Garlasco, il “Sistema Pavia” e il cortocircuito della giustizia italiana

Mario Venditti, ex procuratore
Mario Venditti, ex procuratore

Ci sono vicende giudiziarie che sembrano processi. E poi ce ne sono altre che sembrano specchi deformanti di un intero sistema.

Quello che sta emergendo attorno al cosiddetto “Sistema Pavia” non è soltanto un nuovo capitolo legato al delitto di Garlasco. È qualcosa di molto più profondo, potenzialmente devastante per la credibilità della magistratura italiana.

A Brescia va infatti in scena un paradosso che lascia molti cittadini disorientati: magistrati che ascoltano altri magistrati nell’ambito di indagini su presunti reati commessi da colleghi magistrati. Una scena che da sola racconta il livello di tensione e opacità che sembra essersi creato all’interno di una parte della giustizia lombarda.

Le accuse sono pesanti: corruzione, peculato, favori, appalti blindati, utilizzo improprio di beni pubblici e rapporti privilegiati con imprenditori che per anni avrebbero operato quasi in esclusiva negli uffici giudiziari.

Ma il vero nodo emotivo e simbolico resta sempre lui: il delitto di Garlasco.

A quasi vent’anni dall’omicidio di Chiara Poggi, quel caso continua a riemergere tra dubbi, anomalie investigative e interrogativi mai completamente sopiti. Ed è proprio questo che inquieta maggiormente l’opinione pubblica.

Perché quando si torna a parlare di intercettazioni ritenute “incomprensibili” che oggi diventano improvvisamente leggibili, di telefonate sospette, di fascicoli archiviati, di fotografie a documenti riservati e di presunte sottovalutazioni investigative, il rischio è che il processo mediatico si sposti dalla ricerca della verità alla perdita totale di fiducia nelle istituzioni.

Il problema infatti non riguarda più soltanto chi abbia ragione o torto.

Il problema è che sempre più cittadini iniziano a percepire la giustizia come un sistema chiuso, autoreferenziale e incapace di trasmettere trasparenza.

E questo è il danno più grave.

Perché uno Stato può sopravvivere agli scandali, agli errori e persino alle divisioni politiche. Ma difficilmente può reggere a lungo se i cittadini smettono di credere nell’imparzialità di chi dovrebbe garantire la legge.

Naturalmente sarà la magistratura a stabilire eventuali responsabilità e sarebbe irresponsabile trasformare accuse e sospetti in sentenze definitive. Ma è altrettanto evidente che ogni nuovo dettaglio che emerge alimenta un senso di amarezza collettiva sempre più forte.

Il rischio è che il “Sistema Pavia” diventi il simbolo di qualcosa di molto più grande di una singola inchiesta.

Il simbolo di una crisi di fiducia che attraversa ormai una parte importante del rapporto tra cittadini e istituzioni.

E alla fine resta una domanda inevitabile, forse persino scomoda:

chi controlla davvero i controllori?