LEFEBVRIANI, LA RISPOSTA A LEONE XIV: «NON VOGLIAMO SEPARARCI DA ROMA». MA LE ORDINAZIONI RESTANO CONFERMATE

Don Davide Pagliarani chiede al Pontefice altro tempo per riflettere e la benedizione apostolica, sostenendo che la Fraternità voglia “ricucire la tunica di Cristo”. A Ecône, tuttavia, proseguono i preparativi per la consacrazione di quattro vescovi senza mandato pontificio, definita dal Vaticano un atto scismatico

di Redazione

La Fraternità Sacerdotale San Pio X risponde all’appello di Papa Leone XIV, assicura di non volersi separare dalla Chiesa di Roma e chiede al Pontefice di non assumere decisioni definitive prima di avere ulteriormente valutato le sue intenzioni. Non annuncia, però, la sospensione delle quattro consacrazioni episcopali previste per mercoledì 1° luglio a Ecône, in Svizzera.

La risposta è contenuta in una lettera firmata dal superiore generale della Fraternità, don Davide Pagliarani, e pubblicata nella serata del 30 giugno. Il sacerdote ringrazia Leone XIV per la sollecitudine paterna, afferma di essere rimasto profondamente colpito dal suo intervento e lamenta di non avere avuto l’opportunità di incontrarlo personalmente prima della crisi.

Il confronto tra Roma e i seguaci di Marcel Lefebvre si concentra ora sulla stessa immagine religiosa, interpretata però in maniera opposta. Il Papa aveva chiesto alla Fraternità di non «lacerare la tunica inconsutile di Cristo» con un atto contrario alla comunione ecclesiale. Pagliarani risponde sostenendo che, nelle condizioni attuali, i lefebvriani ritengono invece proprio dovere contribuire a ricucire quella tunica, che considerano danneggiata da forze, orientamenti e pressioni incompatibili con un autentico spirito cattolico.

È il punto centrale di uno scontro che non riguarda soltanto una cerimonia episcopale o una violazione disciplinare. Roma e la Fraternità San Pio X si accusano reciprocamente, sia pure con linguaggi differenti, di mettere in pericolo l’unità e la continuità della Chiesa.

Per il Vaticano, l’unità ecclesiale richiede la comunione con il Pontefice e l’accettazione della sua autorità sulla nomina e sulla consacrazione dei vescovi. Per la Fraternità, invece, la vera unità può essere garantita soltanto dalla fedeltà integrale alla Tradizione cattolica precedente alle trasformazioni seguite al Concilio Vaticano II.

«NON È TROPPO TARDI»

Nella sua risposta, Pagliarani invita Leone XIV a considerare l’autenticità dell’intenzione dichiarata dalla Fraternità prima di assumere una decisione nei suoi confronti.

Il superiore generale sostiene che la San Pio X non desideri costruire una Chiesa separata, ma aiutare quella romana attraverso mezzi che egli stesso definisce straordinari. Utilizza l’immagine di una madre in difficoltà, alla quale sarebbe necessario prestare un aiuto particolare anche quando quel sostegno non viene compreso da tutti.

Pagliarani chiede quindi al Papa di concedere altro tempo al discernimento. Ricorda che il Vaticano ha già dimostrato, in altre situazioni ecclesiali complesse, di saper attendere e valutare le circostanze prima di adottare provvedimenti definitivi.

La lettera si conclude con una richiesta filiale: «Le chiediamo gentilmente di darci la benedizione». Il superiore generale afferma inoltre di pregare da tempo santa Rita per la soluzione della crisi e di avere interpretato l’elezione di un Pontefice agostiniano come un segno di speranza.

Il tono è rispettoso e non contiene un attacco personale a Leone XIV. La sostanza politica ed ecclesiale della risposta, tuttavia, rimane ferma. Pagliarani non dichiara di avere rinunciato alle consacrazioni e non riconosce che la loro celebrazione produrrebbe una separazione dalla Chiesa.

