Garlasco, la settimana dei dubbi: non è più soltanto un omicidio, ma lo specchio di un sistema da smontare

Tra verbali incompleti, testimonianze riemerse, lo scontrino di Vigevano, le scarpe Frau e le critiche alla condanna di Alberto Stasi, il caso continua a mostrare crepe profonde. Ma nessuna nuova verità può nascere sostituendo un colpevole mediatico con un altro

di Emanuele Esposito

Più che la settimana delle svolte, quella appena trascorsa è stata la settimana dei dubbi.

Il delitto di Garlasco continua a occupare televisioni, giornali e programmi di approfondimento. Sono riemersi passaggi di testimonianze rimasti per anni ai margini, sono state rimesse in discussione alcune valutazioni tecniche che contribuirono alla condanna di Alberto Stasi e si è riacceso il confronto sullo scontrino del parcheggio di Vigevano consegnato da Andrea Sempio.

Tutto importante. Nulla, però, che possa essere presentato come la nuova prova decisiva.

Alberto Stasi resta l’unico condannato in via definitiva per l’omicidio di Chiara Poggi. Andrea Sempio è l’indagato della nuova inchiesta della Procura di Pavia e, come ogni cittadino, deve essere considerato innocente fino a un’eventuale sentenza definitiva.

Ma, proprio mentre si impone questa necessaria cautela, diventa sempre più difficile ignorare un’altra realtà: Garlasco non è più soltanto un caso giudiziario. È diventato lo specchio di un sistema fatto di omissioni, contraddizioni, relazioni, narrazioni mediatiche e decisioni che meritano di essere riesaminate senza timori reverenziali.

Troppe cose non tornano

Nel caso Garlasco non siamo più davanti a una singola dimenticanza o a un errore isolato.

Ci sono verbali che non sembrano restituire pienamente ciò che sarebbe accaduto durante alcune audizioni. Ci sono orari sovrapposti, interruzioni non annotate, un malore che avrebbe richiesto l’intervento del personale sanitario e ricostruzioni successive non sempre coincidenti con quanto messo per iscritto.

È comprensibile che, dopo quasi vent’anni, una persona non ricordi ogni frase o ogni dettaglio. Ma un ragazzo ascoltato per ore, l’arrivo di un’ambulanza e l’eventuale uscita dalla caserma per recuperare un documento non sono circostanze ordinarie.

Quando chi ha parlato pubblicamente di quei fatti, magari davanti alle telecamere, risponde poi ai magistrati con una lunga sequenza di «non ricordo», il dubbio diventa legittimo.

Non significa pronunciare una condanna anticipata. Significa pretendere risposte coerenti, documentate e credibili.

Il racconto di Stefania Cappa

Uno degli elementi riemersi riguarda la videoaudizione di Stefania Cappa, cugina di Chiara Poggi.

La donna ha ricordato un episodio precedente all’omicidio: mentre si trovava nella villetta con Chiara, le due avrebbero sentito suonare un allarme all’esterno. Chiara sarebbe corsa in strada indossando ciabatte e un pigiamino bianco, apparendo molto spaventata.

Il particolare è stato immediatamente utilizzato per mettere in discussione uno degli argomenti entrati nella ricostruzione processuale: quello secondo cui Chiara, persona riservata, non si sarebbe mostrata in abiti da casa davanti a qualcuno con cui non aveva grande confidenza.

Ma bisogna restare rigorosi.

L’episodio dimostrerebbe soltanto che, in una precedente occasione e davanti a una possibile emergenza, Chiara uscì precipitosamente dalla villetta in pigiama. Non prova che il 13 agosto 2007 abbia aperto la porta a uno sconosciuto e non identifica chi entrò nella casa.

La vera domanda è un’altra: se Stefania sostiene di aver riferito questo episodio già nel 2007, perché non compare nei verbali?

È proprio nella distanza tra ciò che i testimoni ricordano di aver raccontato e ciò che venne effettivamente scritto che emergono alcune delle maggiori fragilità delle indagini originarie.

Lo scontrino di Vigevano

Lo scontrino del parcheggio di Vigevano continua a essere trattato contemporaneamente come un elemento irrilevante e come qualcosa da difendere con ogni mezzo.

