di Emanuele Esposito
C’è una domanda che la politica italiana evita da anni, forse perché troppo scomoda: chi deve davvero decidere il futuro dell’Italia?
A riaprire il dibattito è il costituzionalista Davide Paris con il volume Il diritto di voto preso sul serio – La partecipazione dei cittadini residenti all’estero alle elezioni politiche, pubblicato da Bocconi University Press. Un testo destinato a far discutere perché mette in discussione uno dei grandi tabù della politica italiana contemporanea: il voto degli italiani residenti all’estero.
Negli ultimi decenni il diritto di voto per i cittadini emigrati è stato presentato quasi come una conquista intoccabile della democrazia moderna. Più diritti, più partecipazione, più uguaglianza. Ma Paris ribalta completamente la prospettiva e pone una questione tanto semplice quanto esplosiva: è davvero democratico permettere a chi non vive più in Italia di incidere sulle decisioni politiche di chi invece vi risiede ogni giorno?
Secondo l’autore, il problema non è soltanto tecnico o organizzativo. Non riguarda semplicemente il voto per corrispondenza o le schede spedite attraverso la rete consolare. Il nodo è molto più profondo: riguarda il rapporto tra cittadinanza, territorio e sovranità democratica.
Nel libro viene criticata quella che viene definita una tendenza “iper-estensiva” del diritto di voto nelle democrazie occidentali. In pratica, più uno Stato concede il voto ai residenti all’estero e più viene considerato moderno e democratico. Paris mette però in guardia da quella che definisce una possibile “sovra-inclusione democratica”.
Si tratta di un concetto provocatorio ma centrale nel volume: includere nel processo decisionale milioni di persone che non subiscono direttamente le conseguenze delle decisioni politiche rischia di indebolire il peso del voto di chi vive stabilmente nel Paese.
Il caso italiano è emblematico. L’Italia possiede una delle più grandi diaspore del mondo, con milioni di cittadini iscritti all’AIRE sparsi tra Europa, Americhe, Asia e Australia. Eppure la partecipazione elettorale all’estero continua a essere relativamente bassa. Nel volume viene ricordato come alle elezioni politiche del 2022 abbia votato circa il 26% degli aventi diritto residenti fuori dall’Italia, una percentuale nettamente inferiore rispetto a quella registrata sul territorio nazionale.
Ma il punto più delicato è un altro. Secondo Paris, la politica italiana avrebbe accettato con relativa leggerezza il voto all’estero proprio perché, nei fatti, raramente è decisivo. Una sorta di diritto “innocuo”. Il problema emergerebbe però nel momento in cui il voto degli italiani all’estero diventasse realmente determinante per la formazione di un governo o per l’elezione diretta del premier.
Il libro richiama infatti anche il dibattito sul cosiddetto premierato, sottolineando come milioni di voti provenienti dall’estero potrebbero teoricamente contribuire a decidere chi guiderà il Governo italiano.
Una riflessione che inevitabilmente farà discutere le comunità italiane nel mondo. Per decenni gli emigrati hanno lottato per ottenere rappresentanza politica, dignità istituzionale e il diritto di continuare a sentirsi parte della Repubblica. Oggi però emerge una nuova domanda: il legame della cittadinanza basta davvero, da solo, a giustificare il pieno diritto di incidere sulle scelte politiche di un Paese nel quale magari non si vive più da quarant’anni?
Il libro non propone l’abolizione totale del voto all’estero, ma invita a superare gli slogan e ad affrontare seriamente una questione che riguarda il cuore stesso della democrazia rappresentativa.
In controluce emerge anche una critica severa alla politica italiana, accusata implicitamente di aver trasformato il voto estero in un terreno ambiguo: importante sul piano simbolico, ma spesso trascurato nella pratica, tra campagne elettorali poco controllate, problemi di sicurezza del voto postale e una rappresentanza percepita da molti come marginale.
La verità è che il tema resta esplosivo. Perché dietro il voto degli italiani all’estero non c’è soltanto una questione elettorale. C’è una domanda identitaria destinata ad accompagnare il Paese nei prossimi anni: chi è oggi il popolo italiano?
Solo chi vive entro i confini della Repubblica? Oppure anche chi, pur vivendo a Sydney, Toronto, Buenos Aires o Londra, continua a sentirsi italiano, a parlare italiano e a trasmettere la cultura italiana ai propri figli?
È una domanda che la politica continua a rinviare. Ma prima o poi dovrà trovare una risposta.
