Garlasco, tra inchiesta e propaganda: quando il confronto sulle carte diventa uno scontro personale

Il caso Poggi continua a dividere anche il mondo dell’informazione. Accanto a giornalisti che lavorano su atti, perizie e documenti, cresce una battaglia mediatica fatta di accuse, delegittimazioni e posizioni cristallizzate. Il punto, però, non è scegliere una squadra: è stabilire cosa regge alla verifica dei fatti.

Il caso Garlasco non è più soltanto una vicenda giudiziaria. È diventato anche un terreno di scontro tra modi profondamente diversi di fare informazione.

Da una parte ci sono giornalisti che continuano a lavorare sui documenti: verbali, fotografie, consulenze, relazioni tecniche, atti delle vecchie e delle nuove indagini. Dall’altra si è consolidato negli anni un circuito televisivo e social nel quale il confronto sul merito viene spesso sostituito dalla contrapposizione personale.

È un fenomeno che accompagna il caso Poggi praticamente dall’inizio e che oggi, con la riapertura delle indagini e l’emersione di nuovi elementi, appare ancora più evidente.

Le posizioni costruite nel 2007

Una parte dell’informazione assunse fin dai primi mesi una posizione molto netta nei confronti di Alberto Stasi. Una scelta comprensibile nel contesto di allora, ma che oggi rischia di trasformarsi in un problema quando nuovi elementi impongono di riconsiderare alcuni aspetti dell’indagine originaria.

Stasi è stato condannato definitivamente per l’omicidio di Chiara Poggi. Questo dato non è in discussione.

Al tempo stesso, la sentenza definitiva non impedisce al giornalismo di verificare se la scena del crimine sia stata gestita correttamente, se alcuni reperti siano stati trascurati o se le nuove indagini stiano facendo emergere circostanze che nel 2007 non furono adeguatamente approfondite.

È precisamente qui che dovrebbe intervenire l’informazione: non per sostituirsi ai magistrati, ma per verificare ciò che può essere documentato.

Una scena del crimine che continua a sollevare interrogativi

Negli ultimi mesi sono tornati al centro dell’attenzione diversi aspetti della gestione della villetta di via Pascoli.

Accessi alla casa, contaminazioni, oggetti spostati, elementi fotografati ma non repertati, tracce successivamente rivalutate: questioni che non consentono automaticamente di riscrivere il delitto, ma che rendono difficile sostenere che la prima attività investigativa sia stata immune da errori.

Definire quell’indagine un “colabrodo†è un giudizio severo. Tuttavia il problema giornalistico non è il termine utilizzato, ma verificare se le criticità documentate esistano.

Se esistono, vanno raccontate.

Anche quando mettono in discussione convinzioni consolidate.

Chi lavora sulle carte

In questo contesto alcuni professionisti hanno scelto di concentrare il proprio lavoro soprattutto sulla documentazione.

Tra questi Luigi Grimaldi, Francesca Bugamelli, Albina Perri, Rita Cavallaro e Alessandro De Giuseppe, insieme ad altri giornalisti e autori che negli ultimi mesi hanno analizzato direttamente atti e materiale relativo al caso.

Non significa attribuire loro una patente di infallibilità.

Ogni ricostruzione può essere contestata, ogni analisi tecnica può essere sottoposta a verifica e ogni interpretazione può essere smentita.

Ma proprio questo è il punto: una tesi documentale dovrebbe essere contestata attraverso altri documenti.

Se si discute un’impronta, bisogna discutere la morfologia dell’impronta.

Se si mette in dubbio una consulenza, bisogna indicare dove il metodo sarebbe errato.

Se si ritiene irrilevante un reperto, occorre spiegare perché.

Quando invece la risposta si sposta sulla delegittimazione personale di chi pone le domande, il terreno cambia completamente.

Il caso Bugamelli

Le polemiche riguardanti Francesca Bugamelli ne sono un esempio.

Sui social sono circolate affermazioni secondo cui sarebbe ricercata da FBI, CIA, ICE, DIA e NSA e avrebbe precedenti giudiziari.

Nel materiale pubblicamente mostrato e messo a disposizione non emergono elementi che consentano di sostenere tali affermazioni come fatti accertati.

Bugamelli ha invece diffuso l’immagine di un certificato del casellario giudiziale nel quale compare la dicitura â€œNULLA†e ha dichiarato di avere ottenuto tutela giudiziaria rispetto ad alcune affermazioni diffuse sul proprio conto.

La documentazione completa di eventuali procedimenti o accordi dovrà naturalmente essere verificata prima di attribuire responsabilità precise a singole persone.

Ma una regola giornalistica resta elementare: chi sostiene che qualcuno sia ricercato da autorità internazionali o abbia condanne penali deve essere in grado di provarlo.

Un’accusa di questo tipo non può essere utilizzata come semplice strumento polemico.

