Garlasco, la domanda che nessuno riesce a ignorare: perché Marco Poggi è così sicuro dell’innocenza di Andrea Sempio?

Nel caso Garlasco ci sono due elementi che continuano a convivere e a scontrarsi. Da una parte c’è una sentenza definitiva che ha condannato Alberto Stasi per l’omicidio di Chiara Poggi. Dall’altra ci sono nuove indagini che hanno riportato l’attenzione su Andrea Sempio e su aspetti della vicenda che la magistratura ritiene meritevoli di ulteriori approfondimenti.

È all’interno di questo scenario che emerge una questione destinata a far discutere.

Marco Poggi, fratello di Chiara, ha sempre espresso una forte convinzione sull’estraneità di Andrea Sempio ai fatti. Una posizione chiara, netta, mai sfumata. Una convinzione che naturalmente merita rispetto, soprattutto considerando il dramma umano vissuto dalla famiglia Poggi.

Tuttavia una domanda resta inevitabile.

Su quali elementi si fonda una certezza così assoluta?

Marco Poggi non si trovava a Garlasco il giorno dell’omicidio. Era in vacanza con la famiglia e non ha assistito a quanto accaduto nella villetta di via Pascoli. La sua convinzione può quindi nascere dalla conoscenza personale di Andrea Sempio, da un rapporto di amicizia consolidato negli anni, dalla fiducia costruita nel tempo.

Ma è proprio qui che si apre il dibattito.

La fiducia personale può trasformarsi in una certezza assoluta quando si parla di un delitto che dopo quasi vent’anni continua a essere oggetto di nuove verifiche investigative?

È una domanda legittima e non implica sospetti nei confronti di nessuno. Anzi. È la stessa domanda che probabilmente si pongono molti osservatori mentre assistono agli ultimi sviluppi dell’inchiesta.

La riapertura di accertamenti e approfondimenti non dovrebbe essere interpretata come una condanna preventiva di qualcuno né come un’assoluzione automatica di qualcun altro. Dovrebbe essere vista per ciò che è: un tentativo della giustizia di verificare se esistano elementi che meritano di essere ulteriormente analizzati.

In fondo la ricerca della verità non dovrebbe mai essere considerata un problema.

Se la ricostruzione processuale che ha portato alla condanna di Alberto Stasi è corretta, ogni nuovo approfondimento finirà per rafforzarla. Se invece emergeranno aspetti diversi, sarà compito della magistratura valutarli.

Quello che colpisce, però, è come nel dibattito pubblico le convinzioni personali sembrino talvolta prevalere sulle domande.

Eppure sono proprio le domande a muovere le indagini, a far emergere nuovi elementi, a consentire alla giustizia di verificare ogni ipotesi.

Per questo la questione non è stabilire chi abbia ragione oggi.

La questione è capire perché alcune persone siano così sicure delle proprie conclusioni mentre gli stessi investigatori continuano a verificare, controllare e approfondire.

Dopo quasi vent’anni il caso Garlasco continua a dividere l’opinione pubblica. Ma forse, prima di schierarsi da una parte o dall’altra, sarebbe utile tornare al principio più semplice del giornalismo e della giustizia.

Continuare a fare domande.

Anche quelle che non hanno ancora trovato una risposta.