Legge elettorale, maggioranza battuta per un voto sulle preferenze: 187 sì e 188 no

La Camera boccia a scrutinio segreto l’emendamento di Fratelli d’Italia, Noi Moderati e Udc. Meloni: «Ha vinto la palude». Le opposizioni chiedono dimissioni ed elezioni anticipate

La maggioranza è stata battuta alla Camera per un solo voto sull’emendamento che avrebbe introdotto un sistema misto di capilista bloccati e preferenze nella nuova legge elettorale. Il risultato dello scrutinio segreto è stato di 187 voti favorevoli e 188 contrari.

Il testo, presentato da Fratelli d’Italia, Noi Moderati e Udc, prevedeva un capolista scelto dal partito e altri sei candidati tra i quali gli elettori avrebbero potuto esprimere fino a tre preferenze.

La bocciatura rappresenta un pesante incidente politico per il governo, anche se non determina automaticamente la caduta dell’esecutivo né interrompe l’esame complessivo della riforma.

Il voto segreto decisivo

L’emendamento aveva ricevuto il parere favorevole dei relatori di maggioranza e del governo.

Anche Lega e Forza Italia, pur non avendo sottoscritto il testo, avevano annunciato l’intenzione di votare a favore. Il sì era stato comunicato anche da Futuro Nazionale.

Lo scrutinio segreto, richiesto dalle opposizioni, ha però permesso ad alcuni deputati della maggioranza di votare contro senza rendere pubblica la propria scelta.

Il margine di un solo voto ha immediatamente aperto il confronto sui possibili franchi tiratori all’interno del centrodestra.

Cosa prevedeva l’emendamento

La proposta stabiliva che ciascuna lista fosse composta da sette candidati.

Il primo nome, il capolista, sarebbe stato bloccato e avrebbe ottenuto il primo seggio conquistato dalla lista. Gli altri sei candidati sarebbero invece entrati in competizione attraverso le preferenze espresse dagli elettori.

Sarebbe stato possibile indicare fino a tre nomi, con un vincolo di genere nel caso di preferenze multiple.

Il sistema rappresentava un compromesso tra il controllo delle segreterie politiche e la possibilità per gli elettori di scegliere direttamente almeno una parte dei parlamentari.

Meloni: «Un’occasione persa»

La presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha reagito duramente alla sconfitta parlamentare.

Secondo la premier, le opposizioni avrebbero votato compatte contro il ritorno delle preferenze, mentre nella maggioranza sarebbero mancati diversi voti.

«Ci abbiamo provato. Ha vinto di nuovo la palude», ha scritto Meloni, definendo la bocciatura «un’occasione persa per gli italiani».

La presidente del Consiglio ha anche criticato l’esultanza delle opposizioni, accusandole di aver festeggiato per aver impedito ai cittadini di scegliere i propri rappresentanti.

Le assenze nel centrodestra

Tutti i deputati di Fratelli d’Italia risultavano presenti o formalmente in missione. Tra gli assenti giustificati figurava anche Giorgia Meloni.

In Forza Italia non hanno partecipato al voto Deborah Bergamini e Francesco Cannizzaro.

Nella Lega erano assenti Antonio Angelucci, Vanessa Cattoi, Vannia Gava e Valeria Sudano, mentre altri quattro deputati risultavano in missione.

Nel gruppo di Futuro Nazionale mancava Rossano Sasso.

Le assenze, tuttavia, non spiegano da sole il risultato. Il voto segreto rende impossibile stabilire quanti parlamentari presenti della maggioranza abbiano votato contro l’emendamento.

Le opposizioni chiedono le dimissioni

Dopo l’annuncio del risultato, dai banchi delle opposizioni sono partiti applausi e cori di «dimissioni» ed «elezioni».

La segretaria del Partito democratico Elly Schlein ha accusato il governo di aver fallito, sostenendo che la priorità dell’Italia non fosse una nuova legge elettorale, ma la crescita economica, i salari, la sanità e il costo dell’energia.

«Prendete atto del vostro fallimento e andate a casa», ha dichiarato rivolgendosi al centrodestra.

