Australia, svolta sul caso “Croatian Six”: tre condanne possono essere state un’ingiustizia lunga 45 anni

Un’inchiesta giudiziaria del New South Wales solleva “ragionevoli dubbi” sulla colpevolezza di tre dei sei uomini croato-australiani condannati nel 1981 per un presunto complotto terroristico a Sydney. Il caso, segnato da accuse di prove fabbricate, irregolarità investigative e ombre sui servizi jugoslavi, passa ora alla Corte d’Appello penale.

Un caso che torna dopo 45 anni

A quasi mezzo secolo dalle condanne, il caso dei cosiddetti “Croatian Six” torna a scuotere la giustizia australiana.

Una lunga inchiesta giudiziaria del New South Wales ha concluso che esiste un ragionevole dubbio sulla colpevolezza di tre dei sei uomini condannati nel 1981 per un presunto complotto terroristico a Sydney.

I sei — Maksimilian Bebic, Mile Nekic, Vjekoslav Brajkovic, Anton Zvirotic, Ilija Kokotovic e Joseph Kokotovic— furono accusati di aver pianificato attentati contro diversi obiettivi, tra cui un’agenzia di viaggi balcanica, un teatro a Newtown e luoghi legati alla comunità jugoslava.

Nel 1981 vennero condannati a 15 anni di carcere al termine di uno dei processi più lunghi e controversi della storia giudiziaria australiana.

Tre condanne ora sotto accusa

Il rapporto dell’inchiesta, consegnato il 30 giugno 2026 e articolato in due volumi, riguarda le condanne emesse il 9 febbraio 1981. L’inchiesta era stata disposta nel 2022 e affidata all’Acting Justice Robert Allan Hulme nel 2023.

Secondo quanto riportato da ABC News, il rapporto ritiene che vi sia un ragionevole dubbio sulla colpevolezza di Joseph Kokotovic, Ilija Kokotovic e Mile Nekic.

Per gli altri tre uomini — Maksimilian Bebic, Vjekoslav Brajkovic e Anton Zvirotic — l’inchiesta non avrebbe invece riscontrato lo stesso livello di dubbio.

La questione sarà ora trasmessa alla Criminal Court of Appeal, che dovrà valutare se annullare le tre condanne considerate potenzialmente ingiuste.

“Irregolarità procedurali e cattiva condotta della polizia”

Il rapporto parla di un’indagine originaria segnata da irregolarità procedurali e da condotte discutibili da parte della polizia.

È il punto più pesante dell’intera vicenda. Per decenni, i sei uomini hanno sostenuto di essere innocenti e di essere stati incastrati. Secondo la loro versione, dietro il caso ci sarebbe stata una manovra dei servizi segreti jugoslavi per screditare la comunità croata indipendentista in Australia.

Il sospetto di prove manipolate o fabbricate era già emerso in diverse inchieste giornalistiche, tra cui quelle di ABC Four Corners, che negli anni aveva sollevato dubbi sulla solidità dell’impianto accusatorio.

L’inchiesta ufficiale, pur non accogliendo integralmente la tesi difensiva per tutti e sei, riconosce ora che almeno tre condanne potrebbero rappresentare una storica ingiustizia.

Il ruolo di Roger Rogerson

Nel caso torna anche il nome di Roger Rogerson, ex detective della polizia del New South Wales, figura poi caduta in disgrazia e associata ad alcune delle pagine più oscure della storia della polizia australiana.

Rogerson guidò nel 1979 le perquisizioni nelle abitazioni degli imputati. In seguito, in un’intervista a Four Corners, raccontò che in certi ambienti di polizia esisteva la pratica di piazzare armi, esplosivi o droga contro persone considerate problematiche.

Quelle parole hanno contribuito ad alimentare per anni il sospetto che il caso dei Croatian Six potesse essere stato costruito su prove non genuine.

Il testimone chiave Vico Virkez

Un altro nodo centrale riguarda Vico Virkez, il principale testimone dell’accusa.

Virkez, descritto come patriota jugoslavo, si sarebbe finto croato per avvicinare alcuni dei sei uomini. Nel febbraio 1979 contattò la polizia a Lithgow, sostenendo di essere a conoscenza di un piano terroristico.

Secondo quanto emerso nell’inchiesta, polizia e procura sapevano già all’epoca del processo che Virkez aveva legami con il consolato jugoslavo, ma questa informazione non fu comunicata alla difesa.

