Morte di Abderrahim Fakir a Bologna, Meloni promette un’indagine completa: 56 agenti feriti negli scontri

Il quarantaduenne di origine marocchina è morto durante un intervento di polizia mentre chiedeva aiuto. La Procura acquisisce i filmati delle bodycam, l’opposizione chiede chiarimenti e il governo difende le forze dell’ordine condannando le violenze esplose in città

La morte di Abderrahim Fakir, avvenuta durante un intervento di polizia a Bologna, ha aperto un nuovo e durissimo confronto in Italia sull’uso della forza, sulla gestione delle persone in stato di agitazione e sulle responsabilità degli agenti intervenuti.

Il quarantaduenne, nato in Marocco ma cresciuto in Italia dall’età di cinque anni, è morto domenica mentre veniva immobilizzato da due poliziotti. Un video diffuso dai mezzi di informazione mostra l’uomo a terra mentre ripete più volte: «Aiuto, aiuto, basta».

La Procura di Bologna ha aperto un’inchiesta e chiesto l’acquisizione delle immagini registrate dalle bodycam degli agenti. La presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha assicurato che sarà fatta piena luce sull’accaduto, condannando però con fermezza le violenze esplose durante le successive manifestazioni.

Secondo il sindacato di polizia, negli scontri sarebbero rimasti feriti almeno 56 agenti.

Il video dell’arresto

Le immagini diventate pubbliche mostrano Fakir immobilizzato a terra mentre due agenti lo tengono fermo con il peso del corpo.

L’uomo, che secondo quanto riferito soffriva di problemi cardiaci e asma, continua a chiedere aiuto e invita gli agenti a fermarsi.

Dopo alcuni minuti smette di muoversi. Nel filmato si vede che gli vengono legate le caviglie e che soltanto successivamente poliziotti e personale sanitario verificano le sue condizioni.

La sequenza ha provocato indignazione e richieste di chiarimento, soprattutto sul tempo trascorso prima del controllo dei parametri vitali e sulle tecniche utilizzate per immobilizzarlo.

Saranno la magistratura, gli esami medico-legali e l’analisi completa dei filmati a stabilire il rapporto tra l’intervento e la morte.

L’intervento richiesto dai residenti

La polizia era stata chiamata da alcuni residenti preoccupati per il comportamento dell’uomo, descritto come agitato e imprevedibile.

Secondo le ricostruzioni disponibili, gli agenti avrebbero riferito al personale dell’ambulanza che Fakir stava attraversando una possibile crisi psichiatrica.

Proprio questo elemento alimenta una delle domande centrali dell’inchiesta: l’intervento venne gestito come un’emergenza sanitaria o principalmente come un problema di ordine pubblico?

Quando una persona è in evidente stato di alterazione, soprattutto in presenza di possibili patologie, l’obiettivo dovrebbe essere quello di ridurre il rischio per tutti, evitando tecniche capaci di compromettere la respirazione o aggravare condizioni preesistenti.

La sorella: «Non si può morire così»

La famiglia di Fakir chiede risposte e rifiuta l’idea che la vicenda possa essere ridotta a un incidente inevitabile.

La sorella Khadija ha ricordato che la polizia dovrebbe proteggere le persone e che chi è agitato deve essere calmato, non trattato con una forza tale da metterne in pericolo la vita.

«Non si può morire così», ha dichiarato, denunciando il modo in cui il fratello sarebbe stato immobilizzato.

La famiglia chiede verità e giustizia, ma ha anche preso le distanze dalle violenze commesse durante le proteste, sostenendo che gli scontri rischiano di distogliere l’attenzione dalla morte del quarantaduenne.

La Procura acquisisce le bodycam

I magistrati di Bologna hanno aperto un fascicolo e chiesto di acquisire le registrazioni delle telecamere indossate dagli agenti.

Le immagini potrebbero fornire una ricostruzione più completa rispetto ai video girati dai presenti, mostrando ciò che avvenne prima dell’immobilizzazione, le comunicazioni tra polizia e soccorritori e le condizioni di Fakir durante l’intervento.

Saranno inoltre fondamentali l’autopsia e gli esami tossicologici.

Gli investigatori dovranno stabilire se la morte sia stata provocata direttamente dalla pressione esercitata durante il contenimento, da una patologia preesistente, da una crisi acuta o da una combinazione di più fattori.

Meloni: «Piena luce, ma la violenza non cerca verità»

Giorgia Meloni ha promesso un’indagine completa sull’operato della polizia, affermando che ogni responsabilità dovrà essere accertata.

La premier ha però criticato duramente chi ha trasformato la morte di Fakir in un’occasione di scontro.

Secondo Meloni, chi ha devastato la città, attaccato gli agenti e alimentato la violenza non stava cercando la verità, ma il confronto fisico.

Il governo tenta così di mantenere distinti i due piani: da una parte l’inchiesta sulla morte dell’uomo, dall’altra la responsabilità penale di chi ha partecipato agli scontri.

