Medico australiano legato all’Isis vuole rientrare: il governo ammette i limiti costituzionali

Tareq Kamleh sarebbe tra tredici cittadini australiani detenuti in Iraq e intenzionati a lasciare il Paese. Il ministro Murray Watt esclude qualsiasi assistenza governativa, mentre l’opposizione chiede misure concrete per impedire il ritorno di ex combattenti jihadisti

Il possibile ritorno in Australia di cittadini con trascorsi nello Stato Islamico riapre il dibattito sulla sicurezza nazionale e sui limiti costituzionali entro i quali può agire il governo federale.

Tra i casi più delicati figura quello di Tareq Kamleh, medico australiano che lasciò il Paese per unirsi all’Isis e che si troverebbe oggi detenuto in un carcere iracheno.

Kamleh sarebbe uno dei tredici uomini australiani imprigionati in Iraq e interessati a lasciare il Paese. Il governo di Canberra ha chiarito che non fornirà alcuna assistenza consolare o logistica per favorire il suo rientro, ma ha contemporaneamente riconosciuto che impedire il ritorno di un cittadino australiano può risultare giuridicamente complesso.

Canberra: «Nessun aiuto a chi ha scelto il terrorismo»

Il ministro Murray Watt ha ribadito che l’esecutivo non intende sostenere chi abbia scelto volontariamente di aderire a un’organizzazione terroristica straniera.

«Abbiamo chiarito da tempo che non forniremo assistenza governativa a chi ha preso la terribile decisione di unirsi a un’organizzazione terroristica straniera», ha dichiarato.

La linea dell’esecutivo consiste quindi nel non organizzare rimpatri, non sostenere economicamente gli interessati e non intervenire diplomaticamente per facilitarne la liberazione o il trasferimento.

Alla domanda se Kamleh potrà comunque tornare in Australia, Watt ha risposto che la questione «resta da vedere».

I limiti imposti dalla Costituzione

Il problema principale riguarda la cittadinanza.

Un cittadino australiano conserva generalmente il diritto di entrare nel proprio Paese, anche quando è accusato di aver commesso reati gravissimi all’estero. Il governo può avviare procedimenti penali, imporre misure di controllo e utilizzare gli strumenti previsti dalle leggi antiterrorismo, ma non può agire al di fuori dei limiti costituzionali.

Canberra potrebbe quindi rifiutarsi di aiutare Kamleh a lasciare l’Iraq senza essere necessariamente in grado di impedirgli il rientro qualora riuscisse a viaggiare autonomamente e disponesse di documenti validi.

La questione diventa ancora più complessa quando la persona possiede esclusivamente la cittadinanza australiana, perché privarla della nazionalità potrebbe renderla apolide.

Chi è Tareq Kamleh

Kamleh è un medico formatosi in Australia che lasciò il Paese per raggiungere i territori allora controllati dallo Stato Islamico.

La sua adesione all’organizzazione terroristica provocò forte indignazione, anche perché utilizzò le proprie competenze mediche all’interno delle strutture create dall’Isis e apparve in materiale di propaganda.

Il suo caso divenne uno dei simboli del fenomeno degli australiani partiti per unirsi ai gruppi jihadisti in Siria e Iraq.

L’eventuale ritorno solleverebbe domande su quali accuse potrebbero essere contestate, quali prove siano state raccolte e come garantire contemporaneamente un processo equo e la sicurezza della comunità.

Nessun rimpatrio organizzato

Watt ha sottolineato che il governo non ha assistito altri cittadini nella stessa situazione e non intende cambiare posizione per Kamleh.

Ciò significa che Canberra non pagherà voli, non negozierà un trasferimento e non invierà funzionari per accompagnarlo in Australia.

L’assenza di assistenza, tuttavia, non equivale a un divieto assoluto di ritorno.

Qualora le autorità irachene decidessero di liberarlo, espellerlo o trasferirlo, la gestione del caso potrebbe richiedere una nuova valutazione da parte delle agenzie australiane.

L’opposizione: «Non basta dire che non lo aiuterete»

Il ministro ombra degli Esteri Ted O’Brien ha accusato il governo di non avere spiegato quali iniziative concrete intenda adottare per proteggere la popolazione.

