Dieci anni di tabù

Sono passati dieci anni da quella notte del 24 agosto 2016 in cui, alle 3.36, la terra tremò e Amatrice venne devastata. Trecentotre persone persero la vita nel terremoto che colpì il Centro Italia, migliaia furono costrette ad abbandonare le proprie case e un pezzo della storia di quei territori venne cancellato in pochi minuti.

Dieci anni sono tanti. Sono un’intera generazione per chi ha dovuto ricominciare, per chi ha visto la propria casa trasformarsi in un cumulo di macerie, per chi ha dovuto lasciare il paese e per chi, nonostante tutto, ha deciso di rimanere.

In quei giorni drammatici la solidarietà degli italiani, dentro e fuori dai confini nazionali, fu straordinaria. Anche la comunità italiana d’Australia si rimboccò le maniche. Associazioni, ristoratori, club, parrocchie, semplici cittadini e gruppi della nostra comunità organizzarono raccolte di fondi, cene, iniziative e manifestazioni. Ognuno cercò di fare la propria parte.

Era il modo concreto per dire agli italiani di Amatrice: non siete soli. Ma oggi, a dieci anni di distanza, una domanda è inevitabile: chi aveva il compito di fare la propria parte, soprattutto nel garantire che le risorse disponibili venissero trasformate rapidamente in case, servizi e infrastrutture, lo ha fatto davvero?

La domanda non nasce dalla polemica, ma dalla realtà. Secondo i dati più recenti, ad Amatrice soltanto il 38% degli immobili danneggiati risulta ricostruito. Circa mille persone vivono ancora in sistemazioni temporanee e gran parte del centro storico resta un cantiere.

Un’analisi di ActionAid ha inoltre evidenziato che, ad aprile 2026, circa due terzi degli interventi pubblici programmati nelle aree colpite non erano ancora iniziati. Di fronte a questi numeri è difficile non provare amarezza.

Perché la solidarietà dei cittadini è stata immediata. Le donazioni sono state raccolte. La generosità non è mancata.

Dieci anni dopo, il ricordo delle vittime deve rimanere vivo. Ma ricordare non significa soltanto celebrare una ricorrenza. Significa anche chiedere conto di ciò che è stato fatto e di ciò che ancora manca.

Perché davanti alle macerie, dieci anni fa, gli italiani seppero agire. Sarebbe giusto sapere se chi aveva il dovere di ricostruire ha fatto altrettanto.