Andrea Sempio lo consegnò agli investigatori nel 2008, circa un anno dopo l’omicidio, per sostenere di essersi trovato a Vigevano la mattina del 13 agosto 2007.

Quel ticket non contiene un nome, una targa o una fotografia. Dimostra soltanto che qualcuno, a una determinata ora, utilizzò quel parchimetro.

La difesa di Sempio sostiene che il cellulare dell’allora diciannovenne avrebbe agganciato Vigevano alle 9.58, che il tragitto da Garlasco fosse compatibile con i tempi indicati e che la madre gli avesse consigliato di conservare il documento.

È stato inoltre riferito che un tecnico avrebbe confermato la genuinità materiale del ticket, escludendone la contraffazione.

Ma autenticità e provenienza non sono la stessa cosa.

Anche ammettendo che lo scontrino sia perfettamente autentico, resta da stabilire chi lo abbia materialmente ritirato. Ed è questo il punto che nessuna ricostruzione emersa finora è riuscita a chiudere definitivamente.

Il problema non è il pezzo di carta

Non credo che la soluzione dell’omicidio di Chiara Poggi si trovi dentro un biglietto del parcheggio.

Il problema è il metodo.

Bisogna comprendere quando lo scontrino entrò nell’indagine, come venne consegnato, se il verbale descrisse correttamente la dinamica e quale peso gli fu attribuito nei diversi momenti.

Se non era un alibi, perché è stato protetto e valorizzato con tanta insistenza?

Se invece era ritenuto importante, perché venne acquisito soltanto un anno dopo e senza riuscire a dimostrare chi lo avesse ritirato?

Un documento apparentemente secondario diventa rilevante quando il modo in cui viene gestito mostra una possibile dissonanza tra i fatti, i verbali e le spiegazioni successive.

Le scarpe Frau e un esperimento che non basta

Un altro fronte riguarda le impronte di scarpe rinvenute nella villetta.

Nei processi contro Stasi, alcune tracce a pallini furono ritenute compatibili con una calzatura Frau numero 42. Le scarpe dell’assassino, però, non sono mai state trovate.

La difesa di Sempio ha acquistato modelli ritenuti simili e avrebbe verificato che l’indagato, che oggi calzerebbe il numero 44, non riesce a indossare un 42 o un 43.

È un esperimento interessante, ma non può essere trasformato automaticamente in una prova giudiziaria.

Bisognerebbe stabilire quale fosse la conformazione del piede di Sempio nel 2007, quando aveva diciannove anni, e soprattutto considerare che scarpe dello stesso numero possono avere forme, materiali e volumi interni differenti.

Il fatto che oggi non riesca a infilare un determinato modello non dimostra automaticamente che, quasi vent’anni fa, non potesse utilizzare una calzatura dello stesso numero costruita in modo diverso.

Servirebbe una nuova perizia super partes, non una prova di calzata eseguita fuori da un accertamento giudiziario.

Le parole di Oscar Cedrangolo

Particolare peso hanno assunto anche le nuove dichiarazioni di Oscar Cedrangolo, l’ex sostituto procuratore generale che nel 2015 chiese alla Cassazione di annullare la condanna di Stasi.

Cedrangolo ha definito una «bufala» la ricostruzione secondo cui Stasi avrebbe cercato di presentare la morte di Chiara come un incidente domestico.

Secondo l’ex magistrato, quella prima ipotesi sarebbe stata formulata dagli investigatori e non rappresenterebbe un depistaggio ideato dall’allora fidanzato della vittima.

Le sue parole sono importanti per il ruolo che ricoprì, ma non costituiscono una prova appena scoperta. Sono la conferma pubblica di dubbi che Cedrangolo aveva già manifestato durante il processo.

Resta però un fatto politico e giudiziario rilevante: il rappresentante dell’accusa davanti alla Cassazione riteneva che quella condanna non dovesse essere confermata.

La camminata di Stasi nuovamente contestata

È tornata al centro del dibattito anche la cosiddetta perizia sulla camminata di Alberto Stasi nella villetta.

