Un nuovo studio nazionale condotto su quasi 2.000 giovani australiani tra i 16 e i 18 anni rivela che l’intelligenza artificiale è ormai entrata anche nel campo degli abusi sessuali online sui minori. Deepfake, immagini non consensuali e chatbot usati come primo canale di richiesta d’aiuto aprono una nuova emergenza per famiglie, scuole, autorità e aziende tecnologiche.
Una nuova emergenza digitale per i minori
L’intelligenza artificiale sta cambiando il volto degli abusi online contro i minori.
Secondo un nuovo studio nazionale australiano, circa un adolescente su 25 sotto i 18 anni ha vissuto direttamente, o conosce un amico che ha vissuto, una forma di vittimizzazione sessuale online assistita dall’AI. È l’equivalente, secondo la ricerca, di almeno uno studente in ogni classe dell’ultimo anno delle superiori.
Il dato arriva dal primo studio rappresentativo a livello nazionale sul ruolo dell’intelligenza artificiale nella vittimizzazione sessuale online dei minori in Australia. La ricerca è stata condotta dall’Australian Cybercrime Observatory dell’Università di Adelaide, in collaborazione con l’International Centre for Missing and Exploited Children Australia e il Centre to Counter Child Exploitation della Australian Federal Police.
Deepfake, immagini manipolate e “nudify”
Il problema principale riguarda l’uso dell’AI per creare o alterare immagini sessuali senza consenso.
I ricercatori hanno esaminato esperienze come la condivisione non consensuale di immagini sessuali e la sollecitazione sessuale online da parte di adulti. Lo studio ha rilevato che il 15% dei giovani australiani intervistati ha sperimentato forme di vittimizzazione sessuale online e che, in circa un caso su quattro di condivisione non consensuale di immagini sessuali, era coinvolta l’intelligenza artificiale.
Si tratta spesso di deepfake o strumenti cosiddetti “nudify”, capaci di trasformare fotografie reali in immagini sessualmente esplicite. In molti casi basta una foto presa dai social per creare contenuti falsi ma devastanti per la vittima.
Il punto più inquietante è che non serve più rubare materiale intimo reale. L’abuso può essere fabbricato, diffuso e usato per umiliare, ricattare o isolare una ragazza o un ragazzo.
I ragazzi tra le vittime più colpite dall’abuso AI
Storicamente, la vittimizzazione sessuale online colpisce più spesso le ragazze. Anche i dati dell’eSafety Commissioner mostrano che, prima dei 18 anni, le ragazze sono circa tre volte più esposte dei ragazzi a esperienze di vittimizzazione sessuale online.
Ma con l’intelligenza artificiale il quadro cambia.
Lo studio citato da ABC News indica che una quota maggiore degli episodi subiti dai ragazzi coinvolge l’AI rispetto a quanto avviene per le ragazze. È un elemento nuovo e significativo, perché allarga il perimetro del rischio e smentisce l’idea che questo tipo di abuso riguardi solo le adolescenti.
Il danno, infatti, non dipende dal genere. Dipende dalla vulnerabilità digitale, dalla facilità con cui le immagini personali vengono raccolte e manipolate, e dalla velocità con cui i contenuti possono circolare.
I chatbot diventano anche uno spazio di confessione
La ricerca contiene un altro dato di grande importanza: molti giovani non parlano subito con adulti, scuole, polizia o servizi di supporto. Parlano con l’intelligenza artificiale.
Secondo lo studio, i chatbot sono diventati uno dei canali più frequenti attraverso cui gli adolescenti cercano aiuto o raccontano esperienze dolorose. Tra chi ha subito vittimizzazione sessuale online, la maggioranza si confida con amici o genitori, ma una quota significativa si rivolge anche a sistemi AI come chatbot conversazionali.
Questo apre una domanda enorme: cosa succede quando un minore racconta a un chatbot di essere stato vittima di abuso?
Se il sistema si limita a rispondere e poi dimentica, il rischio è che una richiesta d’aiuto venga assorbita da una macchina senza mai arrivare a una persona in grado di intervenire.
Il dovere delle aziende tecnologiche
Gli esperti chiedono ora alle aziende AI sistemi più chiari per gestire le rivelazioni di abuso.
