Macerie, speranza e disincanto ci ricordano un famoso 2 giugno 1946… nasceva la Repubblica!

A ottant’anni dal referendum costituzionale una riflessione sull’Italia che seppe rialzarsi dalle rovine della guerra per costruire la democrazia

di Marco Testa

Ottant’anni non bastano a fare pace con la storia. La storia, specie quella italiana, non è mai un fiume tranquillo: è piuttosto una piena che trascina detriti, illusioni, eroismi e miserie. Così accade anche con la nascita della Repubblica italiana, proclamata il 2 giugno 1946, quando gli italiani furono chiamati a scegliere tra Monarchia e Repubblica in un Paese che usciva dalla guerra sconfitto e moralmente a pezzi. 

L’Italia di allora non aveva nulla della retorica lucidata che oggi spesso accompagna le celebrazioni ufficiali. Era un Paese affamato, coperto di macerie, pieno di vedove e di reduci. Le città conservavano ancora l’odore acre dei bombardamenti. Le campagne custodivano silenzi duri, quasi medievali. I treni arrivavano in ritardo non per inefficienza burocratica, ma perché mancavano i binari. Eppure, dentro quella povertà disperata, gli italiani trovarono la forza di compiere uno degli atti più maturi della loro storia unitaria: scegliere. 

Il referendum del 1946 fu anzitutto questo: un’assunzione di responsabilità collettiva. Per la prima volta votarono anche le donne. E già questo basterebbe a fare del 2 giugno una data rivoluzionaria. L’Italia monarchica, paternalista e ancora ottocentesca, si vide improvvisamente costretta a guardarsi allo specchio e a riconoscere cittadini laddove aveva sempre visto sudditi. 

La Monarchia pagava colpe enormi. Non tanto quella, generica, di aver accompagnato il fascismo — perché in Italia molti accompagnarono il fascismo finché convenne — quanto quella di aver rinunciato al proprio dovere storico. Vittorio Emanuele III, il re piccolo di statura e di coraggio, aveva firmato le leggi razziali, aveva consegnato il Paese a Mussolini e, nel momento decisivo dell’8 settembre, era fuggito da Roma lasciando esercito e popolo nel caos. Un sovrano può perdere una guerra. Ma non può perdere la dignità. Gli italiani questo lo avevano capito. 

La Repubblica nacque dunque più per esaurimento della Monarchia che per entusiasmo ideologico. Il popolo italiano non era composto da giacobini. Non aveva la furia rivoluzionaria francese né il pragmatismo anglosassone. Gli italiani restavano un popolo sentimentale, diffidente verso lo Stato e attaccato ai campanili più che alle istituzioni. Ma avevano intuito che bisognava voltare pagina. 

Eppure quella scelta avvenne in un clima tutt’altro che limpido. I brogli denunciati, le tensioni nel Mezzogiorno, le accuse reciproche e i morti nelle piazze di Napoli e di altre città raccontano un Paese già diviso. La Repubblica nacque con una maggioranza significativa ma non schiacciante: circa dodici milioni di voti contro dieci milioni per la Monarchia. Non fu un plebiscito. Fu una frattura geografica e culturale. Il Nord repubblicano, segnato dalla Resistenza, si contrappose a un Sud monarchico, più conservatore e meno coinvolto nell’antifascismo militante. 

Ma la grandezza di quel momento storico non sta nell’assenza di divisioni. Sta nel fatto che l’Italia, pur lacerata, non precipitò in una guerra civile permanente. Al contrario, trovò nella Costituente uomini capaci di discutere, combattersi e infine costruire. Democristiani, comunisti, socialisti e liberali erano avversari feroci, ma possedevano ancora una virtù oggi rara: il senso del limite. 

La Costituzione nata da quella stagione rimane probabilmente il miglior compromesso mai prodotto dalla politica italiana. Non perfetta, certo. Talvolta prolissa, talvolta ingenuamente programmatica. Ma profondamente umana. Dentro vi si ritrovano la paura della dittatura, il ricordo della fame, il bisogno di giustizia sociale e il desiderio di libertà. 

Ottant’anni dopo, la Repubblica appare invece stanca. Non povera come nel 1946, ma più fragile moralmente. Gli italiani hanno perso molte delle illusioni che accompagnarono il dopoguerra. La politica si è ridotta spesso a spettacolo, le ideologie sono evaporate senza essere sostituite da valori condivisi e il rapporto tra cittadini e istituzioni è tornato a essere dominato dalla sfiducia. Eppure sarebbe ingiusto guardare alla Repubblica soltanto come a una promessa mancata. In questi ottant’anni l’Italia ha conosciuto il miracolo economico, l’allargamento dei diritti, l’istruzione di massa e la modernizzazione industriale. Milioni di contadini sono diventati operai, tecnici e professionisti. Il Paese che nel 1946 arrancava tra le rovine è diventato una delle principali economie del mondo occidentale. 

La Repubblica ha resistito al terrorismo, alle stragi mafiose, ai tentativi di destabilizzazione, alla corruzione sistemica e perfino alla cronica incapacità italiana di governarsi con continuità. Nessun altro popolo europeo avrebbe potuto sopravvivere con tanta disinvoltura a una simile quantità di contraddizioni. Forse perché l’Italia possiede un istinto antico di sopravvivenza. È un Paese che cade continuamente ma riesce sempre, in qualche modo, a rialzarsi. Talvolta senza eleganza, spesso senza memoria, ma con una vitalità che sorprende perfino i suoi detrattori. 

Celebrare oggi gli ottant’anni della Repubblica dovrebbe significare soprattutto questo: ricordare che la democrazia non nasce dalle cerimonie, ma dalla fatica. Non dalle parole solenni, ma dalla responsabilità civile. Gli uomini del 1946 non erano migliori di noi. Avevano però visto l’abisso. E chi ha visto l’abisso comprende il valore delle istituzioni. 

La nascita della Repubblica italiana custodisce una forza autentica: quella dei popoli che, dopo avere toccato il fondo, decidono di ricominciare. Ottant’anni dopo, il compito degli italiani non è idolatrare quella stagione né trasformarla in leggenda. È esserne degni.