C’è una frase che colpisce più di tutte in questa lunga e inquietante giornata di guerra: «Non stiamo facendo progressi». Non l’ha detta un analista indipendente, ma un funzionario americano citato da Axios. Ed è forse la fotografia più sincera di quello che sta accadendo nel Golfo Persico.
Dopo ottanta giorni di guerra, il mondo si trova davanti a un bivio drammatico: o un accordo imperfetto, umiliante per tutti ma capace di fermare il sangue, oppure una nuova escalation che rischia di incendiare definitivamente il Medio Oriente e trascinare dentro anche gli Stati Uniti.
L’Iran, almeno sulla carta, qualcosa l’ha messo sul tavolo. Un congelamento del programma nucleare. Il trasferimento dell’uranio arricchito in Russia. Una tregua lunga. La riapertura graduale dello Stretto di Hormuz. Persino il tentativo diplomatico di “salvare la faccia”, tipico di ogni regime che vuole evitare di apparire sconfitto davanti al proprio popolo.
Ma Washington considera tutto questo insufficiente.
E allora la domanda diventa inevitabile: qual è davvero l’obiettivo finale?
Perché se l’obiettivo è evitare che l’Iran diventi una potenza nucleare, allora la diplomazia — per quanto sporca, lenta e frustrante — resta l’unica strada possibile. Ma se l’obiettivo nascosto è piegare definitivamente Teheran, umiliarla militarmente e ridisegnare gli equilibri della regione con la forza, allora il mondo deve prepararsi a qualcosa di molto più grande.
Trump intanto manda segnali sempre più muscolari. Le immagini pubblicate su Truth Social sembrano uscite da un videogioco: mappe con frecce puntate verso l’Iran, pulsanti rossi, “Space Force”, bombardamenti simulati. Una comunicazione aggressiva, spettacolare, quasi cinematografica.
Ma la guerra vera non è Hollywood.
La guerra vera significa benzina più cara, inflazione globale, famiglie americane che — secondo la Brown University — hanno già speso 40 miliardi di dollari in più solo per il carburante. Significa mercati destabilizzati, gas alle stelle in Europa, rotte commerciali a rischio e un possibile collasso energetico mondiale se Hormuz dovesse davvero chiudersi.
E soprattutto significa morti.
Per questo colpiscono anche le parole del presidente iraniano Masoud Pezeshkian: «Volete forse combattere per sempre?». Una frase che arriva proprio mentre Teheran crea addirittura una nuova autorità per gestire Hormuz, quasi a voler trasformare lo stretto più strategico del pianeta in uno strumento di pressione permanente.
Nel frattempo, Israele si prepara alla ripresa degli attacchi, il Pakistan schiera uomini e aerei in Arabia Saudita, e gli Stati Uniti discutono nuove opzioni militari nella Situation Room.
Sembra la cronaca degli anni che precedettero l’Iraq.
Sembra la stessa convinzione che basti “colpire duro” per risolvere problemi storicamente irrisolvibili.
Ma il Medio Oriente ha sempre avuto una capacità straordinaria: trasformare le guerre lampo in guerre infinite.
E c’è un altro elemento che l’America dovrebbe ascoltare con attenzione: cresce anche dentro gli Stati Uniti la paura di un nuovo conflitto senza fine. Persino figure vicine al trumpismo, come Marjorie Taylor Greene, parlano ormai apertamente di “rivoluzione politica” se Washington dovesse inviare truppe in Iran.
Perché dopo Afghanistan e Iraq, una parte dell’America non vuole più guerre ideologiche lontane migliaia di chilometri.
La verità è che oggi nessuno può davvero vincere questa guerra.
Non può vincerla l’Iran, economicamente stremato.
Non può vincerla Israele, costretto a vivere in mobilitazione permanente.
Non possono vincerla gli Stati Uniti, intrappolati tra deterrenza, interessi energetici e politica interna.
E allora forse il vero coraggio, oggi, non sarebbe mostrare missili o portaerei.
Sarebbe sedersi a un tavolo e accettare una pace imperfetta.
Perché ogni giorno che passa, il rischio non è solo una nuova guerra.
Il rischio è che questa diventi la guerra che cambia definitivamente il XXI secolo.