Cinquantasei agenti feriti

Le proteste organizzate a Bologna sono degenerate in una notte di tensione e guerriglia urbana.

Bottiglie, oggetti e bombe carta sono stati lanciati contro gli agenti, mentre cassonetti e barriere sono stati utilizzati per costruire barricate improvvisate.

Le forze dell’ordine hanno risposto con manganelli, lacrimogeni e idranti.

Secondo i dati diffusi dal sindacato di polizia, almeno 56 agenti avrebbero riportato ferite negli scontri.

La manifestazione era iniziata pacificamente, con familiari e cittadini riuniti per chiedere chiarezza. Successivamente, gruppi più radicali avrebbero assunto il controllo di una parte del corteo, provocando il confronto con i reparti antisommossa.

Il paragone con George Floyd

La morte di Fakir è stata paragonata da alcuni osservatori al caso di George Floyd, l’afroamericano ucciso nel 2020 a Minneapolis durante un fermo di polizia.

Anche in quel caso, la vittima venne immobilizzata a terra e continuò a chiedere aiuto prima di perdere conoscenza.

Il confronto ha avuto una forte risonanza mediatica, ma deve essere affrontato con cautela.

Le immagini presentano elementi capaci di evocare il caso americano, ma le responsabilità e le cause della morte di Fakir devono ancora essere accertate.

Trasformare un’analogia visiva in una sentenza anticipata significherebbe sostituire il lavoro della magistratura con il giudizio della piazza.

Salvini e Piantedosi difendono la polizia

Il vicepremier Matteo Salvini ha espresso solidarietà agli agenti e condannato i manifestanti violenti, descrivendoli come teppisti.

Anche il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi ha invitato ad attendere gli accertamenti, sostenendo che insultare indistintamente la polizia significhi dimostrare sfiducia sia nelle forze dell’ordine sia nel sistema giudiziario.

Piantedosi ha comunque definito la morte di Fakir un episodio drammatico che deve interrogare le istituzioni su come prevenire tragedie simili.

La posizione del governo è che l’accertamento delle eventuali responsabilità individuali non possa trasformarsi in una condanna generalizzata contro tutti gli agenti.

Le opposizioni chiedono risposte

Le forze di opposizione e le associazioni per i diritti umani chiedono invece che il governo eviti di difendere preventivamente gli agenti prima della conclusione dell’inchiesta.

La senatrice Ilaria Cucchi, sorella di Stefano Cucchi, morto nel 2009 dopo essere stato arrestato, ha definito inaccettabili le espressioni di solidarietà rivolte alla polizia prima di chiarire ciò che è avvenuto.

Francesco Boccia, presidente dei senatori del Partito Democratico, ha messo in guardia contro l’importazione in Italia di metodi repressivi associati all’agenzia statunitense ICE.

Secondo l’opposizione, una democrazia deve garantire sicurezza senza trasformare il controllo delle persone vulnerabili in una pratica disumana.

Il timore di essere espulso

L’avvocata Barbara Spinelli ha raccontato di aver incontrato Fakir l’anno scorso, quando aveva chiesto assistenza per rinnovare il permesso di soggiorno.

Lo ha descritto come una persona gentile, educata e rispettosa, regolarmente presente in Italia ma preoccupata dalla possibilità di essere espulsa.

La legale gli aveva assicurato che l’Italia era un Paese democratico nel quale la polizia rispettava le regole.

Dopo quanto accaduto, ha ammesso di non sapere come potrà ripetere con la stessa convinzione quelle parole a un’altra persona spaventata.

Sicurezza e responsabilità

La morte di Fakir non può diventare un processo sommario contro ogni agente, ma neppure essere archiviata attraverso una difesa automatica delle forze dell’ordine.

Una democrazia matura deve riuscire a fare entrambe le cose: sostenere chi garantisce la sicurezza e accertare senza protezioni corporative gli eventuali abusi.

Le immagini mostrano un uomo che chiede aiuto mentre viene immobilizzato. Questo impone risposte precise sulle procedure adottate, sul ruolo dei soccorritori e sulla preparazione degli agenti nella gestione delle crisi psichiatriche.

La divisa non può diventare una presunzione di colpevolezza, ma neppure uno scudo contro ogni verifica.

Due verità da accertare

La violenza esplosa nelle strade di Bologna non rende meno grave ciò che è accaduto a Fakir.

Allo stesso modo, la morte del quarantaduenne non giustifica aggressioni contro poliziotti, incendi e devastazioni.

Le due questioni devono essere affrontate separatamente.

La magistratura dovrà stabilire se gli agenti abbiano agito correttamente e se la loro condotta abbia contribuito alla morte. Gli investigatori dovranno contemporaneamente identificare i responsabili degli scontri e delle aggressioni.

La richiesta della famiglia resta la più chiara: conoscere la verità senza trasformare il dolore in odio.

Soltanto un’indagine trasparente e indipendente potrà stabilire perché Abderrahim Fakir sia morto e se quella morte avrebbe potuto essere evitata.