Cambiano partito ma tengono il seggio: così la politica alimenta l’astensionismo

In questa legislatura sono già circa cinquanta i parlamentari che hanno cambiato gruppo politico. Un numero enorme se si pensa che il Parlamento si è insediato meno di quattro anni fa e che milioni di italiani hanno votato sulla base di simboli, programmi e coalizioni ben precise.

Secondo un’analisi di Openpolis, i cambi di gruppo hanno già superato quota cinquanta coinvolgendo deputati e senatori di quasi tutti gli schieramenti. Un fenomeno ormai diventato strutturale nella politica italiana.

Formalmente è tutto legale. La Costituzione italiana, attraverso l’articolo 67, vieta il vincolo di mandato. Un parlamentare non è obbligato a restare nel partito con cui è stato eletto. Può cambiare idea, cambiare posizione politica, persino cambiare completamente area ideologica.

Ed è giusto che sia così in una democrazia parlamentare.

Ma il vero problema non è la legittimità costituzionale. Il problema è politico, morale e soprattutto democratico.

Perché nessuno di questi parlamentari sembra mai porsi una domanda molto semplice: se gli elettori mi hanno votato sotto un simbolo e io quel simbolo lo abbandono, è corretto continuare a occupare quel seggio?

Qui nasce la distanza crescente tra cittadini e istituzioni.

Gli italiani vedono parlamentari eletti con un partito passare improvvisamente a un altro gruppo, sostenere governi opposti rispetto a quelli promessi in campagna elettorale oppure reinventarsi centristi, moderati, indipendenti o “responsabili” a seconda della convenienza politica del momento.

E tutto questo senza mai tornare davanti agli elettori.

In qualunque azienda privata, se cambi completamente progetto, squadra o obiettivi rispetto a quelli per cui sei stato assunto, qualcuno ti chiede conto delle tue scelte. In politica invece sembra normale cambiare casacca mantenendo stipendio, privilegi e posizione parlamentare.

Poi però la politica si stupisce dell’astensionismo.

Si fanno convegni sulla crisi della democrazia. Si organizzano dibattiti sulla disaffezione dei giovani. Si cercano spiegazioni sociologiche complesse. Ma forse una risposta è molto più semplice: milioni di cittadini hanno la sensazione che il loro voto possa essere modificato, reinterpretato o addirittura tradito durante la legislatura senza che abbiano alcun potere reale di intervenire.

Il problema diventa ancora più evidente con le liste bloccate. Molti parlamentari non sono stati scelti direttamente dai cittadini ma nominati dai partiti. Eppure, una volta entrati in Parlamento, si sentono liberi di spostarsi ovunque mantenendo il seggio conquistato grazie a quel simbolo che poi decidono di abbandonare.

Naturalmente esistono casi diversi. Ci sono parlamentari che rompono con il proprio partito per motivi ideali, per dissensi profondi o per coerenza politica. Ma sono eccezioni. Troppo spesso i cambi di gruppo sembrano invece legati a dinamiche di potere, opportunità personali o semplicemente sopravvivenza politica.

Ed è qui che nasce la sfiducia.

Perché il cittadino comune può accettare il confronto politico. Può accettare le differenze ideologiche. Può perfino accettare gli errori. Ma fatica ad accettare l’impressione che il voto espresso alle urne venga considerato un dettaglio secondario rispetto agli equilibri di palazzo.

La verità è che il trasformismo non è mai morto in Italia. Ha solo cambiato forma.

E ogni cambio di casacca senza passaggio elettorale aggiunge un piccolo pezzo alla crisi della credibilità politica italiana.

Poi ci si chiede perché sempre più persone decidano di non votare più.

Be the first to comment

Leave a Reply

Your email address will not be published.


*