Secondo l’opposizione, limitarsi a escludere l’assistenza consolare non risponde alla domanda centrale: cosa accadrebbe se un ex membro dello Stato Islamico riuscisse comunque a raggiungere il territorio australiano?

«Il governo non può limitarsi a dire: “Non li aiuteremo”», ha affermato O’Brien. «Cosa intendete fare concretamente per proteggere il popolo australiano?»

La Coalizione chiede quindi una strategia pubblica che chiarisca controlli, sorveglianza, eventuali arresti e procedimenti giudiziari.

Il possibile arresto al rientro

Il ritorno in Australia non significherebbe necessariamente libertà.

Una persona sospettata di essere stata membro di un’organizzazione terroristica potrebbe essere fermata, interrogata e accusata sulla base delle prove raccolte dalle autorità federali.

L’adesione a un gruppo terroristico, il sostegno alle sue attività e l’ingresso in determinate aree dichiarate possono costituire reati secondo la legislazione australiana.

La difficoltà riguarda spesso la raccolta di prove utilizzabili in tribunale. Molti fatti sarebbero avvenuti in zone di guerra, dove testimonianze, documenti e immagini possono essere difficili da verificare secondo gli standard richiesti da un processo penale.

Sicurezza nazionale e Stato di diritto

Il caso mette a confronto due esigenze entrambe fondamentali.

Da una parte, lo Stato deve proteggere la comunità da persone che potrebbero conservare convinzioni estremiste, contatti internazionali o capacità utili alla propaganda e alla radicalizzazione.

Dall’altra, un governo democratico deve rispettare la Costituzione, la cittadinanza e il principio secondo cui ogni accusa deve essere dimostrata davanti a un tribunale.

Il timore dell’opinione pubblica non può sostituire le prove. Ma la mancanza di una condanna non può neppure impedire alle autorità di utilizzare strumenti preventivi legali quando esiste un rischio concreto.

I possibili strumenti di controllo

In casi simili, le autorità possono valutare diverse misure, tra cui sorveglianza, restrizioni sui movimenti, controlli sulle comunicazioni e obblighi di presentazione.

L’applicazione dipende però dalle circostanze individuali e deve essere autorizzata nel rispetto della legge.

Non tutti coloro che hanno vissuto nei territori dello Stato Islamico presentano lo stesso livello di rischio. Le autorità devono distinguere tra combattenti, sostenitori, familiari, persone costrette a rimanere e individui che abbiano successivamente rinnegato l’organizzazione.

Nel caso di Kamleh, il suo ruolo pubblico nella propaganda dell’Isis renderebbe inevitabile un esame particolarmente rigoroso.

Tredici australiani nelle carceri irachene

La vicenda non riguarda soltanto un singolo detenuto.

La presenza di altri cittadini australiani nelle prigioni irachene suggerisce che Canberra potrebbe presto trovarsi davanti a più richieste di ritorno, trasferimento o assistenza.

Il governo dovrà stabilire una linea capace di essere applicata in modo coerente, evitando decisioni improvvisate caso per caso.

Dovrà inoltre confrontarsi con le autorità irachene, che potrebbero non essere disposte a detenere indefinitamente cittadini stranieri dopo la conclusione delle condanne o dei procedimenti locali.

Una questione destinata a crescere

La sconfitta territoriale dello Stato Islamico non ha eliminato le conseguenze prodotte dalla partenza di migliaia di cittadini stranieri verso Siria e Iraq.

Molti sono morti, altri sono detenuti e alcuni tentano di rientrare nei Paesi di origine.

L’Australia deve ora decidere come gestire cittadini che hanno apparentemente rifiutato i valori democratici del proprio Paese, senza rifiutare a sua volta i principi dello Stato di diritto.

Il governo non vuole riportare Tareq Kamleh in Australia. Ma se un cittadino riesce a raggiungere il confine nazionale, la questione non può essere risolta soltanto con una dichiarazione politica.

Servono prove, strumenti giuridici e un piano di sicurezza chiaro. Ed è proprio su questo terreno che governo e opposizione si preparano a un nuovo scontro.