Non basta impedire agli utenti di generare materiale illegale. Serve anche prevedere percorsi di supporto quando un giovane usa una piattaforma AI per raccontare una violenza, un ricatto, una minaccia o la diffusione di immagini non consensuali.
Il tema è quello della responsabilità. Se i chatbot diventano uno spazio in cui gli adolescenti chiedono aiuto, le aziende devono costruire risposte sicure, verificabili e capaci di indirizzare le vittime verso servizi reali.
Il problema era già stato individuato dall’Australian Institute of Criminology, che nel 2025 aveva pubblicato una valutazione rapida sul rapporto tra intelligenza artificiale e abusi sessuali sui minori. Quel lavoro segnalava una lacuna importante nella ricerca: molti studi analizzavano l’AI come strumento di prevenzione e investigazione, ma mancavano ricerche sufficienti sull’uso dell’AI da parte degli autori di abuso.
Le regole non corrono alla velocità della tecnologia
In Australia, il dibattito sulla sicurezza online dei minori è già molto avanzato. L’eSafety Commissioner ha sviluppato strumenti di segnalazione, risorse per le famiglie e indicazioni per proteggere bambini e adolescenti da abusi online.
Ma l’intelligenza artificiale generativa corre più veloce della regolazione.
Ogni nuova app capace di manipolare immagini, creare volti realistici o produrre contenuti sessualizzati aumenta il rischio di abuso. Il problema non riguarda solo piattaforme oscure o siti illegali. Può nascere anche da strumenti facili da usare, accessibili, spesso presentati come intrattenimento.
La linea tra scherzo, bullismo, umiliazione e reato può essere superata in pochi secondi.
Scuole e famiglie davanti a una sfida nuova
La risposta non può essere solo tecnologica o giudiziaria.
Le scuole devono affrontare il tema dell’abuso digitale con la stessa serietà con cui trattano bullismo, sextortion, consenso e sicurezza online. Le famiglie devono comprendere che l’AI non è più soltanto uno strumento per studiare, scrivere testi o generare immagini creative. Può diventare anche un’arma contro i minori.
Serve educazione digitale, ma serve anche fiducia. I ragazzi devono sapere che possono parlare senza essere colpevolizzati, anche quando sono stati manipolati, ricattati o esposti.
Il silenzio è uno dei maggiori alleati di chi abusa.
Una ferita che non resta “virtuale”
Definire questi episodi “online” rischia di minimizzarli.
Un’immagine falsa, se diffusa tra compagni di scuola o sui social, può produrre conseguenze reali: vergogna, isolamento, ansia, depressione, paura di tornare a scuola, perdita di fiducia, autolesionismo.
L’abuso generato dall’AI non è meno grave perché l’immagine è falsa. Per la vittima, l’umiliazione è reale. Il trauma è reale. La diffusione è reale.
È per questo che gli esperti parlano di un cambiamento sismico nella comprensione della vulnerabilità dei giovani online.
Dove chiedere aiuto
In Australia, chi ha subito violenza sessuale, abuso online, ricatto o diffusione non consensuale di immagini può rivolgersi a servizi specializzati. Tra i riferimenti indicati da ABC News ci sono 1800RESPECT, Kids Helpline, Lifeline, Bravehearts, Headspace, Beyond Blue, ReachOut e altri servizi di supporto.
Il messaggio centrale deve essere semplice: chi subisce questo tipo di abuso non è responsabile di ciò che è accaduto e non deve affrontarlo da solo.
L’AI non può essere zona franca
Il nuovo studio australiano mette il Paese davanti a una realtà che non può più essere ignorata.
L’intelligenza artificiale è già dentro la vita degli adolescenti. È nelle chat, nelle immagini, nei compiti, nei social, nelle relazioni e ora anche negli abusi. Pensare di fermarla è impossibile. Governarla, però, è necessario.
Le piattaforme devono essere chiamate a responsabilità più chiare. Le scuole devono educare. Le famiglie devono ascoltare. Le autorità devono intervenire rapidamente. E i servizi di supporto devono essere collegati ai luoghi digitali dove i ragazzi stanno già chiedendo aiuto.
Perché se un adolescente racconta a una macchina di essere stato abusato, quella richiesta non può finire nel vuoto.
