Italia, ritorno al nucleare dopo quarant’anni: il governo punta sui piccoli reattori

Il Parlamento si prepara a definire il quadro normativo per le tecnologie nucleari di nuova generazione. Il governo indica il 2033-2035 come possibile orizzonte per i primi impianti, ma restano aperte le questioni dei costi, delle scorie e dell’opposizione dei territori

Quasi quarant’anni dopo il referendum che decretò la fine del nucleare italiano, il governo di Giorgia Meloni prepara il terreno per riportare l’energia atomica nel sistema nazionale.

Il Parlamento dovrebbe approvare una legge destinata a definire il quadro giuridico per l’utilizzo delle tecnologie nucleari di nuova generazione. Dopo il voto, il governo avrebbe dodici mesi per predisporre i decreti attuativi relativi alle autorizzazioni, agli standard di sicurezza, alla gestione delle scorie e alla localizzazione degli impianti.

L’obiettivo non è ricostruire le grandi centrali del passato, ma puntare principalmente sui piccoli reattori modulari, gli Small Modular Reactors, e su altre tecnologie avanzate considerate dai sostenitori più flessibili, sicure e adatte alle esigenze della rete elettrica italiana.

Il governo guarda al 2033-2035

Il ministro dell’Ambiente e della Sicurezza energetica Gilberto Pichetto Fratin ha indicato il periodo compreso tra il 2033 e il 2035 come possibile orizzonte per l’entrata in funzione dei primi reattori di nuova generazione.

Non si tratta ancora di un calendario vincolante.

Prima di arrivare alla costruzione sarà necessario completare la legislazione, individuare le tecnologie disponibili, ottenere le autorizzazioni e trovare investitori disposti a sostenere progetti dal costo elevato.

Secondo il ministro, però, il compito attuale del governo è creare le condizioni necessarie affinché le future decisioni possano essere prese all’interno di un sistema normativo certo.

L’esecutivo sostiene che l’aumento della domanda elettrica, gli obiettivi climatici e le crisi internazionali impongano all’Italia di ampliare il proprio mix energetico.

Pichetto Fratin prevede che il fabbisogno di elettricità possa aumentare di almeno il 30% nel prossimo decennio, soprattutto per effetto dell’elettrificazione dei trasporti, dell’industria e dei sistemi di riscaldamento.

Da Chernobyl alla guerra in Ucraina

L’Italia fu uno dei Paesi pionieri dell’energia nucleare in Europa.

Quattro reattori rimasero operativi fino al referendum del 1987, convocato dopo il disastro di Chernobyl del 1986. Il voto segnò la progressiva uscita del Paese dall’energia atomica.

Un secondo tentativo di rilancio fallì nel 2011, pochi mesi dopo l’incidente alla centrale giapponese di Fukushima. In quell’occasione circa il 94% dei votanti si espresse contro la costruzione di nuovi impianti.

Oggi il contesto è però profondamente cambiato.

La guerra in Ucraina ha mostrato i rischi della dipendenza europea dal gas russo. Le tensioni con l’Iran e l’instabilità delle rotte energetiche hanno riaperto il tema della sicurezza degli approvvigionamenti.

Anche la lotta al cambiamento climatico ha modificato il dibattito. Il nucleare produce elettricità con emissioni di carbonio relativamente basse e viene considerato da diversi governi uno strumento per affiancare le fonti rinnovabili.

La divisione tra le generazioni

Il confronto italiano è segnato da una forte differenza generazionale.

Chi ha vissuto direttamente il disastro di Chernobyl tende ancora ad associare il nucleare al rischio di incidenti, contaminazioni e conseguenze sanitarie di lunga durata.

Molti giovani guardano invece all’energia atomica come a una tecnologia utile per ridurre le emissioni, stabilizzare la rete elettrica e limitare la dipendenza dai combustibili fossili importati.

Un sondaggio realizzato nel giugno 2026 dalla società Only Numbers avrebbe rilevato un sostegno del 55% alla costruzione di impianti nucleari di nuova generazione.

Il favore appare più forte tra le fasce più giovani, che non possiedono una memoria diretta di Chernobyl e considerano maggiormente i progressi tecnologici compiuti negli ultimi decenni.

Il consenso, tuttavia, potrebbe ridursi quando il dibattito passerà dalla disponibilità teorica alla scelta concreta dei territori destinati a ospitare centrali o depositi.

Cosa sono gli Small Modular Reactors

Gli SMR sono reattori di dimensioni e potenza inferiori rispetto alle centrali nucleari tradizionali.

Il progetto modulare dovrebbe permettere di costruire alcune componenti in fabbrica e assemblarle successivamente nel luogo scelto per l’impianto, riducendo almeno in teoria tempi, costi e rischi di ritardi.

I sostenitori ritengono che questi reattori possano essere collocati più facilmente vicino alle aree industriali e adattati progressivamente alle necessità della rete.

La minore dimensione potrebbe inoltre consentire l’utilizzo di sistemi di sicurezza passiva, progettati per funzionare anche senza interventi esterni o alimentazione elettrica.

La tecnologia, tuttavia, non è ancora stata sperimentata commercialmente su larga scala in Europa.

Per questo gli esperti più critici invitano a non presentare gli SMR come una soluzione già pronta, economica e immediatamente disponibile.

Il grande problema dei costi

La sostenibilità economica è probabilmente il punto più debole del progetto.