La richiesta di tempo sembra piuttosto rivolta al Papa affinché sospenda eventuali provvedimenti canonici contro la Fraternità, mentre a Ecône il programma delle celebrazioni continua.

DUE INTERPRETAZIONI DELLA STESSA FERITA

La contrapposizione sulla tunica di Cristo mostra la distanza profonda tra le due posizioni.

Leone XIV interpreta la consacrazione di vescovi senza mandato pontificio come una rottura dell’unità visibile della Chiesa. Nella lettera indirizzata a Pagliarani, datata 29 giugno, il Papa riconosce l’impegno liturgico, la formazione sacerdotale, lo zelo apostolico e il desiderio di fedeltà alla Tradizione presenti nella Fraternità. Subito dopo, però, chiede con fermezza di fermarsi: «Tornate sui vostri passi».

Per il Pontefice, il gesto annunciato danneggerebbe prima di tutto i fedeli legati alla San Pio X, esponendoli a una situazione sacramentale e canonica ancora più complessa. Leone XIV avverte che l’atto potrebbe privarli della ricezione lecita e, in determinate circostanze, persino valida di alcuni sacramenti.

Il Papa mantiene aperta la possibilità di un percorso di dialogo e di intesa, ma subordina questo confronto alla rinuncia alle consacrazioni unilaterali.

Pagliarani capovolge il ragionamento. Secondo la sua impostazione, la crisi della Chiesa non sarebbe stata prodotta dalla Fraternità, ma dall’allontanamento di una parte del magistero e della vita ecclesiale dalla Tradizione. Le consacrazioni sarebbero quindi necessarie per garantire la continuità delle ordinazioni sacerdotali, delle cresime e dell’apostolato tradizionale.

In questa prospettiva, la disobbedienza al divieto pontificio viene presentata come una misura eccezionale adottata non contro la Chiesa, ma per difenderla.

È proprio questa pretesa a risultare inaccettabile per Roma. La Santa Sede ritiene che nessuna comunità possa attribuirsi autonomamente il potere di stabilire quando l’autorità del Papa debba essere obbedita e quando possa essere ignorata in nome di una situazione di necessità.

LE CONSACRAZIONI DEL 1° LUGLIO

La Fraternità San Pio X ha predisposto un programma di celebrazioni dal 29 giugno al 2 luglio nel seminario di Ecône. La consacrazione dei quattro nuovi vescovi è prevista nella mattinata del 1° luglio, nello stesso luogo nel quale Marcel Lefebvre consacrò quattro presuli senza mandato pontificio il 30 giugno 1988.

Secondo le informazioni diffuse dalla stessa Fraternità e riportate da ANSA, i sacerdoti destinati a ricevere l’ordinazione episcopale sono lo svizzero Pascal Schreiber, l’americano Michael Goldade e i francesi Michel Poinsinet de Sivry e Marc Happier. La cerimonia dovrebbe richiamare migliaia di fedeli, sacerdoti e religiosi provenienti da diversi Paesi.

La scelta di nuovi vescovi risponde alla necessità della Fraternità di assicurare la continuità della propria struttura. L’episcopato è infatti indispensabile per ordinare nuovi sacerdoti e amministrare alcuni sacramenti.

La Fraternità sostiene che i propri vescovi siano anziani o non più sufficienti a garantire nel lungo periodo tutte le attività svolte nel mondo. Roma non nega l’esistenza del problema, ma contesta che possa essere risolto unilateralmente.

Una consacrazione episcopale non è soltanto la trasmissione di un potere sacramentale. Inserisce il nuovo vescovo nel collegio episcopale e presuppone la comunione gerarchica con il Pontefice. Consacrare un vescovo contro una proibizione esplicita del Papa significa quindi mettere in discussione il primato romano in una materia considerata essenziale per l’unità della Chiesa.

L’AVVERTIMENTO DELLA DOTTRINA DELLA FEDE

La posizione vaticana era stata formalizzata il 13 maggio dal prefetto del Dicastero per la Dottrina della Fede, cardinale Víctor Manuel Fernández.

