L’ex ambasciatore italiano a Kiev Pier Francesco Zazo traccia il bilancio a dodici mesi dal vertice in Alaska: «Non ci fu mai una reale possibilità di pace». L’Europa ha rafforzato il sostegno all’Ucraina, mentre Mosca mostra crescenti difficoltà economiche e militari
A un anno dal vertice di Anchorage tra Donald Trump e Vladimir Putin, quello che era stato presentato come il possibile inizio di una nuova fase diplomatica tra Stati Uniti e Russia appare ormai lontano.
Secondo Pier Francesco Zazo, ex ambasciatore italiano a Kiev, l’incontro del Ferragosto 2025 in Alaska nacque infatti da un errore di valutazione da entrambe le parti: Putin avrebbe creduto di poter ottenere, attraverso Trump, condizioni sostanzialmente equivalenti alla capitolazione dell’Ucraina, mentre il presidente americano avrebbe sottovalutato sia la capacità di resistenza di Kiev sia la determinazione dell’Europa a continuare a sostenerla.
Dodici mesi dopo, la guerra continua.
Ma, nella lettura dell’ex diplomatico italiano, lo scenario è molto diverso da quello immaginato allora da Washington e Mosca.
«Una vera speranza di pace non ci fu mai»
Zazo ritiene che il vertice di Anchorage non abbia mai rappresentato realmente l’inizio di un percorso credibile verso un accordo.
Le condizioni avanzate dalla Russia avrebbero infatti richiesto all’Ucraina di rinunciare anche alle zone del Donbass ancora sotto controllo di Kiev e di accettare forti limitazioni alle proprie Forze Armate.
Condizioni che, secondo l’ex ambasciatore, non avrebbero potuto essere accettate da nessun governo ucraino.
L’errore strategico di Putin sarebbe stato quindi quello di ritenere possibile un accordo diretto con Trump capace di mettere Kiev e le capitali europee davanti al fatto compiuto.
Anche Trump, tuttavia, avrebbe commesso una valutazione sbagliata.
Il presidente americano era convinto che Volodymyr Zelensky disponesse di pochissimo spazio politico e militare e che l’Europa non sarebbe riuscita a sostenere autonomamente l’Ucraina nel lungo periodo.
Il trascorrere dei mesi avrebbe dimostrato il contrario.
Kiev resiste e aumenta la capacità militare
Secondo Zazo, nell’ultimo anno l’Ucraina non si è limitata a mantenere le proprie posizioni sul fronte.
Kiev ha aumentato anche la capacità di colpire in profondità infrastrutture energetiche e logistiche russe, arrivando a condurre operazioni a grande distanza dal territorio ucraino.
Parallelamente è cresciuta rapidamente l’industria nazionale della difesa.
Un ruolo centrale è stato assunto dalla produzione di droni e missili a medio raggio, settori nei quali l’Ucraina ha sviluppato una capacità tecnologica e industriale sempre più autonoma.
Per Zazo, proprio questa capacità di adattamento rappresenta uno degli elementi che né Putin né Trump avevano correttamente previsto un anno fa.
Europa sempre più centrale
L’altro grande cambiamento riguarda l’Europa.
Se uno degli obiettivi impliciti del vertice di Anchorage sembrava essere quello di ridurre il ruolo delle capitali europee nel negoziato, gli sviluppi successivi hanno prodotto l’effetto contrario.
L’Unione europea ha progressivamente aumentato il sostegno finanziario e militare all’Ucraina e, secondo l’ex ambasciatore, è riuscita in parte a compensare il progressivo disimpegno statunitense.
Washington ha infatti ridotto il sostegno finanziario diretto, mentre una parte crescente delle forniture militari americane viene acquistata dagli alleati europei.
Per Zazo, l’Europa ha compreso che la guerra in Ucraina riguarda direttamente anche la propria sicurezza e ha quindi mantenuto una linea sostanzialmente compatta.
Sanzioni, aiuti economici e sostegno militare sono diventati così strumenti centrali della strategia europea nei confronti della Russia.
Trump più prudente nei confronti di Putin
Anche il rapporto personale e politico tra Trump e Putin, secondo l’ex ambasciatore, sarebbe cambiato.
