di Lorenzo Canu
La storia dei prigionieri italiani durante la Seconda guerra mondiale passa anche attraverso l’arte, la creatività e gli oggetti realizzati nei campi di prigionia.
È il tema di Captivity and Creativity: The Cultural and Material Production of Italian Prisoners in Allied Hands (1940–1947), volume presentato all’Istituto Italiano di Cultura di Sydney alla presenza del Console Generale Gianluca Rubagotti.
Curato da Giorgia Alù dell’Università di Sydney ed Elena Bellina della New York University, il libro, frutto di un progetto finanziato dall’Australian Research Council, è il primo studio dedicato alla produzione artistica, letteraria e materiale degli italiani detenuti dagli Alleati in diverse parti del mondo.
Durante la serata è stata presentata anche DARCI, piattaforma digitale che raccoglie opere e testimonianze provenienti dai campi. Tra gli esempi figura la cappella costruita dai prigionieri a Cowra, con una pala d’altare raffigurante una Madonna sul cui sfondo compare il paesaggio australiano.
La creatività nacque spesso dalla necessità: a Zonderwater, Vittorio Longarato costruì un banjo-mandolino con materiali di scarto. In Kenya nacquero orchestre e teatri, mentre a Yol, in India, i prigionieri realizzarono mappe e acquerelli dell’Himalaya.
Queste esperienze contribuirono anche a un precoce incontro culturale tra italiani e australiani, iniziato nelle fattorie dove i prigionieri venivano impiegati già nei primi anni Quaranta, creando un inatteso, ma fertile, terreno di scambio umano, culturale e creativo.
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