Il porporato aveva dichiarato che le ordinazioni annunciate non disponevano del necessario mandato pontificio e che il loro svolgimento avrebbe costituito un «atto scismatico». Aveva inoltre ricordato che l’adesione formale a uno scisma rappresenta una grave offesa contro Dio e comporta le sanzioni previste dal diritto della Chiesa.

L’intervento del Dicastero non aveva modificato il programma della Fraternità. Nei mesi successivi, la San Pio X aveva pubblicato documenti, dichiarazioni di fede e spiegazioni teologiche per sostenere che le consacrazioni fossero giustificate da uno stato di necessità.

Il 24 giugno i lefebvriani avevano indirizzato a Leone XIV e ai cardinali una nuova professione di fede, dichiarando di volere conservare integralmente il deposito trasmesso dagli apostoli. Anche quel documento, tuttavia, non conteneva la disponibilità a sospendere la cerimonia.

La lettera personale del Papa rappresentava dunque l’ultimo tentativo di evitare una nuova rottura. La risposta di Pagliarani riconosce il carattere paterno dell’appello, ma non accoglie la richiesta principale: desistere dalle consacrazioni.

IL NODO DEL CONCILIO VATICANO II

Dietro la controversia immediata resta il problema irrisolto dell’accettazione del Concilio Vaticano II e del magistero dei Pontefici successivi.

La Fraternità San Pio X contesta soprattutto alcuni sviluppi riguardanti la libertà religiosa, l’ecumenismo, il dialogo interreligioso, la collegialità episcopale e i rapporti tra la Chiesa e il mondo moderno. Critica inoltre la riforma liturgica introdotta dopo il Concilio e continua a celebrare prevalentemente secondo il Messale romano del 1962.

La questione, tuttavia, non può essere ridotta alla contrapposizione tra messa in latino e celebrazione nelle lingue moderne. Il latino non è stato abolito dal Concilio e continua a essere la lingua ufficiale della Chiesa latina. Il dissenso lefebvriano riguarda l’intera concezione della riforma liturgica e, più profondamente, il modo in cui la Tradizione può svilupparsi attraverso il magistero.

Per la Fraternità, diversi insegnamenti e orientamenti conciliari sarebbero incompatibili con il magistero precedente. Per Roma, questa lettura conduce a una visione statica e incompleta della Tradizione, perché non riconosce adeguatamente l’autorità del Concilio ecumenico e dei Pontefici che ne hanno guidato l’applicazione.

Benedetto XVI chiarì nel 2009 che la mancanza di uno status canonico della Fraternità non dipendeva soltanto da questioni disciplinari, ma da problemi dottrinali. Fino alla loro soluzione, i suoi ministri non avrebbero esercitato legittimamente un ministero nella Chiesa.

IL PRECEDENTE DEL 1988

La crisi attuale riproduce quasi esattamente quella verificatasi trentotto anni fa.

Il 30 giugno 1988 Marcel Lefebvre, assistito dal vescovo brasiliano Antônio de Castro Mayer, consacrò a Ecône quattro vescovi senza il mandato di Giovanni Paolo II. Il Pontefice definì il gesto un atto scismatico, perché implicava una gravissima disobbedienza in una materia fondamentale per la comunione ecclesiale e il primato romano.

Lefebvre e i quattro sacerdoti consacrati incorsero nelle sanzioni canoniche previste. Nel 2009 Benedetto XVI rimise la scomunica ai quattro vescovi ancora viventi, nel tentativo di eliminare un ostacolo al dialogo.

Quella decisione riguardava le persone, non il riconoscimento giuridico della Fraternità. La Segreteria di Stato precisò infatti che la San Pio X continuava a non possedere uno status canonico e che il pieno riconoscimento avrebbe richiesto l’accettazione del Concilio Vaticano II e del magistero dei Pontefici successivi.

