L’Eurovision Song Contest torna a essere molto più di una competizione musicale. A Vienna, nella cornice della Wiener Stadthalle, la prima semifinale si è trasformata in un evento attraversato da fortissime tensioni politiche, proteste e contestazioni legate alla partecipazione di Israele.
Mentre le telecamere cercavano di mantenere il tono scintillante e spettacolare tipico dell’evento, dentro l’arena il clima era ben diverso. Durante l’esibizione del rappresentante israeliano Noam Bettan si sono levati cori di “Stop al genocidio”, accompagnati da fischi e proteste provenienti da diverse aree del pubblico. Le contestazioni non sono state percepite chiaramente nella diretta televisiva ufficiale, ma video e testimonianze hanno rapidamente invaso i social network, rilanciando la tensione ben oltre il palco.
Non si tratta di un episodio isolato.
Da giorni Vienna vive una crescente mobilitazione pro-palestinese attorno all’Eurovision Song Contest 2026. Manifestazioni, sit-in e proteste simboliche si sono susseguiti in varie zone della città, inclusa Schwedenplatz, dove alcuni attivisti hanno deposto piccole bare come gesto simbolico contro la guerra a Gaza. Gli organizzatori delle proteste hanno già annunciato nuove mobilitazioni per venerdì e soprattutto per sabato, giorno della finalissima.
La partecipazione di Israele è diventata il punto più divisivo dell’intero contest europeo.
Secondo diverse fonti internazionali, oltre 1.100 artisti e operatori del settore musicale avrebbero firmato lettere e appelli contro la presenza israeliana alla manifestazione, mentre cinque Paesi si sarebbero ritirati dalla competizione in quello che viene definito il più vasto boicottaggio politico nella storia recente dell’Eurovision.
Eppure, nonostante le contestazioni, Israele ha conquistato l’accesso alla finale.
Alla fine della prima semifinale, oltre a Israele, hanno ottenuto il pass per sabato Moldavia, Svezia, Croazia, Grecia, Finlandia, Belgio, Lituania, Polonia e Serbia. Eliminati invece San Marino, Portogallo, Georgia, Montenegro ed Estonia.
In questo clima teso, l’Italia ha cercato di riportare almeno per qualche minuto l’attenzione sulla musica.
Sal Da Vinci, già qualificato di diritto alla finale per l’Italia, si è esibito fuori concorso con il brano “Per sempre sì”, ricevendo una calorosa ovazione dalla platea viennese. L’artista napoletano ha puntato su una messa in scena fortemente italiana, culminata con l’apparizione del tricolore dalla gonna di una sposa sul palco.
Applausi anche per Senhit, in gara per San Marino insieme a Boy George con “Superstar”, ma la performance non è bastata per conquistare uno dei posti disponibili per la finale.
L’impressione crescente è che questa edizione dell’Eurovision si giochi ormai su due livelli paralleli: da una parte la musica, dall’altra una battaglia politica e simbolica che rischia di oscurare completamente il senso originario della manifestazione.
Nato come progetto culturale europeo per unire i popoli dopo le tragedie del Novecento, l’Eurovision si trova oggi schiacciato dentro le fratture geopolitiche contemporanee. E Vienna, più che capitale della musica europea, appare sempre più come il centro di uno scontro ideologico globale che continua a consumarsi anche fuori dal palco.