Quell’accertamento cercò di stabilire quanto fosse probabile attraversare le aree interessate dal sangue senza sporcare visibilmente le suole.

Secondo alcune nuove critiche, il modello utilizzato non avrebbe considerato adeguatamente il comportamento istintivo di una persona che, davanti a sangue e resti biologici, tende naturalmente a modificare i passi e a evitare ciò che vede.

Anche i tempi di essiccazione del sangue e le ore trascorse prima del sequestro delle scarpe continuano a essere discussi.

Sono questioni serie, ma devono essere affrontate attraverso una nuova valutazione scientifica acquisita in un procedimento giudiziario, non soltanto in televisione.

La convinzione iniziale su Alberto Stasi

La sensazione sempre più forte è che fin dalle prime ore gli investigatori si siano convinti che Alberto Stasi fosse il responsabile.

Da quel momento, ogni elemento sarebbe stato letto attraverso quella convinzione.

È il rischio del cosiddetto pregiudizio di conferma: si formula un’ipotesi e si cercano soprattutto gli elementi capaci di sostenerla, trascurando quelli che potrebbero indebolirla.

Quando si entra in una casa dove è stato commesso un omicidio, non si dovrebbe cercare la prova contro il sospettato scelto. Si dovrebbe cercare la verità, qualunque essa sia.

Nel caso Garlasco questa distinzione sembra essersi progressivamente smarrita.

Dal 2007 al 2017

Non posso stabilire dove finisca la negligenza e dove possa cominciare un comportamento consapevole.

Questo spetta alla magistratura.

È però evidente che gli errori iniziali hanno prodotto conseguenze negli anni successivi.

Nel 2014 si arrivò alla condanna di Stasi attraverso una costruzione indiziaria ancora oggi contestata. Nel 2017, quando venne riaperta la posizione di Andrea Sempio, quella pista fu archiviata rapidamente.

Bisogna comprendere se quella decisione sia stata il risultato di una valutazione pienamente indipendente oppure se abbia pesato la necessità di non rimettere in discussione ciò che era già stato stabilito.

Ammettere che un’altra pista meritava approfondimenti avrebbe significato riaprire l’intera storia.

La difesa di Sempio non può essere un altro processo a Stasi

Trovo profondamente sbagliato il continuo tentativo di difendere Andrea Sempio limitandosi a riaffermare la colpevolezza di Alberto Stasi.

Sempio ha diritto alla presunzione di innocenza e a una difesa piena.

Ma la sua posizione deve essere affrontata nel merito degli elementi che lo riguardano: DNA, impronte, telefonate, testimonianze, verbali e spostamenti.

Dire che Stasi è stato condannato non risponde alle domande poste dalla nuova inchiesta.

Se gli indizi contro Sempio non reggono, dovranno essere smontati uno per uno. Se risultano solidi, dovranno essere valutati senza pregiudizi e senza protezioni.

Non sostituire un colpevole con un altro

Chi ritiene ingiusta la condanna di Stasi non deve commettere lo stesso errore che denuncia.

Andrea Sempio non può essere dichiarato colpevole attraverso i social, un programma televisivo, un diario o una frase estratta da un’intercettazione.

Le conversazioni private possono mostrare ansia, arroganza, paura o contraddizioni. Non dimostrano automaticamente un omicidio.

Servono riscontri scientifici, cronologie solide, movimenti verificabili e collegamenti concreti con la scena del crimine.

La battaglia per la revisione del processo Stasi perderebbe ogni credibilità se diventasse la ricerca di un nuovo mostro da offrire all’opinione pubblica.

Il ruolo dei media

Per molti anni una parte dell’informazione ha raccontato Garlasco come una vicenda definitivamente chiusa.

Alberto Stasi era il colpevole e chi sollevava dubbi veniva spesso trattato come un complottista.

Oggi scopriamo che molte domande erano legittime.

Il giornalismo non deve sostituirsi ai tribunali, ma neppure diventare l’ufficio stampa di una tesi investigativa.