Il richiamo al precedente è utilizzato anche da Pagliarani nella lettera a Leone XIV. Il superiore osserva che, se la Fraternità fosse realmente e definitivamente separata dalla Chiesa dal 1988, non avrebbe senso che il Papa si rivolgesse ancora a lei come un padre a un figlio per impedire un nuovo scisma.

Roma distingue però tra la posizione istituzionale irregolare della Fraternità, le responsabilità personali e la realizzazione di un nuovo atto capace di aggravare ulteriormente la frattura. Il fatto che il dialogo sia rimasto aperto non equivale, per il Vaticano, a riconoscere la legittimità delle consacrazioni.

LA RICHIESTA DI BENEDIZIONE

Uno degli aspetti più singolari della risposta è la richiesta rivolta al Papa di impartire la propria benedizione.

Pagliarani riconosce in questo modo Leone XIV come Pontefice e pastore universale, ma si prepara contemporaneamente a procedere contro la sua volontà esplicita in una materia riservata alla sua autorità.

La contraddizione sintetizza l’intera posizione lefebvriana. La Fraternità afferma di riconoscere il primato di Pietro, ma sostiene che in una situazione eccezionale sia possibile disobbedire a un ordine pontificio per proteggere la fede e la salvezza delle anime.

Per il Vaticano, il riconoscimento del Papa non può rimanere soltanto teorico. Deve tradursi in una comunione concreta e nell’accettazione della sua autorità, soprattutto quando è in gioco la scelta dei vescovi.

La benedizione richiesta da Pagliarani non appare quindi facilmente separabile dalla decisione sulle consacrazioni. Concedere un’approvazione alla vigilia della cerimonia potrebbe essere interpretato come una forma di legittimazione di un atto che la Santa Sede ha già definito scismatico.

LE ORE PIÙ DIFFICILI

Alla vigilia delle consacrazioni, non risultano annunci ufficiali sulla loro sospensione. Il programma diffuso dalla Fraternità rimane operativo e i fedeli hanno già raggiunto Ecône per partecipare alle celebrazioni.

Un cambiamento dell’ultima ora non può essere escluso, ma la risposta di Pagliarani non contiene elementi che facciano pensare a un ripensamento immediato. Il superiore chiede piuttosto che sia Roma a rinviare la propria valutazione e a riconoscere la sincerità delle intenzioni lefebvriane.

La possibilità di un accordo appare ridotta perché le due parti attribuiscono significati opposti allo stesso gesto.

Per la Fraternità, consacrare nuovi vescovi significa assicurare la sopravvivenza di un’opera considerata necessaria alla conservazione della fede. Per la Santa Sede, procedere senza mandato significa creare una successione episcopale parallela e approfondire una separazione che decenni di colloqui non sono riusciti a superare.

Leone XIV ha offerto il dialogo, riconosciuto le qualità spirituali presenti nella Fraternità e rivolto un appello personale a Pagliarani. Il superiore ha risposto con deferenza, professando la volontà di servire Roma e chiedendo la benedizione papale.

Tra i due documenti, tuttavia, resta una distanza decisiva. Il Papa chiede di fermare le consacrazioni. La Fraternità chiede di essere compresa mentre si prepara a celebrarle.

La tunica di Cristo evocata da entrambe le parti è diventata così il simbolo di due concezioni incompatibili dell’unità ecclesiale: per Roma non può esistere unità senza comunione con il successore di Pietro; per Ecône non può esserci vera comunione senza una piena adesione alla Tradizione così come la Fraternità la interpreta.

Le ore che precedono la cerimonia stabiliranno se rimarrà ancora uno spazio per evitare la rottura oppure se la Chiesa cattolica dovrà affrontare il più grave scontro con il mondo lefebvriano dal 1988.

Fonti

Lettera di Papa Leone XIV a don Davide Pagliarani del 29 giugno 2026; risposta ufficiale del superiore generale della Fraternità San Pio X del 30 giugno 2026; Dicastero per la Dottrina della Fede; Ecclesia Dei di Giovanni Paolo II; documenti di Benedetto XVI; ANSA.