strategia presenta un evidente paradosso: mentre si riduce la produzione interna per ragioni ambientali, si aumenta la dipendenza da Paesi che producono e raffinano con standard spesso meno rigorosi. In altre parole, le emissioni non scompaiono, vengono semplicemente delocalizzate in altri paesi.

La visita di Albanese a Singapore assume quindi un significato simbolico potente. Non si tratta solo di rafforzare relazioni commerciali, ma di riconoscere implicitamente una vulnerabilità strutturale. L’Australia, pur essendo uno dei maggiori esportatori di gas e materie prime energetiche, non è più autosufficiente quando si tratta di carburanti raffinati.

Questa fragilità è emersa con forza durante le recenti tensioni internazionali. Il conflitto in Medio Oriente ha messo sotto pressione le rotte energetiche globali, evidenziando quanto sia rischioso dipendere da catene di approvvigionamento lunghe e complesse. Il carburante che arriva nelle città australiane attraversa migliaia di chilometri e snodi geopolitici critici, come lo Stretto di Hormuz.

Nel frattempo, i consumatori affrontano prezzi in aumento e una crescente incertezza. Le riserve strategiche del Paese restano inferiori agli standard raccomandati, aggravando ulteriormente il quadro.

Il punto non è negare la necessità della transizione energetica. È una realtà inevitabile. Ma la gestione di questa transizione richiede equilibrio. Abbandonare troppo rapidamente infrastrutture esistenti senza alternative solide significa esporsi a rischi concreti.

L’Australia si trova oggi in una posizione paradossale: esporta energia grezza, importa energia raffinata e spera che il sistema globale resti stabile. La visita di Albanese a Singapore non è quindi solo diplomazia: è il simbolo di una strategia che, tra ambizioni ambientali e realtà economiche, appare sempre più difficile da sostenere.