Quando consulenti, investigatori, avvocati e protagonisti di un procedimento diventano presenze fisse nei salotti televisivi, il rischio è che la ricerca della verità venga sostituita dalla costruzione di una narrazione.

Le informazioni riservate generano visibilità. La visibilità produce incarichi, consulenze e potere. È un meccanismo che deve essere esaminato senza ipocrisie.

Una settimana mediatica, non ancora giudiziaria

Il bilancio degli ultimi giorni è quindi più limitato di quanto suggeriscano alcuni titoli.

Il racconto di Stefania Cappa pone domande sulla verbalizzazione delle testimonianze, ma non identifica chi entrò nella villetta.

Lo scontrino è materialmente autentico, secondo il tecnico indicato dalla difesa, ma resta non nominativo.

L’esperimento sulle scarpe Frau alimenta il confronto, ma non sostituisce una perizia giudiziaria.

Le dichiarazioni di Cedrangolo rafforzano i dubbi sulla condanna di Stasi, ma non la cancellano.

Le critiche alla camminata aprono un nuovo confronto tecnico, ma non costituiscono ancora un accertamento acquisito in una revisione.

La settimana non ha consegnato una pistola fumante. Ha mostrato ancora una volta che gli stessi elementi possono essere utilizzati per sostenere ricostruzioni completamente opposte.

La revisione non è un attacco alla magistratura

La possibile revisione della condanna di Alberto Stasi non deve essere descritta come un’aggressione alla giustizia.

La revisione è uno strumento previsto dall’ordinamento proprio per correggere eventuali errori quando emergono elementi nuovi.

Se Stasi è colpevole, un nuovo esame rigoroso non farà altro che confermarlo.

Se invece è stato condannato ingiustamente, lo Stato ha il dovere di riconoscerlo.

La credibilità della magistratura non si protegge difendendo una sentenza a ogni costo. Si protegge dimostrando di avere il coraggio di correggerla, quando necessario.

Un sistema da smontare

La mia impressione è che le Procure impegnate nelle nuove indagini non stiano affrontando soltanto un omicidio.

Stanno entrando dentro un sistema di decisioni, rapporti e responsabilità che potrebbe avere coinvolto diversi livelli istituzionali e mediatici.

Per questo le resistenze sono tanto forti.

Se venisse dimostrato che le indagini originarie furono condizionate, che alcune prove vennero valutate male o che una pista fu chiusa troppo rapidamente, non crollerebbe soltanto una ricostruzione processuale.

Crollerebbe la credibilità di chi per anni ha presentato quella ricostruzione come intoccabile.

Garlasco riguarda tutti noi

Questa storia non appartiene soltanto alla famiglia Poggi, ad Alberto Stasi o ad Andrea Sempio.

Riguarda ogni cittadino che potrebbe un giorno entrare in contatto con il sistema giudiziario.

Se un’indagine può essere condizionata da convinzioni iniziali, rapporti personali, pressioni mediatiche o dalla necessità di difendere decisioni precedenti, nessuno può sentirsi davvero al sicuro.

La giustizia non può funzionare per appartenenze, conoscenze o convenienze.

Deve essere uguale per tutti, soprattutto quando la libertà e la vita di una persona dipendono dalle sue decisioni.

La verità prima di tutto

Io non so chi abbia ucciso Chiara Poggi.

Non posso affermare con certezza che Alberto Stasi sia innocente e non posso dichiarare Andrea Sempio colpevole.

Posso però dire che la verità raccontata per quasi vent’anni presenta ormai crepe troppo profonde per essere ignorate.

Bisogna rileggere i verbali, verificare le consulenze, chiarire le omissioni e comprendere chi abbia sbagliato, chi abbia taciuto e chi abbia eventualmente agito per proteggere se stesso o altri.

Garlasco non deve diventare una battaglia tra tifoserie.

Giustizia per Chiara significa individuare con certezza il suo assassino.

Giustizia per Alberto significa verificare senza paura se sia stato condannato l’uomo giusto.

Giustizia per Andrea significa non trasformare un indagato in un colpevole prima di un processo.

Giustizia per tutti noi significa smontare qualsiasi sistema abbia impedito, rallentato o deformato la ricerca della verità.