Italiani nel Sud degli Stati Uniti: quando i giornali insegnavano a “diventare bianchi”

a cura del Prof. Matteo Brera per l’università di Padova

Un progetto di ricerca dell’Università di Padova ricostruisce il ruolo della stampa etnica italiana nel Sud degli Stati Uniti tra Ottocento e Novecento. Al centro, una questione complessa e spesso rimossa: come gli immigrati italiani abbiano costruito la propria identità all’interno della società segregazionista di Jim Crow e come i giornali siano diventati vere e proprie “scuole di carta”.

La storia dell’emigrazione italiana negli Stati Uniti viene spesso raccontata attraverso povertà, discriminazione, sacrifici e integrazione.

Ma esiste anche un’altra storia, più scomoda e meno conosciuta: quella del rapporto tra gli immigrati italiani, il concetto di “bianchezza” e la società razziale del Sud americano.

A studiarla è il progetto DaShoW – A Darker Shade of Whiteness: The Italian Ethnic Press in Louisiana and the Making of Racial Awareness in The Gulf South (1877-1945), ideato dallo storico della cultura Matteo Brera e sviluppato con la supervisione del professor Stefano Luconi presso il Dipartimento di Scienze Storiche, Geografiche e dell’Antichità dell’Università di Padova.

La ricerca analizza soprattutto la stampa in lingua italiana pubblicata in Louisiana, Alabama e Tennessee, cercando di capire come gli immigrati abbiano negoziato la propria identità all’interno di una società dominata dalla segregazione razziale.

Italiani tra migrazione e identità

Il periodo principale preso in esame va dal 1877 al 1945.

La prima data coincide con la fine della Ricostruzione e con l’inizio della costruzione del sistema segregazionista di Jim Crow nel Sud degli Stati Uniti.

Il 1945 segna invece la conclusione della Seconda guerra mondiale e del fascismo, aprendo una fase storica nuova che avrebbe poi portato ai grandi movimenti per i diritti civili.

Nel mezzo, migliaia di italiani — molti dei quali siciliani — arrivarono nel Sud americano trovandosi inseriti in una società nella quale appartenenza etnica, colore della pelle, cittadinanza e diritti erano elementi strettamente collegati.

La questione affrontata dal progetto è quindi delicata: in che modo gli italiani iniziarono a percepirsi e presentarsi come “bianchi”?

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La stampa come specchio della comunità

Brera parte da una fonte molto particolare: i giornali.

Testate come La Voce Coloniale, L’Italo-Americano, Il Monitore del Sud, Il Gladiatore e Columbus-Balbo Reviewpermettono infatti di osservare la comunità italiana dall’interno.

Non sono soltanto cronache.

Raccontano come gli italiani vedevano sé stessi, come interpretavano l’America e quali comportamenti ritenevano necessari per essere accettati dalla società dominante.

Per Brera, questi giornali funzionavano come vere “scuole di carta”.

Le “scuole di carta”

I giornali non insegnavano soltanto la lingua italiana.

Pubblicavano racconti, romanzi d’appendice, consigli sull’igiene, indicazioni sul welfare, articoli di costume e istruzioni pratiche sulla vita quotidiana.

Attraverso quelle pagine venivano trasmessi anche modelli sociali e culturali.

Secondo la ricerca, quelle testate finivano così per insegnare agli immigrati anche i “trucchi per diventare bianchi”, cioè per adattarsi a un sistema nel quale la bianchezza garantiva privilegi politici e sociali negati agli afroamericani.

È uno degli aspetti più forti e problematici emersi dal progetto.

Dalla discriminazione subita a quella esercitata

Gli italiani furono a loro volta vittime di discriminazioni, violenze e pregiudizi.

Il caso più noto resta il linciaggio di New Orleans del 1891, quando undici italiani furono uccisi da una folla.

Ma la ricerca mostra che essere stati vittime non impedì a una parte della comunità italiana di interiorizzare e riprodurre il razzismo della società circostante.

Un esempio particolarmente duro arriva da La Voce Coloniale nel 1931.

Il giornale celebrò una ragazza italoamericana, la signorina Baragona, per aver ucciso un afroamericano che avrebbe tentato di introdursi nella sua abitazione.

L’articolo utilizzava un linguaggio esplicitamente razzista e presentava l’episodio come un avvertimento per quella che definiva la “razza bianca”.

