Decine di migliaia di rifugiati Rohingya hanno manifestato nei campi di Cox’s Bazar, in Bangladesh, chiedendo alla comunità internazionale di creare le condizioni per un ritorno sicuro in Myanmar. Ma proprio mentre cresce la protesta, le Nazioni Unite avvertono che la situazione dei diritti umani nel Paese è precipitata a un “nuovo minimo”, con violenze, insicurezza e condizioni umanitarie in continuo peggioramento.
A nove anni dall’esodo di massa del 2017, la crisi dei Rohingya resta lontana da una soluzione.
Più di 1,2 milioni di rifugiati vivono oggi in circa 30 campi sovraffollati nell’area di Cox’s Bazar, in Bangladesh, considerata il più grande insediamento di rifugiati al mondo.
Oltre la metà della popolazione dei campi è composta da bambini.
Durante le manifestazioni, migliaia di persone hanno mostrato cartelli con slogan come “Justice for Rohingya, Hope is Home” e hanno chiesto il diritto di tornare nelle proprie case.
«Non vogliamo vivere da rifugiati»
Il presidente dello United Council of Rohingya, Sayed Ullah, ha spiegato che la maggior parte dei rifugiati vuole tornare in Myanmar, ma solo in condizioni di sicurezza e dignità.
La frustrazione cresce anche per il peggioramento della vita nei campi.
Secondo Save the Children, un rifugiato su tre potrebbe affrontare livelli di fame classificati come “crisi” o peggiori tra settembre e dicembre.
Golam Mostofa, dell’organizzazione, ha avvertito che un’intera generazione di bambini sta crescendo in esilio, con meno opportunità, maggiore insicurezza e razioni alimentari insufficienti.
L’ONU: «Sofferenza, miseria e crudeltà»
Il quadro è ancora più grave guardando al Myanmar.
Un nuovo rapporto delle Nazioni Unite afferma che la repressione e la violenza hanno spinto il Paese verso un livello ancora più basso sul fronte dei diritti umani.
Il capo delle Nazioni Unite per i diritti umani, Volker Türk, ha parlato di un quadro fatto di «sofferenza, miseria e crudeltà» su più livelli.
Negli ultimi cinque anni, oltre 100.000 persone sarebbero state uccise complessivamente nel conflitto che vede l’esercito del Myanmar contrapposto a forze pro-democrazia e gruppi armati delle minoranze etniche.
Il peso del 2017
La repressione del 2017 contro i Rohingya, durante la quale villaggi furono incendiati e civili uccisi, è oggi al centro di un procedimento per genocidio davanti alla Corte internazionale di giustizia dell’Aia.
Molti dei rifugiati che vivono oggi in Bangladesh sono fuggiti proprio da quella campagna militare.
Alcuni raccontano ancora violenze, stupri, saccheggi e uccisioni.
Ma il ritorno resta estremamente difficile.
«Le condizioni non permettono un rientro sicuro»
Le missioni diplomatiche presenti in Bangladesh hanno ribadito che i Rohingya hanno il diritto di tornare nelle proprie case.
Ma hanno anche riconosciuto che, oggi, le condizioni in Myanmar non consentono una rimpatriata sicura.
Il conflitto nel Rakhine continua ad aggravarsi, con attacchi aerei, distruzione di infrastrutture civili e blocchi agli aiuti umanitari.
Le stesse autorità del Bangladesh affermano di essere ormai sotto forte pressione e chiedono da tempo una soluzione internazionale che permetta un ritorno dignitoso dei rifugiati.
Una generazione sospesa
La protesta di Cox’s Bazar mette in evidenza una realtà sempre più difficile da ignorare.
I Rohingya non vogliono restare per sempre nei campi.
Ma tornare in Myanmar, nelle condizioni attuali, significherebbe esporsi nuovamente a violenza, persecuzione e guerra.
È questa la tragedia centrale della crisi: milioni di persone intrappolate tra un esilio che diventa permanente e una patria nella quale non esistono ancora le condizioni per tornare in sicurezza.
