Delitto di via Poma, una traccia maschile ancora senza nome: dopo 36 anni la verità passa dal DNA

Otto persone mai indagate sono state sottoposte a comparazione genetica: cinque donne e tre uomini, quasi tutti legati all’ambiente lavorativo di Simonetta Cesaroni. I primi esiti sono negativi, mentre si attendono i risultati su altri sette profili

Il 7 agosto saranno trascorsi 36 anni dall’omicidio di Simonetta Cesaroni, la giovane uccisa negli uffici di via Poma a Roma.

Trentasei anni di piste, sospetti, processi, assoluzioni e domande rimaste senza risposta. Ma anche trentasei anni durante i quali la verità non ha mai smesso di essere cercata.

L’ultimo sviluppo riguarda una traccia genetica maschile mai attribuita con certezza. Non c’è soltanto il sangue di Simonetta sui reperti esaminati: sul corpetto e sul reggiseno della vittima è stato isolato anche materiale biologico appartenente a un uomo ancora senza nome.

Quel DNA esiste, è leggibile e può essere confrontato.

È forse questo, oggi, uno degli ultimi fili capaci di ricondurre al killer.

Otto persone sottoposte al test

Secondo quanto emerge dal materiale disponibile, quindici persone sarebbero state complessivamente sottoposte a comparazione genetica.

Tra queste figurano otto persone mai iscritte nel registro degli indagati: cinque donne e tre uomini.

Si tratterebbe soprattutto di professionisti che abitavano nello stabile o di persone vicine a chi lavorava negli uffici frequentati da Simonetta.

Il loro materiale genetico sarebbe stato raccolto attraverso bicchieri di plastica e altri oggetti utilizzati, per poi essere confrontato con la traccia isolata sugli indumenti della vittima.

L’esito delle comparazioni con questi primi otto profili è risultato negativo. Nessuno di loro corrisponderebbe al DNA maschile ancora senza identità. 

Si attendono altri sette risultati

Il lavoro, però, non è concluso.

Restano da conoscere gli esiti degli accertamenti su altre sette persone, delle quali si è avuta notizia nei giorni scorsi.

Ogni risultato negativo restringe il campo, ma non risolve il caso. Significa soltanto che la traccia non appartiene a quella persona e che la ricerca deve proseguire.

Dopo 36 anni, anche un’esclusione può avere valore investigativo. Consente di eliminare ipotesi, correggere vecchie letture e concentrare l’attenzione su persone o ambienti non ancora adeguatamente verificati.

La richiesta della famiglia

La famiglia di Simonetta ha chiesto che i nuovi esami vengano eseguiti su materiale biologico acquisito attraverso tamponi ufficiali, anziché mediante bicchieri, tazzine o altri oggetti recuperati indirettamente.

La richiesta nasce dall’esigenza di ottenere la massima affidabilità possibile.

Un campione raccolto direttamente permette infatti di ridurre il rischio di contaminazione, errori di attribuzione o materiale genetico appartenente a più persone.

In un caso così antico e delicato, ogni margine di incertezza può trasformarsi in un nuovo ostacolo.

La famiglia non chiede scorciatoie. Chiede che questa volta ogni passaggio sia inattaccabile.

Una traccia che non può essere ignorata

Il punto centrale è semplice: esiste un profilo maschile non attribuito rinvenuto sugli indumenti di Simonetta.

Questo non significa automaticamente che appartenga all’assassino. Potrebbe derivare da un contatto precedente, da contaminazione o da una circostanza estranea al delitto.

Ma finché non viene identificato, nessuna ipotesi può essere esclusa.

La scienza deve stabilire a chi appartenga, quando possa essere stato depositato e quale significato abbia nella dinamica dell’omicidio.

Ignorare quella traccia significherebbe rinunciare a una delle poche possibilità ancora disponibili per dare un nome al responsabile.

Trentasei anni di domande

Simonetta Cesaroni aveva vent’anni.

Fu trovata senza vita il 7 agosto 1990 negli uffici dell’Aiag, in via Carlo Poma. Da allora il caso ha attraversato decenni di indagini e processi senza arrivare a una condanna definitiva.

Molte persone sono state sospettate, interrogate o coinvolte nelle diverse fasi della vicenda.

Eppure il nome dell’assassino non è mai stato stabilito.

Ogni anniversario riporta alla luce la stessa domanda: com’è possibile che un omicidio avvenuto in un edificio frequentato, in piena estate e in una zona centrale di Roma sia rimasto senza colpevole?

Il peso degli errori iniziali

Come in molti grandi casi irrisolti, il tempo ha amplificato il peso delle scelte compiute nelle prime ore e nei primi giorni.

Reperti non valorizzati, verifiche incomplete e piste abbandonate possono diventare, a distanza di decenni, vuoti impossibili da colmare.

La tecnologia genetica offre oggi opportunità che nel 1990 non esistevano. Ma può lavorare soltanto su ciò che è stato conservato correttamente.

Ogni campione perso, contaminato o non repertato rappresenta una possibilità cancellata per sempre.

Per questo i nuovi esami devono essere condotti con rigore assoluto.

La verità non ha scadenza

Trentasei anni sono un tempo enorme nella vita di una famiglia.

Sono anni trascorsi senza una risposta, con il dolore aggravato dalla sensazione che la verità fosse sempre vicina ma mai raggiunta.

Il DNA maschile non identificato non garantisce che il caso verrà risolto.

Rappresenta però una possibilità concreta, forse una delle ultime.

Se quella traccia appartiene a qualcuno che non è mai stato indagato, il caso potrebbe cambiare direzione.

Se appartiene a una persona già coinvolta, sarà necessario comprendere perché il collegamento non sia emerso prima.

Se invece risulterà estranea al delitto, almeno una delle domande più importanti avrà finalmente una risposta.

Simonetta aspetta ancora giustizia

Il delitto di via Poma non può essere ridotto a una ricorrenza televisiva o a un mistero da raccontare ogni estate.

Al centro resta una ragazza di vent’anni uccisa mentre lavorava.

Resta una famiglia che da 36 anni chiede la verità.

Resta un DNA maschile che esiste, ma non ha ancora un nome.

La giustizia può arrivare tardi. Ma non dovrebbe mai smettere di cercare.

Perché il tempo può consumare i ricordi, cambiare le persone e rendere più difficile ogni indagine.

Non può cancellare il diritto di Simonetta Cesaroni ad avere finalmente un colpevole.