I nuovi dati CEDA ridimensionano il dibattito sull’emergenza migratoria: il saldo netto è sceso da 555.800 a 301.000 persone e potrebbe arrivare a 225.000 entro il 2027-28. Ma sanità, logistica, industria e assistenza agli anziani continuano a dipendere dai lavoratori nati all’estero
La migrazione netta in Australia è già diminuita di oltre 250.000 persone rispetto al livello record raggiunto nel settembre 2023, registrando una contrazione di circa il 45%.
A rilevarlo è il nuovo rapporto sullo stato della migrazione australiana pubblicato dal Committee for Economic Development of Australia, il CEDA.
Il saldo migratorio netto, vale a dire la differenza tra le persone che arrivano nel Paese e quelle che lo lasciano, è passato dal picco di 555.800 a circa 301.000.
Secondo le previsioni contenute nei documenti di bilancio del Tesoro, il numero dovrebbe diminuire ulteriormente fino a raggiungere quota 225.000 entro l’anno finanziario 2027-28.
I dati arrivano mentre la migrazione continua a essere uno dei temi più controversi della politica australiana, soprattutto a causa della crisi abitativa, dell’aumento degli affitti e della pressione esercitata su trasporti, ospedali, scuole e infrastrutture.
Il dibattito politico non segue i dati
Secondo l’amministratrice delegata del CEDA, Melinda Cilento, il confronto pubblico sarebbe rimasto ancorato ai numeri record del periodo successivo alla pandemia senza tenere conto del rapido cambiamento già in corso.
Negli ultimi mesi diversi partiti hanno posto la riduzione della migrazione al centro delle proprie piattaforme, indicando l’elevato numero di arrivi come una delle principali cause della carenza di abitazioni e del sovraccarico dei servizi.
La Coalizione ha promesso di collegare il limite della migrazione netta al numero delle nuove case costruite durante l’anno precedente.
Il tema è tornato al centro dell’attenzione anche dopo l’intervento della leader di One Nation Pauline Hanson al National Press Club, durante il quale ha sostenuto che l’immigrazione elevata starebbe indebolendo l’identità nazionale e ha invocato una società “monoculturale”.
Il CEDA osserva però che la migrazione sta già diminuendo, principalmente per il calo degli arrivi e per il progressivo ritorno delle partenze verso livelli più normali.
Meno persone arrivano, ma chi è in Australia rimane più a lungo
Il rapporto segnala una dinamica che potrebbe apparire contraddittoria.
Il numero delle persone che entrano in Australia sta diminuendo, ma molti migranti temporanei restano nel Paese più a lungo rispetto al passato.
Questo riguarda soprattutto gli studenti internazionali e i lavoratori qualificati con visti temporanei, che prolungano la permanenza, cambiano categoria di visto oppure attendono più tempo prima di lasciare l’Australia.
Il saldo migratorio netto non misura infatti soltanto i nuovi ingressi. Viene influenzato anche dal numero delle partenze e dalla durata della permanenza di chi si trova già nel Paese.
Per questo motivo, una riduzione delle nuove concessioni di visto non produce necessariamente un calo immediato e proporzionale della migrazione netta.
La crisi abitativa resta reale
La diminuzione degli arrivi non cancella le difficoltà affrontate dalle famiglie australiane.
La disponibilità di abitazioni rimane insufficiente rispetto alla crescita della popolazione accumulata negli anni precedenti. I tempi di costruzione sono lunghi, i costi dei materiali e della manodopera restano elevati e numerosi progetti sono rallentati da procedure urbanistiche complesse.
Nelle principali città, la competizione per gli immobili in affitto continua a spingere verso l’alto i canoni, mentre molti giovani e nuclei familiari faticano ad acquistare una casa.
La migrazione ha certamente contribuito ad aumentare la domanda, soprattutto durante la forte ripresa degli arrivi dopo la riapertura delle frontiere.
Ma ridurre l’intera crisi abitativa alla presenza dei migranti rischia di ignorare problemi strutturali esistenti da anni: scarsa offerta, ritardi nella pianificazione, insufficienza delle infrastrutture e mancata costruzione di edilizia sociale.
Secondo Cilento, tagliare un flusso già in diminuzione non rappresenta da solo una soluzione efficace.
Un lavoratore su tre è nato all’estero
Il rapporto sottolinea il ruolo ormai essenziale dei migranti nell’economia australiana.
Circa un lavoratore su tre nei settori della sanità, della logistica, dei servizi professionali e della produzione industriale sarebbe nato all’estero.
Medici, infermieri, assistenti sociosanitari, autisti, ingegneri, tecnici, operai specializzati e professionisti provenienti da altri Paesi contribuiscono a mantenere operativi servizi fondamentali.