Secondo alcune stime industriali, un singolo reattore modulare da 300 megawatt potrebbe costare tra 3 e 6 miliardi di euro, senza includere tutte le infrastrutture di collegamento alla rete e gli interventi necessari sul territorio.

Il governo spera che una parte consistente degli investimenti possa arrivare da capitali privati.

Ma gli operatori potrebbero chiedere garanzie pubbliche, prezzi minimi dell’elettricità o meccanismi di protezione contro ritardi e aumenti dei costi.

I grandi progetti nucleari realizzati recentemente in Europa hanno spesso registrato spese molto superiori alle previsioni e tempi di costruzione più lunghi rispetto ai programmi iniziali.

Anche l’effettivo risparmio per i consumatori resta incerto.

Pichetto Fratin ha riconosciuto che il nucleare non può ridurre le bollette nel breve periodo. Secondo il ministro, potrebbe contribuire ad abbassarle in futuro, una volta entrati in funzione gli impianti.

Nucleare e rinnovabili

Il governo presenta il nucleare come una fonte complementare al solare e all’eolico.

Le energie rinnovabili dipendono infatti dalle condizioni meteorologiche e richiedono sistemi di accumulo, reti più moderne e fonti capaci di garantire continuità quando il sole non splende e il vento non soffia.

Il nucleare potrebbe offrire una produzione costante e programmabile.

I critici sostengono però che una combinazione tra costose centrali nucleari e fonti rinnovabili potrebbe far aumentare il costo medio dell’elettricità.

Secondo questa posizione, le risorse necessarie per costruire i reattori potrebbero essere investite più rapidamente nel potenziamento delle reti, negli accumuli, nell’efficienza energetica e nella produzione rinnovabile.

Il confronto non riguarda quindi soltanto la sicurezza. Riguarda quale strategia garantisca il miglior risultato economico e ambientale nel minor tempo possibile.

L’Italia smantella ancora le vecchie centrali

Il paradosso italiano è visibile nella centrale di Latina, a sud di Roma.

Mentre il governo discute l’avvio di una nuova stagione nucleare, operai specializzati continuano a smantellare le strutture appartenenti alla prima era atomica del Paese.

Le operazioni di decommissioning sono affidate alla società pubblica Sogin e comprendono lo smontaggio degli impianti, la gestione dei materiali contaminati e la messa in sicurezza delle aree.

Il completamento di queste attività richiede tempi lunghi e risorse considerevoli.

L’Italia potrebbe quindi ritrovarsi a progettare nuove centrali mentre non ha ancora concluso la dismissione di quelle chiuse dopo il referendum del 1987.

Il nodo irrisolto delle scorie

Il principale ostacolo politico e territoriale resta la gestione dei rifiuti radioattivi.

L’Italia non dispone ancora di un deposito nazionale definitivo. Le scorie prodotte dalle vecchie centrali, dagli ospedali, dalla ricerca e dalle attività industriali sono conservate in strutture temporanee distribuite sul territorio.

Prima di avviare un nuovo programma nucleare, il governo dovrà indicare dove saranno custoditi i materiali esistenti e quelli eventualmente prodotti dai futuri reattori.

La scelta del sito potrebbe incontrare un’opposizione durissima da parte delle comunità locali.

I sondaggi mostrano infatti una differenza evidente tra il sostegno generale al nucleare e la disponibilità ad accettare un impianto vicino alla propria casa.

Circa sei italiani su dieci sarebbero contrari alla costruzione di un reattore nella propria provincia.

Il rischio di un nuovo referendum

L’approvazione della legge non chiuderà il dibattito.

Partiti di sinistra, associazioni ambientaliste e comitati locali potrebbero promuovere un nuovo referendum quando emergeranno progetti concreti e possibili localizzazioni.

La sfida del governo sarà dimostrare che le nuove tecnologie sono realmente differenti dagli impianti del passato e che i costi possono essere sostenuti senza trasferire rischi eccessivi sui contribuenti.

Dovrà inoltre spiegare come verranno gestite le scorie, chi controllerà la sicurezza e quale ruolo avrà lo Stato nel finanziamento delle infrastrutture.

Il favore espresso nei sondaggi potrebbe infatti cambiare rapidamente quando il dibattito abbandonerà i principi generali e riguarderà cantieri, finanziamenti e territori specifici.

Una svolta energetica ancora tutta da costruire

Il ritorno al nucleare rappresenterebbe una delle più radicali inversioni energetiche realizzate in Europa.

Il governo Meloni considera l’energia atomica uno strumento per rafforzare l’indipendenza nazionale, affrontare la crescita della domanda e rispettare gli obiettivi climatici.

I sostenitori vedono nei piccoli reattori una tecnologia capace di offrire energia stabile e a basse emissioni.

Gli oppositori indicano costi elevati, tempi lunghi, problemi irrisolti nella gestione delle scorie e il rischio che gli investimenti sottraggano risorse alle rinnovabili.

La legge in arrivo non autorizzerà automaticamente la costruzione di nuove centrali. Aprirà però una porta che gli italiani avevano chiuso due volte attraverso il referendum.

Quarant’anni dopo Chernobyl, l’Italia torna quindi a discutere del proprio futuro atomico. Ma la vera prova non sarà approvare una norma in Parlamento.

Sarà convincere un Paese ancora diviso che il nuovo nucleare possa essere realmente più sicuro, sostenibile e conveniente di quello abbandonato nel passato.