MARIO DRAGHI E L’EUROPA DELLE BANCHE

Mario Draghi ha ricevuto il premio “Carlo Magno” che, accompagnato da un contributo di un milione di euro, è forse il più prestigioso riconoscimento europeo “per la sua vita spesa per l’Europa”.

Complimenti al professore e, visto che Draghi gode sempre di buona stampa e perenni applausi, felicitazioni ed auguri. Credo di essere stato uno dei pochi che si siano letti integralmente il suo discorso, simile a quelli di tanti governatori di banche centrali che sanno sempre tutto e spiegano (agli altri) cosa sia meglio per il bene comune, ma soprattutto visto dal punto di vista dei banchieri.

Nessuno vuole mettere in dubbio la competenza economica di Draghi, ma è legittimo avere qualche dubbio sugli aspetti politici del suo intervento.

Sottolineata la “solitudine” europea e che da oltre Atlantico è difficile che tornino cappelli difensivi, per Draghi è necessario superare il concetto dell’unanimità decisionale perché i tempi sono maturi per arrivare a decisioni più veloci nei momenti di crisi, senza necessariamente avere l’unanimità, perché le azioni “non possono più essere contenute dentro il quadro istituzionale che abbiamo ereditato”. In altre parole, Germania e soci del Nord possano comandare per tutti.

Inoltre, per Draghi, si deve assolutamente sostenere di più la domanda interna come mercato europeo, non illudersi sugli alleati e soprattutto pensare a difendersi.

Draghi ha sorvolato sul fatto che buona parte degli europei non può certo sostenere la domanda interna perché ha difficoltà ad arrivare a fine mese e ha puntato tutto sulla necessità di nuovi investimenti tecnologici.

In quest’ottica, per esempio, un aumento sostanzioso delle spese militari è un gran bene perché fa ripartire l’economia (la Germania applaude), così come deve proseguire senza sosta la ricerca di energie alternative agli idrocarburi.

Molto scettico sull’America (senza peraltro mai citare Trump) e con la Cina che, in buona sostanza, produce beni concorrenziali a basso costo e “che sta sostenendo direttamente il nostro avversario, la Russia”.

Chissà cosa avrà pensato su questo il cancelliere Merz che, pur applaudendo in platea come da esigenze di copione, ha impostato proprio con Pechino una collaborazione industriale sempre più stretta.

Per Draghi serve “più capacità di decisione politica” (centralizzata), ma poi si ferma qui, senza indicare ricette o soluzioni e senza sottolineare come ad oggi il “potere” centrale europeo sia tutto indiretto, burocratico, senza la partecipazione o la scelta diretta dei cittadini.

Quindi mercato unico spinto, contributi centralizzati per gli investimenti, difesa europea potenziata, basta ai sostegni economici statali alle proprie aziende nazionali perché danneggiano la libera concorrenza europea (povere industrie italiane che pagano di più l’energia, ritorniamo al punto di partenza), insomma “federalismo pragmatico” (concetto che però resta nebuloso ed anzi appare in netta contraddizione con gran parte del suo discorso, vista la volontà di accentrare le decisioni) per permettere — esortazione finale — “ai paesi che vogliono avanzare di farlo”.

Non un accenno, neppure minimo, ad un’Europa che abbia anche altri valori oltre quelli economici, nessuna apertura ad Est, nessun riferimento allo stato sociale ed ai problemi quotidiani della gente.

Grandi applausi dei banchieri in sala, ma i cittadini europei — quei pochi che comprendono questi discorsi — non sono stati mai né citati né interpellati: per Draghi evidentemente non contano molto, anzi, non entrano nemmeno in partita.