Starmer assediato, Farage avanza e il Labour rischia il collasso: cosa sta succedendo davvero in Gran Bretagna?

Farage-Starmer
Farage-Starmer

La politica britannica sta entrando in una delle sue fasi più instabili dalla Brexit. E forse il dato più sorprendente è che tutto questo sta accadendo meno di due anni dopo la vittoria schiacciante del Labour di Keir Starmer.

Una maggioranza gigantesca, costruita sulle macerie dei Conservatori dopo anni di caos politico, sembrava dover aprire una nuova era per il Regno Unito. Invece oggi Westminster appare nuovamente travolta da lotte interne, crisi di leadership, scandali e una crescita populista che spaventa sempre di più il sistema politico tradizionale.

Il problema per Starmer non è soltanto l’opposizione.

Il problema è che il suo stesso partito non sembra più credere davvero in lui.

Il grande paradosso britannico è questo: il Labour ha vinto le elezioni, ma non ha mai veramente conquistato il Paese.

Molti elettori hanno votato contro i Conservatori più che a favore di Starmer. E ora quel vuoto politico e identitario sta esplodendo.

Da una parte c’è l’ala moderata, erede del blairismo, convinta che il partito debba restare centrista per mantenere credibilità economica e istituzionale.

Dall’altra cresce la pressione della sinistra interna, che accusa Starmer di essere troppo tecnocratico, freddo e incapace di offrire una vera visione sociale.

Nel frattempo il premier appare intrappolato in una continua gestione delle emergenze.

Prima il taglio ai sussidi energetici per i pensionati, percepito come un tradimento da parte di molti elettori storici del Labour. Poi gli scandali legati ai regali ricevuti da finanziatori del partito. Infine il caso esplosivo di Peter Mandelson, travolto dalle polemiche per i rapporti con Jeffrey Epstein.

Tutto questo ha contribuito a erodere rapidamente l’immagine di “cambiamento” che Starmer aveva promesso.

Ma il dato più inquietante per il Labour è un altro: la crescita costante di Nigel Farage e del suo partito Reform UK.

Farage sta facendo quello che sa fare meglio: intercettare rabbia, frustrazione e senso di abbandono nelle vecchie roccaforti operaie britanniche.

Molti elettori che un tempo votavano Labour oggi vedono il partito come distante, elitario e incapace di rappresentare le difficoltà quotidiane della classe media e dei lavoratori.

E la situazione ricorda sempre di più quanto accaduto negli Stati Uniti con Donald Trump.

Quando i partiti tradizionali perdono identità, il populismo trova spazio.

C’è poi un elemento che continua a tormentare la politica britannica: la Brexit.

A distanza di dieci anni, il Regno Unito non ha ancora trovato un nuovo equilibrio politico ed economico stabile.

Starmer ha cercato di riavvicinarsi all’Europa senza però riaprire ufficialmente il dossier Brexit. Una posizione prudente che però non entusiasma né gli europeisti convinti né i sostenitori della rottura definitiva con Bruxelles.

La verità è che la Brexit ha lasciato nel Paese una frattura culturale e identitaria ancora aperta.

E oggi quella frattura si sovrappone alla crisi economica, all’inflazione, alla pressione migratoria e alla crescente sfiducia verso le istituzioni.

Nel caos generale emerge sempre più la figura di Andy Burnham, considerato da molti come il possibile successore di Starmer.

Burnham rappresenta un Labour più vicino alle periferie, più sociale e meno tecnocratico.

I suoi sostenitori sostengono che il partito abbia perso anima e credibilità sotto la guida attuale. I suoi avversari invece temono che uno spostamento troppo a sinistra possa consegnare definitivamente il Paese alla destra populista.

La battaglia interna è ormai apertissima.

E Westminster sembra sempre più un partito in guerra con se stesso.

Il problema però non riguarda soltanto Keir Starmer.

Riguarda il futuro stesso della politica britannica.

I Conservatori sono ancora in crisi dopo anni di scandali e leadership fallimentari. Il Labour governa ma appare fragile e diviso. Reform UK cresce alimentando la rabbia antisistema. I Verdi avanzano a sinistra.

Il risultato è un Paese politicamente frammentato, nervoso e profondamente disilluso.

Ed è forse proprio questo il dato più preoccupante.

Perché quando gli elettori smettono di credere nei partiti tradizionali, il rischio non è soltanto il cambiamento politico.

Il rischio è l’instabilità permanente.

E oggi la Gran Bretagna sembra più vicina a quel punto di quanto molti vogliano ammettere