Un anno fa il presidente americano aveva accolto il leader del Cremlino in Alaska con tutti gli onori, nella convinzione di poter ottenere rapidamente un accordo.
Oggi quella convinzione sarebbe molto più debole.
La capacità dell’Ucraina di resistere e le difficoltà mostrate dalla Russia avrebbero ridimensionato l’immagine di Putin come leader inevitabilmente destinato alla vittoria.
Parallelamente sarebbe migliorato anche il rapporto tra Trump e Zelensky.
Il presidente americano avrebbe progressivamente riconosciuto che Kiev possiede ancora strumenti militari e politici sufficienti per continuare la guerra.
Rimane però, secondo Zazo, un elemento di forte imprevedibilità nella politica americana.
Trump continua infatti a puntare a un graduale disimpegno degli Stati Uniti dal conflitto, trasferendo agli europei una parte sempre maggiore del peso economico della guerra.
Zelensky e le tensioni interne
L’ex ambasciatore affronta anche la situazione politica interna ucraina.
Le recenti proteste seguite alle decisioni del presidente Zelensky hanno mostrato come, nonostante la guerra, la società ucraina continui a esercitare una forte pressione sul potere politico.
Zazo descrive Zelensky come un leader capace di reagire rapidamente alle difficoltà, ma anche incline a decisioni impulsive.
Il presidente ucraino sarebbe particolarmente attento agli orientamenti dell’opinione pubblica e disposto a correggere le proprie scelte quando percepisce un aumento del malcontento.
Per l’ex diplomatico, tuttavia, definire Zelensky un dittatore sarebbe sbagliato.
L’Ucraina mantiene infatti una tradizione politica nella quale il ricambio della leadership ha rappresentato una caratteristica costante dalla nascita dello Stato indipendente.
Mosca e il rischio del malcontento interno
Più delicata, secondo Zazo, appare invece la situazione interna russa.
Dopo oltre quattro anni di guerra, aumentano i segnali delle difficoltà economiche e sociali provocate dal conflitto.
Gli attacchi ucraini contro infrastrutture strategiche, i problemi legati al carburante, le difficoltà logistiche e soprattutto il reclutamento di nuovi soldati stanno aumentando la pressione sul Cremlino.
La reale portata del malcontento russo rimane però difficile da valutare.
Zazo sottolinea come il sistema politico russo renda complicato misurare con precisione gli orientamenti della popolazione e soprattutto prevedere se il disagio possa trasformarsi in protesta politica.
Uno dei segnali di maggiore nervosismo del Cremlino sarebbe rappresentato dalla crescente repressione delle forze politiche contrarie alla guerra.
Il rischio di una nuova mobilitazione
Tra gli scenari possibili resta anche quello di una nuova mobilitazione militare russa.
Secondo Zazo, Putin potrebbe essere costretto a prendere in considerazione questa possibilità qualora lo stallo sul campo continuasse.
Una scelta che, tuttavia, comporterebbe rischi politici molto elevati.
Una nuova chiamata alle armi coinvolgerebbe direttamente una parte più ampia della società russa e potrebbe trasformare il malcontento economico e sociale in una contestazione molto più difficile da controllare.
«Colpire l’economia per portare Putin al negoziato»
Per l’ex ambasciatore italiano, la strategia occidentale dovrebbe quindi concentrarsi sempre più sulla pressione economica.
In particolare, Zazo ritiene necessario rafforzare ulteriormente le sanzioni contro il settore energetico russo e contro i meccanismi utilizzati da Mosca per aggirare le restrizioni internazionali.
L’obiettivo sarebbe aumentare progressivamente il costo della guerra fino a rendere per il Cremlino più conveniente cercare una soluzione negoziale che proseguire il conflitto.
A un anno da Anchorage, quindi, lo scenario immaginato nell’estate del 2025 appare completamente trasformato.
Il vertice che avrebbe dovuto segnare l’inizio della distensione tra Washington e Mosca non ha fermato la guerra.
L’Ucraina continua a combattere, l’Europa ha assunto un ruolo più importante e la Russia deve confrontarsi con costi sempre maggiori.
Ed è proprio questo, secondo Zazo, l’errore più grande commesso un anno fa da Trump e Putin: aver sottovalutato la capacità di resistenza dell’Ucraina e la volontà europea di sostenerla.