Un capitolo spesso ignorato

Secondo Brera, questo aspetto è stato spesso trascurato dalla storiografia italoamericana tradizionale, più concentrata sulla discriminazione subita dagli emigrati.

La realtà, però, era molto più complessa.

Gli italiani si trovavano in una posizione intermedia: non sempre considerati pienamente parte dell’élite bianca anglosassone, ma contemporaneamente spinti a prendere le distanze dagli afroamericani per migliorare il proprio status sociale.

Studiare questo processo significa quindi andare oltre una rappresentazione esclusivamente eroica o vittimistica dell’emigrazione.

New Orleans, cuore della ricerca

Una parte centrale dello studio riguarda New Orleans, città con una delle più importanti comunità italiane del Sud.

Qui la stampa italiana era presente già prima della grande immigrazione di fine Ottocento.

Brera ha rintracciato persino Il Monitore del Sud, pubblicato nel 1849 dall’esule mazziniano e medico pisano Augusto Natili.

Il giornale circolava in una zona multiculturale di New Orleans dove venivano pubblicati e letti periodici in italiano, francese e spagnolo.

Dalla Louisiana all’Alabama

Il progetto non si limita però a una singola comunità.

Brera ha esteso l’indagine anche al Tennessee e all’Alabama, partendo dall’idea che la storia degli italiani negli Stati Uniti vada studiata anche su scala regionale.

I giornali mostrano infatti continui movimenti di persone, idee e notizie tra uno Stato e l’altro.

Una notizia pubblicata in Louisiana poteva riguardare una famiglia dell’Alabama.

Un giornale nato a Birmingham poteva influenzare lettori di New Orleans.

La diaspora funzionava come una rete.

Il caso Castelli

Un esempio significativo è quello della famiglia Castelli.

Nel 1894 L’Italo-Americano di New Orleans pubblicò la notizia della morte di Pietro Castelli nel crollo di una miniera a West Blocton, in Alabama.

Anni prima, sua moglie Francesca era stata uccisa e sulla sua lapide veniva indicata esplicitamente la “razza” dell’aggressore.

Il giornale utilizzò poi la morte di Pietro per mettere in guardia gli italiani dai pericoli delle miniere dell’Alabama e dall’attrazione esercitata dall’industrializzazione.

Un singolo caso di cronaca diventava così uno strumento per parlare di mobilità, lavoro, sicurezza e identità comunitaria.

Fascismo e identità razziale

Il periodo fascista rappresenta un altro passaggio importante.

Il fascismo insisteva fortemente sull’identità nazionale e razziale degli italiani, compresi quelli residenti all’estero.

Alcune testate della diaspora finirono così per combinare nazionalismo italiano, fascismo e adattamento alle gerarchie razziali americane.

Tra queste compare anche il Columbus-Balbo Review, pubblicato a Birmingham tra il 1933 e il 1938 e ideologicamente vicino al fascismo.

Non solo ricerca accademica

DaShoW ha anche una forte dimensione di public history.

A Nashville è stato collocato un marker storico dedicato a Primo Bartolini, figura dell’emigrazione italiana nel Sud: musicista, insegnante, patriota italoamericano e mediatore culturale.

Il progetto coinvolge università, autorità consolari e amministrazioni locali.

A New Orleans si lavora invece alla realizzazione di un secondo marker su Decatur Street, nell’area dove si sviluppò un importante nucleo della comunità siciliana e dove La Voce Coloniale divenne uno dei giornali più importanti del Sud.

Guardare l’emigrazione senza mitizzarla

Il valore della ricerca sta probabilmente proprio qui.

Studiare la storia dell’emigrazione italiana significa riconoscere i sacrifici, le discriminazioni e le violenze subite.

Ma significa anche accettare che gli immigrati non furono soltanto vittime passive della società americana.

Cercarono di adattarsi.

Costruirono nuove identità.

Talvolta replicarono i pregiudizi della società nella quale volevano essere accettati.

E i giornali furono uno degli strumenti attraverso cui questo processo prese forma.

Più di un secolo dopo, quelle pagine ci ricordano che migrazione e identità non sono mai storie semplici.

Sono processi fatti di integrazione, conflitto, memoria, compromessi e, qualche volta, anche di contraddizioni profonde.