Conte: «Avete sfiduciato Meloni»

Il leader del Movimento 5 Stelle Giuseppe Conte ha definito la riforma un «accrocchio» e l’emendamento sulle preferenze un tentativo di prendere in giro gli italiani.

Secondo Conte, la presidente del Consiglio avrebbe personalmente sfidato il Parlamento, chiedendo alla maggioranza di «metterci la faccia», ma sarebbe stata sconfitta dalla propria coalizione.

L’ex presidente del Consiglio ha quindi chiesto l’apertura di una crisi di governo e nuove elezioni.

Renzi: «Meloni vada al Quirinale»

Anche Matteo Renzi ha chiesto le dimissioni della premier.

Il leader di Italia Viva ha sostenuto che la maggioranza non esisterebbe più e ha invitato Meloni a recarsi immediatamente al Quirinale.

Renzi ha escluso la possibilità di sostenere governi tecnici o accordi parlamentari, chiedendo di restituire la parola agli elettori con una consultazione anticipata.

Angelo Bonelli ha rivolto un appello analogo, sostenendo che la presidente del Consiglio abbia perso la sfida lanciata al Parlamento.

Il governo va avanti

Nonostante la sconfitta, la maggioranza ha respinto la richiesta delle opposizioni di sospendere i lavori sulla legge elettorale.

La conferenza dei capigruppo ha deciso di proseguire le votazioni fino a mezzanotte.

Il capogruppo di Fratelli d’Italia, Galeazzo Bignami, ha confermato che il centrodestra intende continuare l’esame degli emendamenti.

«Noi ci abbiamo messo la faccia», ha dichiarato, evitando però di indicare quanti franchi tiratori possano essersi mossi all’interno della maggioranza.

Bocciata anche la parità tra i capilista

Prima del voto sulle preferenze, la Camera aveva respinto un subemendamento presentato da Alleanza Verdi e Sinistra e sostenuto anche da Partito democratico e Movimento 5 Stelle.

La proposta stabiliva che i capilista dello stesso genere non potessero superare il 50 per cento del totale delle candidature presentate da ogni lista.

Il testo è stato bocciato con 207 voti contrari e 155 favorevoli.

Elly Schlein aveva accusato la maggioranza di aver sacrificato la parità di genere per proteggere il potere delle segreterie nella scelta dei candidati destinati a occupare le posizioni più sicure.

La riforma non è stata bocciata

Il voto contrario riguarda esclusivamente l’emendamento sulle preferenze e non l’intera proposta di legge elettorale.

L’impianto principale della riforma resta quindi in discussione. Tra i punti ancora al centro dell’esame figurano il premio di governabilità, le candidature bloccate, il voto dei fuorisede e la revisione della Circoscrizione Estero.

La sconfitta sulle preferenze potrebbe però modificare profondamente il testo finale, lasciando agli elettori minori possibilità di scegliere direttamente i parlamentari.

Resta il nodo del voto all’estero

Il centrodestra ha presentato un emendamento unitario che riduce le attuali quattro ripartizioni estere.

Per la Camera sarebbero create due sole macro-aree: Europa e una seconda ripartizione comprendente Americhe, Africa, Asia, Oceania e Antartide.

Per il Senato verrebbe invece istituito un unico collegio mondiale.

La proposta è ancora particolarmente contestata dai parlamentari eletti all’estero, secondo i quali rischia di cancellare la rappresentanza territoriale di intere comunità, in particolare quelle presenti in Africa, Asia e Oceania.

Un incidente politico pesante

La bocciatura per un solo voto non equivale formalmente a una sfiducia nei confronti del governo.

Rappresenta però un segnale politico evidente: su una modifica sostenuta ufficialmente da tutti i partiti della coalizione, la maggioranza non è riuscita a garantire i numeri necessari.

Il voto segreto ha mostrato l’esistenza di divisioni interne che gli accordi raggiunti tra i vertici dei partiti non sono riusciti a contenere.

Il governo continuerà l’esame della riforma, ma la sconfitta sulle preferenze rischia di accompagnare tutto il successivo percorso parlamentare della legge elettorale.