Facebook sotto accusa in Australia: Meta paga creator controversi e cresce il caso “rage-bait”

Un’inchiesta di ABC News Verify sostiene che alcuni account australiani legati all’estrema destra, al nazionalismo bianco e alla disinformazione sui vaccini stiano guadagnando direttamente attraverso i programmi di monetizzazione di Facebook

Facebook è finita al centro di nuove polemiche in Australia dopo un’inchiesta di ABC News Verify secondo cui Meta starebbe pagando direttamente alcuni creator e pagine altamente controversi attraverso il proprio programma di monetizzazione dei contenuti.

L’indagine ha individuato diversi account australiani che avrebbero beneficiato economicamente della piattaforma nonostante contenuti talvolta apparentemente in contrasto con le stesse regole di monetizzazione di Facebook. Tra questi figurano figure e organizzazioni legate al nazionalismo bianco, a reti di estrema destra e alla diffusione di informazioni false o fuorvianti sui vaccini. 

Il modello economico del “rage-bait”

Al centro del caso c’è il cosiddetto rage-bait: contenuti costruiti per provocare rabbia, indignazione e forti reazioni emotive.

Il meccanismo è semplice. Più un post provoca commenti, condivisioni e discussioni, maggiore può essere la sua visibilità. E quando un creator partecipa a un programma di monetizzazione, più engagement può significare anche maggiori ricavi.

Secondo la ricercatrice Kaz Ross, intervistata da ABC, questo sistema rischia di premiare proprio i contenuti più aggressivi e polarizzanti, perché rabbia e conflitto generano interazioni. 

Chi sarebbe stato monetizzato

L’inchiesta cita Hugo Lennon, descritto come un agitatore di estrema destra con collegamenti con ambienti neonazisti, che risulterebbe inserito nel programma “Content Monetization” di Facebook dal settembre 2025.

Viene inoltre citato The Noticer, sito australiano di estrema destra che secondo ABC pubblica regolarmente contenuti legati a ideologie suprematiste bianche e neonaziste, oltre a una pagina collegata al gruppo anti-immigrazione “March for Australia”.

Tra gli account esaminati figura anche Monica Smit, fondatrice di Reignite Democracy Australia, organizzazione nota per le proprie posizioni contro vaccini e lockdown. La sua pagina conterrebbe anche contenuti di disinformazione sanitaria. 

Le persone e le organizzazioni citate dall’inchiesta non hanno risposto alle richieste di commento dell’ABC.

Un programma solo su invito

Il programma di monetizzazione non sarebbe aperto automaticamente a tutti.

Facebook lo descrive come un sistema “invitation-only”, attraverso il quale i creator possono guadagnare in base alle performance di reel pubblici, fotografie, storie e post testuali.

Nel 2025 Facebook avrebbe distribuito complessivamente quasi 3 miliardi di dollari americani, circa 4,27 miliardi di dollari australiani, a una platea stimata di 16,2 milioni di account monetizzati nel mondo. 

Il punto critico è proprio questo: se Meta invita un account nel proprio sistema e gli riconosce una quota dei ricavi, il rapporto non è più soltanto quello tra piattaforma e utente.

Diventa anche una relazione economica.

Le regole di Facebook

Secondo le politiche pubblicate da Meta, contenuti su questioni sociali controverse come la razza possono subire limitazioni nella monetizzazione, mentre le informazioni mediche fuorvianti non dovrebbero essere monetizzabili.

ABC News Verify sostiene però che le pagine analizzate abbiano pubblicato, in alcuni casi, contenuti apparentemente incompatibili con queste regole. 

Questo apre un interrogativo sulla qualità dei controlli.

Il problema non è soltanto avere regole scritte, ma applicarle in modo coerente.

Meta: «Non è nostro compito controllare ciò che è offensivo»

Meta non ha risposto nel dettaglio alle domande sui singoli account, ma ha ribadito di avere politiche chiare per chi utilizza gli strumenti di monetizzazione.

La società sostiene che quando le pagine violano gli standard possono essere sospese temporaneamente o definitivamente dai programmi di guadagno e, in caso di violazioni ripetute, anche rimosse dalla piattaforma.

Meta ha inoltre affermato che occorre distinguere tra contenuti offensivi e contenuti che possono produrre violenza nel mondo reale, aggiungendo che «non è ruolo di Meta controllare ciò che è offensivo». 

Il problema non è solo cosa resta online

Il caso australiano apre però una questione più profonda.

Una cosa è consentire la pubblicazione di un contenuto nel rispetto della libertà di espressione.

Un’altra è pagare direttamente chi lo produce.

Se il modello economico premia soprattutto ciò che genera conflitto, il rischio è che la piattaforma finisca per incentivare indirettamente una produzione sempre più estrema.

La polarizzazione smette così di essere soltanto un effetto collaterale dei social e può trasformarsi in un modello di business.

Trasparenza ancora insufficiente

Non è noto quanto i singoli creator citati abbiano effettivamente guadagnato, perché Meta non pubblica questi dati.

Va riconosciuto che Facebook fornisce più informazioni sui propri programmi di monetizzazione rispetto ad altre grandi piattaforme come TikTok, YouTube o X.

Ma per gli esperti questo livello di trasparenza resta insufficiente.

Senza conoscere quanto viene pagato, quali contenuti generano maggiori ricavi e quali controlli vengono effettuati, è difficile capire fino a che punto gli algoritmi stiano premiando il conflitto.

Una questione che riguarda tutta la società

Il problema non si limita ai singoli creator.

I social network sono ormai uno dei principali spazi nei quali si forma l’opinione pubblica.

Se i contenuti più estremi, provocatori o divisivi vengono premiati perché producono maggiore engagement, il rischio è quello di deformare il dibattito pubblico.

La domanda diventa quindi inevitabile: una piattaforma può dichiararsi neutrale rispetto ai contenuti e contemporaneamente finanziare direttamente chi li produce?

Facebook sostiene di applicare le proprie regole.

L’inchiesta australiana mostra però che il confine tra libertà di espressione, responsabilità editoriale e incentivo economico è sempre più difficile da ignorare.