La decisione del Comune di Shepparton di procedere con un piano di restauro parziale per la sede dello Shepparton Italian Social Club ha riacceso il dibattito all’interno della comunità italo-australiana locale, sollevando interrogativi profondi sul valore della memoria migrante e sulla tutela del patrimonio culturale costruito dal basso.
Dopo quattro anni di negoziati, il Comune di Shepparton ha approvato una proposta che prevede un contributo pubblico di 500.000 dollari per il recupero dell’edificio storico, lasciando tuttavia al club il compito di reperire autonomamente le risorse necessarie per completare il resto dei lavori.
Una decisione che, se da un lato viene presentata dall’amministrazione come un compromesso sostenibile, dall’altro è stata accolta con forte delusione da numerosi rappresentanti della comunità italiana.
Il vice-presidente del club, Vince Tassoni, non nasconde il proprio rammarico:
“Molti di noi sono stati avvicinati da persone i cui padri hanno costruito questo edificio. Per noi ha un significato culturale profondo”.
Parole che sintetizzano un sentimento diffuso: quello di una comunità che si sente poco riconosciuta nella gestione di un bene che essa stessa ha contribuito a creare e mantenere nel tempo.
L’edificio, costruito a partire dagli anni ’50 dai migranti italiani e completato nel 1975, rappresenta infatti uno dei simboli più significativi dell’insediamento italiano nella regione del Goulburn Valley. Realizzato grazie a raccolte fondi, lavoro volontario e sacrifici personali, il club è stato per decenni un punto di riferimento sociale, culturale e identitario per generazioni di famiglie italo-australiane.
La controversia si è ulteriormente intensificata dopo le devastanti alluvioni del 2022, che hanno causato gravi danni alla struttura. Il club sostiene di non aver avuto pieno accesso all’edificio nelle fasi successive all’emergenza e di non aver ricevuto adeguata documentazione relativa ai danni e alle decisioni prese durante le operazioni di sgombero degli interni.
Dal canto suo, il Comune ha giustificato le restrizioni richiamando motivi di sicurezza sanitaria, legati alla presenza di muffe e contaminazioni provocate dalle acque reflue.
Un altro elemento di tensione riguarda la gestione dei fondi assicurativi collegati ai danni dell’alluvione, stimati in circa 1,2 milioni di dollari. Secondo il club, tali risorse non sarebbero state interamente destinate al recupero della struttura originale.
Permane inoltre una divergenza interpretativa sullo status giuridico dell’accordo storico tra le parti: il club ritiene che l’intesa sia ancora valida, mentre il Comune sostiene che sia decaduta sulla base di pareri legali acquisiti negli ultimi anni.
Nonostante il clima teso, il presidente del club, Vince Sagoleo, ribadisce la volontà di proseguire il dialogo:
“La comunità italiana non si arrende”.
Un messaggio che riflette la determinazione di una realtà associativa che, pur tra difficoltà economiche e organizzative, continua a rivendicare il diritto alla conservazione del proprio patrimonio culturale e storico.
Il sindaco Shane Sali ha invece difeso la posizione del Consiglio comunale, sottolineando la necessità di garantire sostenibilità finanziaria e gestione del rischio idrogeologico.
“Non siamo disposti a investire somme significativamente più alte in una struttura esposta a rischi di alluvione e potenzialmente non assicurabile”, ha dichiarato.
Tuttavia, tra molte famiglie italo-australiane della zona cresce la convinzione che il valore storico e sociale dell’edificio non possa essere misurato esclusivamente in termini economici.
Per molti, infatti, il club rappresenta molto più di una semplice struttura: è un patrimonio collettivo che racconta la storia dell’immigrazione italiana nel Victoria rurale e il contributo determinante dato dagli italiani alla crescita economica, sociale e culturale della comunità locale.

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