Nel 2009, alcuni di noi – il sottoscritto incluso – raccolsero ingenti somme in favore della ricostruzione de L’Aquila. Al tempo ero il giovanissimo presidente dei volontari del Villaggio Scalabrini di Austral e avrei preferito che i fondi raccolti durante quella che sarebbe stata l’ultima sagra annuale – alla quale parteciparono oltre 1,000 connazionali – fossero destinati direttamente alla Caritas Diocesana per assistere gli sfollati, soprattutto i bambini e gli anziani senza dimora.
Qualche giorno dopo la sagra ad Austral, ricevetti invece una telefonata piuttosto decisa da parte di un giornalista di un importante giornale italo-australiano, il quale mi chiedeva di garantire che le somme raccolte venissero versate all’Australian Abruzzo Earthquake Appeal Fund a Melbourne. Cercai di oppormi, ma alla fine dovetti cedere sotto il tono minaccioso di chi stava dall’altra parte della conversazione. In quel momento, per alcuni nella comunità, prevalse il senso di fiducia collettiva e la convinzione che ogni contributo dovesse convergere verso uno sforzo comune di solidarietà. Ogni minoranza, ogni dubbio sulla fattibilità della cosa, venne messo a tacere.
A quasi vent’anni di distanza, tuttavia, permane una riflessione amara. Le istituzioni governative e i soggetti privati organizzano incontri virtuali sullo stato dei lavori a L’Aquila e invece di garantire comunicazioni pubbliche, trasparenti e accessibili a tutti coloro che contribuirono con generosità, si assiste oggi a meeting ristretti – ai quali partecipano anche soggetti che non presero parte alla raccolta fondi – convocati per fare il punto sull’avanzamento dei lavori e sull’utilizzo delle risorse. Nel frattempo, chi ha donato e sostenuto quell’iniziativa si trova persino a dover pagare per accedere alle informazioni su ciò che è stato – o non è stato ancora realizzato.
Infine, ci sono quanti preferiscono solo occuparsi del loro “ambito di competenza”. Quindi, se qualcuno da Sydney ha donato e vuole avere informazioni, o compra il giornale che ha l’esclusiva, oppure gli viene gentilmente chiesto di rivolgersi al proprio rappresentante locale. Una follia che lascia l’amaro in bocca ma che in fondo è lo specchio assurdo della nostra comunità.