Una riduzione non pianificata della migrazione qualificata potrebbe quindi aggravare la carenza di personale già evidente in numerose industrie.
Il problema è particolarmente serio nelle aree regionali, dove molte aziende e strutture sanitarie faticano da anni a trovare lavoratori australiani disponibili a occupare determinate posizioni.
L’assistenza agli anziani avrà bisogno di 400.000 lavoratori
La pressione maggiore potrebbe arrivare dal settore dell’aged care.
Secondo le stime del CEDA, entro il 2050 l’assistenza agli anziani avrà bisogno di circa 400.000 lavoratori aggiuntivi.
L’invecchiamento della popolazione aumenterà rapidamente la domanda di operatori, infermieri, personale domestico e professionisti sanitari.
Il rapporto ritiene improbabile che il fabbisogno possa essere soddisfatto esclusivamente attraverso la forza lavoro nazionale.
L’Australia dovrà quindi continuare ad attirare personale dall’estero, migliorando allo stesso tempo salari, formazione, condizioni di lavoro e possibilità di carriera.
Senza una strategia migratoria mirata, il rischio è che migliaia di anziani non riescano ad accedere a servizi adeguati.
Qualifiche straniere non riconosciute: persi 4 miliardi ogni anno
Uno dei problemi più gravi riguarda il mancato riconoscimento delle qualifiche professionali conseguite all’estero.
Il CEDA stima che questa inefficienza costi all’economia australiana circa 4 miliardi di dollari all’anno in salari non guadagnati.
Molti migranti qualificati finiscono infatti per lavorare in settori completamente diversi da quelli per i quali hanno studiato e maturato esperienza.
Medici, ingegneri, insegnanti e altri professionisti possono attendere anni prima di ottenere il riconoscimento delle proprie competenze, affrontando procedure costose e spesso differenti da uno Stato all’altro.
Il risultato è uno spreco di capitale umano: mentre le imprese denunciano la mancanza di personale qualificato, migliaia di persone già presenti in Australia non possono svolgere il proprio mestiere.
Il rapporto chiede procedure più rapide, trasparenti e uniformi.
Migranti più giovani e contributo fiscale positivo
La maggior parte dei migranti arriva in Australia durante gli anni di maggiore produttività lavorativa.
Questo aiuta a bilanciare gli effetti dell’invecchiamento della popolazione e ad ampliare la base dei contribuenti che finanziano sanità, pensioni e servizi pubblici.
Secondo il CEDA, i migranti tendono complessivamente a versare più tasse di quanto ricevano attraverso i servizi, soprattutto durante i primi anni di permanenza.
Il contributo economico non elimina la necessità di pianificare correttamente alloggi e infrastrutture. Dimostra però che la migrazione non può essere considerata soltanto un costo.
Una politica efficace deve valutare sia la pressione immediata esercitata dalla crescita della popolazione sia il contributo di lungo periodo fornito dai nuovi residenti.
Il numero sostenibile deve essere stabilito con i dati
Il CEDA riconosce che le preoccupazioni della popolazione non possono essere ignorate.
Negli anni successivi alla pandemia, l’aumento della migrazione è stato troppo rapido rispetto alla capacità del Paese di costruire abitazioni e potenziare i servizi.
La sfida è ora individuare un livello sostenibile senza compromettere i settori che dipendono dai lavoratori stranieri.
Il think tank propone un sistema migratorio qualificato più trasparente e basato sulle reali necessità economiche.
Tra le misure indicate figurano percorsi di visto più semplici, un riconoscimento più veloce delle competenze, una migliore pianificazione delle infrastrutture e maggiori investimenti nell’edilizia.
Non si tratta quindi di scegliere tra frontiere completamente aperte e chiusura della migrazione.
La vera questione è stabilire quante persone accogliere, con quali competenze, in quali territori e con quale capacità di assicurare case, trasporti e servizi.
I numeri raccontano una realtà diversa dagli slogan
Il nuovo rapporto modifica il quadro nel quale si svolgerà il prossimo confronto politico.
La migrazione netta non si trova più ai livelli record del 2023 e, secondo le previsioni, continuerà a diminuire.
Questo non significa che la pressione accumulata su abitazioni e infrastrutture sia scomparsa. Significa però che le politiche future dovranno essere costruite sui dati attuali e non sulla fotografia di tre anni fa.
L’Australia ha bisogno di ridurre gli squilibri, migliorare la pianificazione e restituire fiducia alla popolazione.
Ma ha anche bisogno di medici, infermieri, tecnici, lavoratori dell’assistenza e personale qualificato.
Trasformare la migrazione nell’unica responsabile della crisi abitativa può offrire uno slogan efficace. Non costruisce però una sola casa, non amplia un ospedale e non forma i 400.000 lavoratori che serviranno per assistere una popolazione sempre più anziana.