Ed è particolarmente grave quando proviene da ambienti che partecipano quotidianamente al dibattito pubblico e pretendono di distinguere tra informazione e disinformazione.

Psicologi, criminologi ed ex investigatori

Il caso Garlasco ha prodotto negli anni una quantità straordinaria di commentatori.

Psicologi, criminologi, ex appartenenti alle forze dell’ordine e consulenti sono diventati presenze abituali nelle trasmissioni televisive.

La loro esperienza può rappresentare un contributo utile.

Il problema nasce quando un’opinione professionale viene presentata come una verità processuale oppure quando chi dovrebbe analizzare criticamente le indagini finisce per difenderle aprioristicamente.

Alcuni degli errori della prima fase investigativa sono ormai oggetto di discussione da anni.

Chi ha esperienza nelle forze dell’ordine dovrebbe essere il primo a distinguere tra la difesa dell’istituzione e la difesa di una singola attività investigativa.

Ammettere un errore non significa delegittimare un corpo dello Stato.

Significa contribuire a impedire che quell’errore venga ripetuto.

Il precedente Tortora e il rischio del processo mediatico

La storia italiana offre un precedente che dovrebbe consigliare prudenza: il caso Enzo Tortora.

Il parallelo giudiziario con Garlasco non esiste e sarebbe scorretto costruirlo.

Esiste però una lezione giornalistica.

Nel caso Tortora una parte dell’informazione trattò l’accusa come una verità già acquisita. La prima condanna venne letta da alcuni come la definitiva certificazione di una narrazione che, successivamente, sarebbe crollata.

Il problema non è dunque sostenere oggi che Stasi sia innocente.

Non lo si può fare.

Allo stesso modo sarebbe irresponsabile indicare Andrea Sempio come responsabile dell’omicidio. È coinvolto nelle nuove indagini e deve essere considerato innocente fino a un eventuale giudizio definitivo.

La lezione è un’altra: il giornalista non dovrebbe mai trasformare una propria convinzione in un ostacolo alla lettura dei fatti successivi.

Cambiare idea non è una sconfitta

Alcuni professionisti che in passato avevano sostenuto con convinzione una determinata ricostruzione hanno successivamente modificato la propria posizione.

Non dovrebbe essere considerato un segnale di debolezza.

Nel giornalismo, cambiare valutazione quando cambiano gli elementi disponibili è esattamente ciò che dovrebbe accadere.

Il problema nasce quando anni di dichiarazioni pubbliche rendono quasi impossibile ammettere che qualcosa possa non essere andato come si era sostenuto.

In quel momento la difesa della tesi rischia di diventare difesa della propria storia professionale.

Le domande sugli interessi

Da qui nasce anche una domanda inevitabile: quando un commentatore continua a difendere una ricostruzione nonostante l’emersione di elementi problematici, quali interessi sta proteggendo?

È legittimo porselo.

Non è invece legittimo trasformare la domanda in un’accusa senza prove.

Non abbiamo elementi per affermare che singoli giornalisti, psicologi o ex investigatori vengano pagati per sostenere una specifica versione del caso.

Ma è corretto chiedere trasparenza sui rapporti professionali, sui compensi televisivi e sugli eventuali conflitti di interesse quando questi possono avere rilevanza nel dibattito pubblico.

Le nuove verifiche

Sul fronte investigativo rimane poi un altro punto.

Da alcune settimane sono in corso verifiche su informazioni che potrebbero indicare un quadro più ampio rispetto alla sola posizione di Andrea Sempio.

Al momento non esistono elementi sufficienti per trasformare queste informazioni in conclusioni.

Per questo è necessario mantenere prudenza.

Dire che “dietro Sempio c’è altro†può essere una pista giornalistica da verificare, non una sentenza.

Se emergeranno documenti, riscontri o nuovi soggetti effettivamente coinvolti nelle indagini, sarà possibile raccontarli.

Fino ad allora resta un’ipotesi.

La vera linea di demarcazione

La questione centrale, quindi, non è stabilire oggi chi abbia ragione tra innocentisti e colpevolisti.

La vera linea di demarcazione passa tra informazione e propaganda.

Tra chi porta un documento e chi risponde con un insulto.

Tra chi accetta che una nuova prova possa modificare una convinzione e chi deve difendere la posizione assunta vent’anni fa.

Tra chi distingue un’indagine da una condanna e chi trasforma i social in un tribunale.

Nel caso Garlasco c’è già abbastanza materiale controverso senza bisogno di aggiungere accuse personali prive di riscontro.

La funzione dell’informazione dovrebbe essere esattamente l’opposto: eliminare il rumore, separare ciò che è dimostrato da ciò che è soltanto ipotizzato e lasciare che siano le carte a parlare.

Perché alla fine il punto non è stabilire quale giornalista abbia vinto la battaglia televisiva.

Il punto è ancora quello del 13 agosto 2007.

Capire cosa sia realmente accaduto a Chiara Poggi.