Addio a Jason Collins, il primo giocatore NBA a fare coming out: aveva 47 anni

JASON COLLINS
JASON COLLINS

Il mondo dello sport americano piange Jason Collins, il primo giocatore attivo nella storia della NBA ad aver dichiarato pubblicamente la propria omosessualità. Collins è morto a 47 anni dopo aver combattuto contro un glioblastoma, una forma aggressiva di tumore al cervello.

La notizia della sua scomparsa ha rapidamente attraversato il mondo dello sport e non solo, riportando alla memoria il peso simbolico e culturale del suo coming out nel 2013, un momento che segnò una svolta storica per il basket professionistico americano e per l’intero sport mondiale.

A novembre dello scorso anno Collins aveva reso pubblica la diagnosi della malattia. Nella speranza di trovare nuove cure, si era recato a Singapore per sottoporsi a trattamenti sperimentali ancora non autorizzati negli Stati Uniti. Negli ultimi mesi aveva continuato a raccontare la propria battaglia con grande lucidità e dignità, ricevendo il sostegno di ex compagni, tifosi e figure del mondo sportivo internazionale.

La sua carriera in NBA era durata undici stagioni. Aveva indossato soprattutto la maglia dei Nets, prima nel New Jersey e poi a Brooklyn, chiudendo proprio lì il proprio percorso professionale nel 2014. Nel corso degli anni aveva giocato anche con diverse altre franchigie, costruendosi la reputazione di atleta solido, rispettato e prezioso per gli equilibri difensivi delle squadre.

Ma il suo nome è entrato nella storia soprattutto fuori dal parquet.

Nel 2013, in un’America sportiva ancora profondamente prudente sul tema dell’omosessualità negli sport professionistici maschili, Collins decise di rompere un tabù che sembrava invalicabile. Lo fece senza provocazioni, senza clamore costruito, ma con una semplicità che colpì milioni di persone.

“Quando ho fatto coming out non c’è stato nessuno scandalo. Era un po’ come dire: sono abbastanza forte per giocare nella NBA e sono gay”, spiegò mesi fa in una delle sue ultime interviste a ESPN.

Quelle parole finirono per rappresentare qualcosa di molto più grande di una semplice dichiarazione personale.

In un ambiente spesso dominato da stereotipi, machismo e paura del giudizio, Jason Collins aprì una porta che fino a quel momento nessuno aveva avuto il coraggio di attraversare pubblicamente da atleta attivo nella NBA. Dopo di lui, il mondo dello sport professionistico ha iniziato lentamente a cambiare linguaggio, approccio e sensibilità verso il tema dell’identità sessuale.

La sua morte lascia quindi un vuoto che va oltre il basket.

Per molti Jason Collins non è stato soltanto un giocatore NBA. È stato il simbolo di una generazione che ha iniziato a sfidare il silenzio, dimostrando che talento, identità e dignità possono convivere senza paura.

E forse proprio questa resterà la sua eredità più grande.