È un elemento cruciale. Se la difesa avesse potuto contestare pienamente l’identità, le relazioni e l’affidabilità del testimone chiave, il processo avrebbe potuto prendere una direzione diversa.

Una ferita nella comunità croata australiana

Il caso nacque in un contesto politico incandescente.

Alla fine degli anni Settanta, la Croazia era ancora parte della Jugoslavia e le comunità croate all’estero sostenevano in parte la causa indipendentista. In Australia, la diaspora croata era osservata con attenzione dalle autorità, anche per il timore di radicalizzazione politica e violenza.

La condanna dei Croatian Six colpì duramente quella comunità, proiettando su di essa l’ombra del terrorismo.

Per i sostenitori dell’innocenza dei sei, il caso rappresentò invece un’operazione di delegittimazione: uomini inseriti nella comunità croata australiana sarebbero stati trasformati in terroristi attraverso informatori, prove sospette e omissioni investigative.

Decenni di appelli respinti

Dopo la condanna del 1981, i sei tentarono più volte di ribaltare il verdetto.

Nel 1982 la Corte d’Appello penale del New South Wales respinse i ricorsi. Nel 1986 anche l’Alta Corte rifiutò il permesso di appello. Gli uomini furono poi rilasciati in libertà condizionata prima di completare l’intera pena, dopo aver scontato in media diversi anni di carcere.

Per decenni, però, la battaglia per la revisione non si è mai fermata.

Nel 2021 alcuni dei condannati presentarono una nuova istanza, aprendo la strada all’inchiesta giudiziaria poi disposta nel 2022. Il sito ufficiale dell’inchiesta conferma che le udienze si sono svolte in diversi blocchi tra il 2023 e il 2025, con testimonianze di ex agenti di polizia del NSW, funzionari del Commonwealth e civili coinvolti nell’indagine e nel processo originario.

Un possibile errore giudiziario storico

Se la Corte d’Appello dovesse annullare le condanne di Joseph Kokotovic, Ilija Kokotovic e Mile Nekic, il caso entrerebbe tra i più gravi errori giudiziari della storia australiana.

Non si tratterebbe soltanto di tre uomini condannati ingiustamente. Si tratterebbe di un intero sistema investigativo e processuale messo sotto accusa: polizia, procura, gestione delle prove, rapporti con l’intelligence e uso di testimoni controversi.

La domanda che resta sospesa è pesantissima: quanto sapevano le autorità australiane dell’epoca? E perché alcune informazioni non arrivarono alla difesa?

Non tutti i dubbi sono stati accolti

Il rapporto, però, non ribalta l’intero caso.

Per tre dei sei uomini — Bebic, Brajkovic e Zvirotic — l’inchiesta non ha ritenuto che esista un ragionevole dubbio sulla colpevolezza. Questo rende la vicenda ancora più complessa.

Non siamo davanti a una totale cancellazione dell’impianto accusatorio. Siamo davanti a una conclusione divisa: tre condanne potenzialmente ingiuste, tre invece considerate ancora sostenibili dal punto di vista dell’inchiesta.

La Corte d’Appello dovrà ora valutare il peso giuridico di queste conclusioni.

Il ruolo del giornalismo investigativo

La riapertura del caso è anche una vittoria del giornalismo investigativo.

Le inchieste di ABC Four Corners e di altri media hanno continuato per anni a sollevare domande che il sistema giudiziario sembrava aver archiviato. Hanno rimesso al centro prove sospette, omissioni, testimonianze controverse e possibili interferenze straniere.

Non hanno sostituito i tribunali. Ma hanno tenuto viva una domanda di giustizia.

E senza quella pressione, probabilmente, il caso Croatian Six sarebbe rimasto sepolto negli archivi.

Ora la parola passa ai giudici

Il rapporto dell’inchiesta non cancella automaticamente le condanne. Il prossimo passaggio spetta alla Criminal Court of Appeal, chiamata a decidere se le tre condanne su cui gravano ragionevoli dubbi debbano essere annullate.

Per le famiglie, per la comunità croata australiana e per chi da anni sostiene l’innocenza degli imputati, è un momento storico.

Per la giustizia australiana, è una prova di maturità: riconoscere eventualmente un errore dopo 45 anni non cancella il danno, ma può restituire almeno una parte di verità.

La storia dei Croatian Six dimostra una cosa: anche le sentenze più antiche, quando restano attraversate dal dubbio, possono tornare a chiedere conto alla giustizia.

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